Search on this blog

I disertori del PD

Pd 01

 

Alcuni giorni fa, hanno suscitato clamore e diviso il dibattito le parole di Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, pronunciate dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia. “Non saremo noi i soldati delle vostre guerre”, ha detto, arrivando a promettere l’organizzazione dei “disertori”.

 

Prima e oltre le armi

Parole che hanno fatto discutere dentro il Pd e, più in generale, in quel campo progressista attraversato da posizioni diverse sulla guerra in Ucraina, sul riarmo europeo e sul modo in cui l’Europa dovrebbe affrontare i conflitti.

Il punto, però, forse è più profondo della polemica politica. Perché dietro quelle parole c’è una domanda che dovremmo, finalmente!, avere il coraggio di porci: stiamo progressivamente rinchiudendoci nella logica della forza, delle armi e della guerra come unico linguaggio possibile per affrontare i conflitti? Dire no alle armi non significa necessariamente dire no alla difesa di un Paese aggredito, né significa ignorare il diritto di un popolo a resistere a un’invasione. Significa, piuttosto, provare a immaginare che cosa possa voler dire difendere un Paese senza considerare automaticamente le armi l’unico strumento della difesa. È una distinzione importante. Perché la pace non può essere soltanto l’assenza di guerra e nemmeno una parola da pronunciare nei cortei. Se la pace è una politica, allora deve essere costruita, organizzata e sostenuta attraverso strumenti diplomatici, economici, civili e internazionali capaci di rendere possibile ciò che oggi appare spesso impossibile: fermare un conflitto senza alimentarne indefinitamente la spirale.

E tutti discutono, anche nel PD

Il dibattito interno ai Giovani democratici mostra quanto questa questione sia tutt’altro che marginale. Da una parte c’è chi difende il sostegno militare all’Ucraina come parte integrante della difesa della sua libertà e della sicurezza europea. Dall’altra c’è una generazione che mette in discussione l’idea che la risposta alla guerra debba essere necessariamente un'altra escalation militare. Anche nel Pd - guarda caso - le posizioni sono diverse.

Arturo Scotto ha parlato di una generazione che pensa che “la pace sia una politica”; Giorgio Gori ha richiamato invece il dovere costituzionale della difesa della patria. Matteo Orfini ha ricordato, accanto all’articolo 52, l’articolo 11 della Costituzione, che “ripudia la guerra”. Posizioni differenti che raccontano una contraddizione reale e non facilmente risolvibile.

Quale idea di difesa per il futuro

Forse è proprio da qui che dovrebbe partire la discussione. Non dalla contrapposizione tra chi vuole la pace e chi vuole la guerra, che rischia di essere tanto semplicistica quanto sterile, ma dalla domanda su quale idea di difesa vogliamo costruire per il futuro. Perché rifiutare la guerra non dovrebbe significare rinunciare a difendersi. Dovrebbe significare avere il coraggio politico e culturale di cercare anche altre forme di difesa, di resistenza e di sicurezza. E soprattutto di non accettare l’idea che, davanti a ogni conflitto, l’unica risposta possibile sia quella di prepararsi al conflitto successivo.

Leggi anche:
Pezzotta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *