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Il “realismo” del teologo Vito Mancuso circa la pace. Discutibile

 

Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere un articolo pubblicato da Vito Mancuso sul quotidiano torinese “La Stampa” dal titolo “Perché serve anche la forza per salvare la pace”. L’articolo ha il merito di porre nel dibattito pubblico questioni taciute e che meritano invece di essere discusse e affrontate.

 

 

Dice il teologo: non basta il disarmo

Mancuso, un pensante che stimo e che mi è caro, sostiene che il disarmo rappresenti un ideale eticamente condivisibile, ma che non sia sufficiente a garantire la pace se non tiene conto della realtà storica. Secondo lui, l'etica autentica nasce dall'incontro tra i valori e l'analisi concreta delle situazioni: perseguire la pace senza considerare le minacce reali rischia di trasformarsi in un moralismo astratto.

Per questo motivo, Mancuso afferma che uno Stato ha il dovere prioritario di proteggere i propri cittadini e che un disarmo unilaterale potrebbe esporli al rischio di aggressioni, come dimostrano tra l’altro esempi recenti quali la guerra in Ucraina. Richiama inoltre casi come quello della Svezia, che ha deciso di rafforzare la propria difesa entrando nella NATO, per sostenere che, in determinati contesti, il riarmo può essere una scelta responsabile e dettata dalla necessità.

Pur dichiarandosi personalmente contrario alle armi e favorevole a un mondo disarmato, Mancuso ritiene che, nelle condizioni attuali, le forze armate svolgano una funzione di deterrenza e di tutela dell'ordine, contribuendo concretamente alla pace. La pace, conclude, non può essere costruita ignorando la guerra, ma deve confrontarsi con essa, mantenendo vivo l'ideale del disarmo come obiettivo futuro senza rinunciare, nel presente, agli strumenti necessari per garantire la sicurezza e la libertà degli Stati.

Papa Francesco e Papa Leone: il riarmo non può fondare la pace

L'argomentazione di Vito Mancuso appare, a prima vista, solida perché parte da un dato incontestabile: il mondo è violento e gli Stati hanno il dovere di difendere i propri cittadini. Tuttavia, proprio qui, secondo me, emerge il limite della sua prospettiva. Egli assume la logica della guerra come un dato permanente e inevitabile, finendo così per considerare il riarmo non solo una necessità contingente, ma il fondamento stesso della pace.

È esattamente questo presupposto che Papa Francesco prima e Papa Leone XIV oggi mettono radicalmente in discussione. Francesco ha ripetuto instancabilmente che “non ci può essere pace con le armi”, denunciando il commercio degli armamenti come uno dei principali motori delle guerre contemporanee. Ogni conflitto, ricordava, alimenta nuovi conflitti, perché le armi non sono mai strumenti neutrali: esse producono una cultura della paura, della contrapposizione e della sfiducia reciproca. Per questo parlava di una "terza guerra mondiale a pezzi", nella quale ogni investimento nel riarmo finisce per sottrarre risorse alla giustizia, all'educazione, alla sanità e alla cooperazione tra i popoli.

Papa Leone raccoglie questa stessa eredità quando afferma che non si può chiamare "difesa" un riarmo che aumenta le tensioni e rende il mondo più insicuro. Il suo invito a essere una Chiesa "disarmata e disarmante" non è un ingenuo appello al pacifismo, ma una proposta politica e morale che rompe il circolo vizioso della deterrenza, una scelta profetica e un imperativo morale indilazionabile. La storia dimostra infatti che ogni riarmo genera il riarmo dell'avversario: la sicurezza cercata attraverso l'accumulo delle armi produce, paradossalmente, maggiore insicurezza.

La “pace armata” non è pace

Mancuso sostiene che la pace debba essere "armata". Ma se tutti gli Stati adottano questa logica, il risultato non è la pace, bensì un equilibrio precario fondato sulla minaccia reciproca. La deterrenza può forse evitare alcune guerre, ma non elimina le cause profonde dei conflitti né costruisce relazioni di fiducia. Una pace fondata sulla paura resta sempre una pace fragile. Credo però che l'obiezione decisiva riguarda però il concetto stesso di realismo.

Mancuso identifica il realismo con l'accettazione dell'ordine esistente. Eppure il Vangelo propone un realismo diverso: quello che riconosce il male senza lasciarsi determinare da esso. Se i grandi cambiamenti della storia fossero stati giudicati soltanto sulla base di ciò che sembrava realisticamente possibile, non sarebbero mai stati aboliti la schiavitù, la segregazione razziale o i totalitarismi. La storia cambia quando qualcuno osa immaginare ciò che ancora non esiste.

Francesco e Leone non chiedono agli Stati di essere irresponsabili; chiedono piuttosto di avere il coraggio di spezzare una logica che da secoli continua a riprodurre guerre sempre più distruttive. Il loro non è un ideale disincarnato, ma un richiamo alla responsabilità politica di costruire istituzioni internazionali, diplomazia, giustizia e cooperazione come veri strumenti di sicurezza. Continuare a confidare principalmente nelle armi significa, invece, rassegnarsi all'idea che la guerra sia il destino dell'umanità.

La vera domanda, allora, non è se le armi talvolta riescano a difendere la pace, ma se una pace costruita sulle armi possa mai diventare una pace autentica e duratura.

Papa Francesco e Papa Leone rispondono di no: la pace non nasce dall'equilibrio della paura, ma dalla fiducia, dal dialogo e dalla giustizia.

È una strada certamente più difficile, ma è l'unica capace di sottrarre l'umanità alla spirale infinita della violenza. In fondo, ridurre l'etica a un mero calcolo geopolitico ne annulla la carica profetica: la vera forza della pace non si misura sulla potenza del fuoco, ma sull'audacia di scommettere sul disarmo.

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Roncelli

1 commento

  1. Credo purtroppo che nelle più alte cariche del parlamento europeo, là dove dovrebbero insediarsi i migliori rappresentanti della società, si trovino invece insediati lobbisti interessati a favorire gli interessi di categorie che con l’operato di un buon padre di famiglia hanno ben poco a che fare.

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