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Pace della forza su Israele e sulla Palestina

La strana pace in Medio Oriente nasce dalla forza e dalla ricchezza, ignora i protagonisti. Con strani capovolgimenti. Un tempo, il forte era il nazifascista e il debole era l’ebreo (detto spregiativamente giudeo), e le destre tenevano per il primo. Ora il forte è l’ebreo e il debole è il palestinese; e le destre parteggiano sempre per il forte, ora l’ebreo.

 

 

Non possiamo non condividere la gioia comune per la pace raggiunta in Palestina. Ma siccome essa è ancora allo stato di una speranza germinale, e affinché il difficile percorso si presti ad una maggiore serietà, occorre prendere atto che essa, così com’è e nonostante le dichiarazioni altisonanti, è ancora una “tregua che trema come un filo d’erba nel vento”, secondo la felice espressione di don Enrico D’Ambrosio, su questo blog. Espressa in un canto struggente, la sua preoccupazione è anche lo stesso nostro stato d’animo di trepidante attesa. Che, proprio per non svilire il nome di pace, ha bisogno di radicarsi nella consapevolezza di che cosa serve alla vera pace.

La politica si è mossa quando ha temuto di perdere il consenso

Il sentire delle destre nostrane, occidentali in genere, e anche popolane, è compendiato da un’affermazione cosiddetta di buon senso, che si sente circolare e a cui recentemente ha dato voce Renzi: “La diplomazia non si fa in barca a vela. Per aiutare i bimbi di Gaza non servono le regate”. Servono gli accordi della diplomazia, certo; e la volontà degli Stati. Ma quando la diplomazia o, meglio, la politica si era decisa a muoversi? Solo quando l’opinione mondiale è stata messa crudamente di fronte al massacro di un popolo grazie ad una serie di gesti, privi di effettiva potenza ma simbolicamente evocativi e provocatori. Perché la politica attuale si muove, purtroppo, solo quando teme di perdere il consenso.

L’operazione Flottilla si inserisce all’interno di quei movimenti di massa che hanno riempito le piazze di tutto il mondo ed hanno smascherato lo scandalo dell’inerzia. Solo allora il potere dormiente della politica (anche in Italia) si è accorto che rischiava di pagare il prezzo del mancato consenso popolare. Lo stesso Trump che stava militarizzando molte città americane in rivolta, ha dovuto crearsi un volto pacifico all’esterno.

Il piano Trump: la forza del tiranno e la debolezza del condannato a morte

Queste operazioni di risveglio hanno disvelato – come ha detto efficacemente Sergio Labate – “la guerra civile interna all’Occidente. Perché le mani alzate degli attivisti tengono stretta la forza nonviolenta del diritto, tanto quanto la tracotanza di Netanyahu e di Trump manifestano una forza che è intimamente convinta che solo la violenza e non la legge possa instaurare un ordine”. E ne è scaturito il piano di ‘pace’ proposto da Trump: prendere o lasciare. È stato giustamente detto che era “un piano irricevibile” a cui però “non si poteva dire di no. Altrimenti si “sarebbe scatenato l’inferno”.

“Praticamente un ricatto, il cui unico elemento di credibilità sembra essere la forza del tiranno contro la debolezza del condannato a morte”. È in realtà un piano personalistico e narcisistico che scavalca le relazioni internazionali e non accetta la costruzione mediante dialogo, ma mediante una esibizione di forza che cala dall’alto.

La volgarità di Trump: la ricchezza come garanzia di giustizia

E il mondo esulta. Anche se in quell’accordo che vuol essere “eterno” spiccano lacune fondamentali. Non è ancora chiaro se e come Israele riconosca lo Stato di Palestina e da quale autorità rappresentativa esso dovrebbe essere presieduto e gestito, visto che Hamas è respinto come terrorista e l’ANP (Autorità Nazionale di Palestina) ha attualmente una classe politica screditata e non  rappresentativa del territorio. Non si sa ancora se Hamas sarà liquidato o se, anche se doveva essere distrutto, persisterà, e dove e in quale forma. Non si conosce l’assetto futuro della Cisgiordania dove è in corso una guerra interna di elminiazione dei Palestinesi da parte dei coloni incece che dell’esercito. Né quali entità entreranno in gioco a gestire l’accordo, visto che l’ONU, la Croce Rossa  e altre organizzazioni indipendenti sono organismi che Netanyhau denuncia come complici di Hamas.

C’è, insomma, un accordo firmato da garanti esterni, non da contendenti. E lo avallano gli Stati più ricchi del mondo, come se la ricchezza, elogiata da Trump più volte, con una volgarità da parvenu, nel suo discorso ufficiale, fosse garanzia di equità e di giustizia per il povero a cui la si fa intravedere.

Le simpatie delle destre per Trump e Israele. La politica come esercizio della forza

Ma proprio da questo aspetto di forza, che rende noi dubbiosi sull’autenticità della pace, deriva la simpatia che le attuali destre forti nutrono per Trump e per l’Israele di oggi. Eppure sono le stesse destre a cui storicamente stava simpatico il nazifascismo che eliminava gli Ebrei. A ben vedere però, le due antitetiche simpatie procedono dalla stessa fonte: la visione della politica come esercizio di forza.

Un tempo, il forte era il nazifascista e il debole era l’ebreo (detto spregiativamente giudeo), e le destre tenevano per il primo. Ora il forte è l’ebreo e il debole è il palestinese; e le destre parteggiano sempre per il forte, ora l’ebreo. In entrambi i casi perché amano la legge della forza e non la forza, spesso inerme, della legge.

Non l'Israele popolo errante nel mondo, ma l'Israele armato e potente

Di questo siamo certi: non interessa a loro l’Israele della storia, popolo errante nel mondo (questo sembra essere il significato etimologico di ebreo) e fondato su elevati valori trascendenti, ma l’Israele potente localizzato in uno Stato forte in uno scacchiere economicamente delicato e, meglio ancora, avamposto orientale della potente lobby economica ebraica.

Quella che col capitalismo occidentale può tranquillamente guardare alla striscia di Gaza come a una futura Las Vegas, sacrilegamente estranea alla storia sia dei palestinesi sia dell’Israele dell’Alleanza. Non a caso Trump investe come ricostruttore Tony Blair (fondatore del “Tony Blair Institute for Global Change”), personaggio a grande vocazione affaristica, ben più che personalistica.

E Trump si candida per il premio Nobel per la pace. La "pace di Babilonia"

C’è quindi il rischio effettivo che il volto della pace che avanza abbia i lineamenti d’una pace imposta da una volontà di potenza e da passione per gli affari. E per questa pace Trump si assegnava da sé il premio Nobel. Quel Trump che nel discorso al parlamento israeliano (Knesset) nel giorno della firma del trattato di pace, non si vergognava di dire “Netanyahu mi ha chiesto tutti i giorni armi potenti […] e gliele ho date… e lui le ha usate bene”. Nobel per la pace!

Eppure la sua richiesta non era senza qualche ragione, perché spesso, nel tempo del mondo, in questa forma, purtroppo, può succedere che si realizzino le paci. Sarà magari quella pace che, con gli antichi scrittori cristiani, abbiamo chiamato la pace di Babilonia, una pace coatta e non pienamente giusta, ma comunque sempre partecipe, per quanto parzialmente, della forza della pace autentica, in quanto, almeno, pone un’interruzione a sofferenze di sangue e di carne. E da questa liberazione materiale anche lo spirito trae gioia e giovamento e nasce anche la nostra accoglienza della stessa pace trumpiana.

Ma si sappia comunque che non solo non è pace perfetta (come quasi tutte le paci della storia), ma nemmeno ancora formalmente accettata dai contendenti, e tuttora in pericolo e sempre pericolante. Perché è una pace che cala improvvisa sugli odii ancora caldi.

Già papa Benedetto XV, nel messaggio del 28 luglio 1915 ai futuri vincitori della Grande Guerra, diceva: “Le nazioni non muoiono; umiliate e oppresse esse portano, frementi, il giogo loro imposto, preparando la rivincita e trasmettendosi di generazione in generazione una triste eredità di odio e di vendetta”. Quella vendetta che hanno gridato i morti ebrei del 7 ottobre del 2023 e che, poi ed ora, con moltiplicate voci gridano i morti palestinesi di Gaza; e quella vendetta che, prima ancora e anche oggi, gridano i morti palestinesi della Cisgiordania. Basterà un trattato imposto a tacitarla?

Contenti di questa pace. Ma che diventi una pace fondata sul perdono

Noi però siamo lieti intanto di questa pace, anche se è solo imperfetta. Essa deve essere incoativa, cioè dare inizio ad un percorso non verso una normalizzazione quae ante, cioè che riporti alla situazione di quella precedente il conflitto, ma verso una convivenza su basi nuove. E questo non è affatto scontato che avvenga. Ha ragione papa Leone quando dice che la vera pace si fonda non sulla vittoria della forza, ma sul perdono, cioè su un riconoscimento reciproco delle colpe dei contendenti.

Questo percorso sarà inevitabilmente duro e lento per due popoli caparbi e risentiti, e potrà essere favorito solo da riconoscimenti spirituali, non da progetti d’una ricchezza da Paesi di cuccagna, immaginati da una pace da ricchi, che finge che tutto si compri a moneta e che basti eliminare gli epifenomeni della guerra senza sradicarne le cause.

Non ci vorranno nemmeno giudici equidistanti, ma, diremmo, amici equivicini ad entrambi: e quindi sarà necessario che il nostro Occidente estragga dalla sua cultura il gusto per le alterità. E sarà opportuno avere come referente il sentire dei popoli che hanno sofferto più che gli interessi dei governanti che li hanno fatti soffrire. Per noi il segnale più positivo è stata la liberazione degli ostaggi e dei prigionieri, perché è stato un gesto che, richiesto a gran voce dai popoli, ha accomunato i popoli in lotta e li ha fatti sentire partecipi d’una medesima umanità.

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