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Pace – guerra. La vera discriminante politica oggi

manifestazione politica

Molte delle decisioni politiche presenti e future dipenderanno non tanto dalla libertà o dal comunismo, dalla destra o dalla sinistra, ma da una scelta tra pace e guerra

 

 

Comunismo-libertà, destra-sinistra: opposizioni logore

Da tempo sto sostenendo che la discriminante sistemica oggi non è più quella tra comunismo e libertà, come un tempo avveniva e come qualcuno solo tatticamente (o in malafede) oggi cerca di sostenere per ingannare gli elettori più sprovveduti.

Il comunismo, specie quello reale, oggi non è più quello che innalza la bandiera rossa degli oppressi, ma si è trasformato in uno statalismo occupato da una oligarchia mercantile e non cerca quindi la rivoluzione delle masse operaie, ma un’occupazione con stile capitalistico della società globale: perfettamente inserendosi nello stile occidentale. E casomai dovremmo temere entrambi: Stati comunisti (ex-comunisti) e anche Stati liberali occidentali.

Ma la discriminante sistemica non è nemmeno quella, a noi più vicina nel tempo, tra destra e sinistra. Non perché questa opzione sia da cancellare, perché anzi, nella forma di scelta tra libero mercato e Stato sociale, è ancora attualissima e capace di determinare diversamente le vite dei cittadini e i destini stessi dei popoli. Ma anche questa oggi è subordinata ad un’altra opzione sistemica più potente e condizionante: quella tra guerra e pace.

Guerra o pace segnano oggi la nostra vita

È questa la scelta politica che oggi si impone e che condiziona tutte le altre. Per motivi globali e ravvicinati. Perché la guerra o la pace condizionano la vita e la morte dei cittadini (contiamo già oggi centinaia di migliaia di morti) e l’esistenza stessa del cosmo che è a rischio e l’equilibrio ecosistemico che è già compromesso; perché la scelta dell’una o dell’altra condiziona l’ethos dialogante o aggressivo dei popoli e i loro rapporti politici; perché crea clima di distensione collaborativa o di terrore e di perenne sospetto che disperde energie psico-fisiche ed economiche.

E, più da vicino e già drammaticamente constatabile, perché la guerra diventa la regina dei bilanci degli Stati e sottrae le risorse che dovrebbero essere impiegate per altre opzioni a vantaggio della qualità della vita. Se si tiene la guerra sullo sfondo, nessuna vera politica di sviluppo sociale e latamente umano può essere fatta, e tutti i programmi politici diventano carte dei sogni.

Su guerra e pace la politica deve scegliere

Sicché gli schieramenti politici non avranno mai possibilità di definire effettivamente i loro programmi, né possibilità di portarli a compimento se non decideranno sulla questione guerra-pace: cioè non saranno veri schieramenti politici, ma un semplice aggregato che deciderà su questioni minori. E i loro programmi saranno del tutto generici e ingannevoli.

Per questo non è senza senso una serrata disputa previa e una posizione, magari realisticamente progressiva, ma sincera e senza riserve mentali. Senza un accordo su questo punto preliminare, qualsiasi schieramento – specie quello di sinistra - o sarà impossibilitato a decidere su qualsiasi riforma seria per mancanza di fondi o sarà esposto a ricatti interni e all’immobilismo.

Molti cattolici in politica sono più politici che cattolici

Personalmente mi fa pena vedere che, anche in molti cattolici che fanno politica (e spesso sottolineano questa appartenenza), la pace diventa ragione di divisione, non un collante. Mi chiedo come sia possibile che ad un orientamento politico che eredita il patrimonio della dottrina sociale della Chiesa, disteso in un lungo arco di tempo, sfugga questa fondamentale acquisizione.

Mi vien da pensare che siano piuttosto cattolici politici che politici cattolici, cioè che si appaghino della loro religiosità, ma non si pongano il problema del nesso tra fede e politica e quello, più delicato ma reale, tra mezzi e fine. Cadendo nella logica del machiavellismo: il fine giustifica i mezzi; la guerra è giustificata in nome della pace. Ma i mezzi possono graduare il fine, non contraddirlo: e la guerra è in contraddizione con la pace.

E se la scelta discriminante oggi è tra guerra e pace, ne deriva che l’espressione del voto elettorale dovrebbe tenere conto di come esso, prima di altri problemi, è impostato nei diversi programmi che si affrontano.

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