Una Costituente è possibile. Per fare cosa? Si tratta di aggiornare gli ordinamenti, di rivedere le modalità concrete di separazione dei poteri, la forma di governo, il bicameralismo, l’ordinamento giudiziario, il federalismo, la ridefinizione del ruolo dei partiti e di sindacati. Tutto ciò nella prospettiva degli Stati uniti d’Europa.
I due poli sono in guerra
Da quando nel 1993 fu inaugurato in Italia il sistema elettorale bipolarizzante, volto a garantire all’elettore la scelta diretta del suo rappresentante e al governo la stabilità necessaria, esso fu subito sovradeterminato dal bipolarismo ideologico: ciascuno dei poli riteneva l’altro una minaccia per la democrazia. Questo cemento ideologico da guerra civile, tuttavia, non bastò mai né a fornire una spallata finale all’altro né a tenere insieme i due poli al loro interno. La vittoria di Berlusconi del 1994 durò un anno. Nel 1996 vinse Prodi, ma la XIII Legislatura ebbe 4 governi. Nel 2001 vinse Berlusconi, la XIV Legislatura ebbe due governi. Nel 2006 entrò in campo il Porcellum. Dal 2008 al 2018 le legislature furono solo due, ma i governi cinque.
La lezione da trarre è chiara e distinta: le ripetute manipolazioni del sistema elettorale non garantiscono stabilità.
Al momento i due “blocchi”, percorsi ciascuno da nervose incrinature, sono in stallo. Se si va alle elezioni con l’attuale legge elettorale, ne uscirà una maggioranza incapace di muovere un passo e un’opposizione capace solo di veti.
Giorgia Meloni non sa che scegliere
Dopo i risultati referendari si apre un dilemma per Giorgia Meloni. Il primo corno è il “tirare a campare”. Il 22 settembre 2022 Giorgia aveva disceso con l’orgogliosa sicurezza dell’ “under dog” le valli delle riforme: il presidenzialismo - poi derubricato a premierato -, le autonomie regionali, l’ordinamento giudiziario. Ora le sta risalendo in disordine e senza speranza, direbbe Diaz. Resta solo quella di un nuovo sistema elettorale con seggi a premio. Fondata però solo al 50%. Basta un Vannacci inquieto a decidere se l’attuale maggioranza possa tornare o no al governo.
Poiché la legge elettorale è una legge ordinaria, si può approvare anche a maggioranza semplice. Ma una tale procedura fornirebbe droni e missili in abbondanza all’opposizione. Si dovrebbe discutere con l’opposizione. Dentro la quale, tuttavia, gli umori sono contraddittori. Perché, se é vero che “il campo largo” usufruirebbe del premio di maggioranza, ma chi esattamente? Schlein, Conte, un “Papa straniero”? A chi converrebbe dei tre? Il risultato finale è che il meccanismo rappresentativo e decisionale della democrazia si è inceppato. Quanto ai referendum, sono fiammate che passano.
Il guaio è che l’Italia, l’Unione europea, il mondo stanno attraversando un cambio d’epoca in cui a nessuno è permesso di “tirare a campare”.
Si potrebbe lanciare “il momento costituente"
L’altro corno del dilemma di Giorgia Meloni (e di tutta la classe politica del Paese) è quello di lanciare “il momento costituente”. Ne esistono tutte le condizioni oggettive.
La prima delle quali è la guerra. Essa sta sconvolgendo irreversibilmente gli equilibri di potenza, cambia di colpo il ruolo degli Stati-nazione, costringe a modificare/aggiornare le istituzioni, i luoghi e i meccanismi delle decisioni. I due periodi post-bellici del ‘900 sono la prova provata del ruolo “costituente” della guerra.
Caduta l’illusione che l’Euro avrebbe generato automaticamente l’Unione europea sul piano politico-istituzionale, in esaurimento le velleità sovraniste e nazionaliste, cui hanno attinto, in particolare Meloni e Salvini, preso atto che Trump va per proprio conto di trappola in trappola, l’Italia e i Paesi europei si trovano a navigare in un oceano tempestoso con delle vecchie zattere. Intanto, i popoli misurano da subito gli effetti della tempesta a partire dai prezzi della benzina, del gas, dell’energia.
Tocca alle classi dirigenti spiegare le cause e proporre le vie d’uscita.
Oggi una Costituente sarebbe possibile
Le Assemblee costituenti servono a questo. Elette con il sistema proporzionale puro, che garantisce la piena rappresentanza, si danno il compito di pensare il futuro del Paese, non quello della prossima legislatura. Discutono e decidono “sotto velo di ignoranza” circa l’immediato. Il loro fine ultimo è mantenere l’unità del Paese. Riuscì all’Assemblea costituente eletta il 2 giugno del 1946, all’indomani di una guerra perduta, dentro quella fredda già iniziata (il discorso della “cortina di ferro” di W. Churchill, tenuto a Fulton, è del 5 marzo 1946). Il lavoro costituente continuò anche quando gli Usa subordinarono il nostro accesso ai benefici del Piano Marshall all’espulsione delle sinistre dal governo e, per bocca dell’ambasciatore J. C. Dunn, allo scioglimento dell’Assemblea costituente. De Gasperi accettò la prima condizione il 31 maggio 1947, ma respinse la seconda. E il PCI non scatenò la guerra civile.
Oggi la Costituente verrebbe assai più facile. Abbiamo alle spalle ottant’anni di democrazia imperfetta, ma vissuta e solida. I principi stabiliti nel 1946-48 sono sempre gli stessi. Si tratta di aggiornare gli ordinamenti, di rivedere le modalità concrete di separazione dei poteri, la forma di governo, il bicameralismo, l’ordinamento giudiziario, il federalismo, la ridefinizione del ruolo dei partiti e di sindacati. Tutto ciò nella prospettiva degli Stati uniti d’Europa.
Ma forse è ingenuo attendersi dalla politica attuale uno sguardo che vada oltre il domani.
Eppure il lancio di un Movimento per la Costituente potrebbe essere un esito benefico, non “di parte”, del referendum appena svolto.
Leggi anche:
Artifoni