Si sono svolti ieri, venerdì 19 dicembre, nella chiesa delle Grazie, al centro di Bergamo, i funerali di don Antonio Donghi, per quasi cinquant’anni insegnate di liturgia, autore di diversi studi, animatore di iniziative religiose e culturali in varie parti d’Italia. Come “compagno di messa” di don Antonio Donghi, ho letto, alla fine del rito, questo ricordo. Lo pubblichiamo come una forma di omaggio e di testimonianza (Alberto Carrara)
Parrocchia delle Grazie, viale papa Giovanni XXIII, 13. Don Antonio Donghi, viale papa Giovanni XXIII, 64. Abbiamo salutato don Antonio qui, nella sua chiesa, dove ha sempre collaborato dopo il suo ritorno dagli studi romani, nel 1969, di fronte a casa sua, dove ha sempre abitato. Da questo mondo familiare ed ecclesiale che è stato, da sempre, il suo, ora egli prende congedo. Anche don Antonio se ne è andato, dunque. “Anche” perché, con gli anni che passano noi, suoi compagni di messa, siamo costretti ad aggiornare le liste: quella, sempre più lunga, di coloro che se ne sono andati e quella, sempre più corta, di coloro che restano. Eravamo in diciotto, nel 1967, quando siamo stati ordinati preti. Siamo rimasti in cinque.
Tra chiesa e casa
Forse, anche per questo e magari senza accorgerci, da qualche tempo osservavamo don Antonio con qualche silenziosa preoccupazione: si era irrigidito, aveva rallentato gesti e parola, si era incurvato. Adesso che se ne è andato ci diciamo che tutti quegli indizi erano il segnale che la fine si stava avvicinando. Ma non lo pensavamo molto allora e, anche quando lo pensavamo, non avevamo il coraggio di dirlo. Siamo da sempre impegnati più a curare la nostra vita che a preparare la nostra morte.
D’altra parte, don Antonio ci aveva da sempre abituato a una forma di saggia lentezza. A cominciare dal suo fisico. Non so se qualcuno di noi lo abbia visto, anche solo una volta, a correre. Se, adesso, per temperare il nostro dolore, dovessimo sorridere su di lui dovremmo immaginarlo nei panni di un atleta chino sui blocchi di partenza di una gara dei cento metri. Impossibile. Ma, come era saggiamente lento nel fisico, lo era anche nel modo di parlare. Anche quando diceva cose impegnative, della sua liturgia, di teologia, della Chiesa, le diceva comunicando non solo le parole che diceva ma anche lo stile calmo, riflessivo del dirle.
Poi, di viaggi ne ha fatti, per andare a tenere i suoi corsi nel profondo sud dell’Italia, in molte parti del nostro paese, in molte comunità religiose. Ma era sempre come il navigatore che può permettersi lunghi viaggi fuori del porto di casa sua perché sa che, terminato il viaggio, troverà sempre quel porto dove potrà ormeggiare la sua barca. Infatti, anche nella sua attività di insegnamento, è stato soprattutto “domestico”: per cinquant’anni ha insegnato liturgia nel nostro seminario.
Il “fare” della liturgia
La liturgia, dunque. Perché la liturgia?, ci si potrebbe chiedere. Ci sono tante ragioni, ovviamente, a cominciare dalle più semplici, quelle biografiche. Il giovane Antonio Donghi ha incontrato, nella sua giovinezza, una figura di rilievo nella storia della nostra diocesi, mons. Marco Farina, parroco delle Grazie dal 1944 al 1972. Dunque: parroco quando don Antonio è diventato prete. Mons. Farina godeva la fama di un parroco che amava la liturgia. Tra le altre cose aveva curato la pubblicazione di un libretto, una specie di messalino festivo, dal titolo “Pregherete così” che facilitava la pratica di quella che, prima della riforma del Vaticano II, si chiamava la “messa dialogata” che anticipava alcune forme di partecipazione dei fedeli alla messa. La messa preconciliare restava e l’italiano si sovrapponeva al latino, non lo sostituiva, come poi avverrà con la riforma del Concilio e con la messa in italiano che, lo ricordiamo, inizia ufficialmente il 7 marzo del 1965, due anni prima della nostra ordinazione sacerdotale. La quale riforma andò ben oltre le timide anticipazioni di mons. Farina. Così come gli studi e il successivo insegnamento di don Antonio, andarono ben oltre la prassi liturgica della parrocchia delle Grazie. Ma quello resta il punto di partenza di una esperienza culturale e umana, un momento formativo nella storia personale di don Antonio Donghi.
La sensibilità di don Antonio alla liturgia, a questo punto, ci appare in sintonia con la sua esperienza di vita. Non ha fatto corse dentro gli inevitabili affanni della vita pastorale e non ha sentito la fatica della conduzione della parrocchia, ma ha celebrato e ha insegnato a celebrare e a gustare la liturgia. Come è rimasto a casa nel fare il prete della diocesi di Bergamo, così è rimasto al centro della vita della Chiesa, nella sua liturgia.
“Lassù” Dio e l’Agnello sono il tempio
Forse, in futuro ci sarà qualcuno che studierà la Chiesa di Bergamo di questi ultimi decenni. E si chiederà quali sono state le figure che hanno inciso di più sulla vita della nostra Chiesa. Forse, tra queste figure, apparirà anche don Antonio. Influencer silenzioso, che ha agito soprattutto alle sorgenti della vita ecclesiale, nella liturgia che è “il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”, come dice la “Sacrosanctum Concilium”. Fa parte di quella schiera di riformatori che non si vedono. Che si sentono, spesso, soltanto a distanza. Sarà quindi il futuro a dire se e quanto ha pesato la figura di don Antonio Donghi sulla formazione di uno stile di celebrazione e di pensiero liturgico nella Chiesa di Bergamo.
Non è possibile dirlo oggi e non è possibile dirlo qui. Vorrei citare un semplice tratto di costume, molto noto tra i preti della nostra diocesi. Si sa che lo sport più diffuso tra gli studenti di ogni ambito e di ogni generazione, è l’imitazione dei loro insegnanti. Credo di non esagerare se dico che don Antonio Donghi era tra i più imitati. Era facile in una delle tante riunioni di preti, sentire un giovane prete dire un suo parere sulla liturgia con il tono inconfondibile del professor Donghi. E si rideva. Erano, però, imitazioni “benevole” di alunni che dicevano le cose che don Antonio diceva e le dicevano proprio come le diceva lui, imitando la sua stessa voce. Si poteva anche ridere su quello stile. Ma si capiva che alcune cose importanti erano passate ed erano passate grazie a lui. Come erano diverse, quelle imitazioni, da quelle, impietose e aggressive, di professori o incompetenti o antipatici.
Il servizio di don Antonio, dunque, servizio diretto e indiretto, resta molto prezioso. Ha contribuito, insegnando, annunciando, scrivendo a creare quell’armonia del mondo liturgico, alla liturgia come, come è noto, è un “fare” (“liturgia” come “chirurgia”, “siderurgia”, “metallurgia”… tutte parole che contengono un verbo greco che significa, appunto, “fare”), un fare nel quale il gesto prende parola e la parola prende gesto. Se qualcosa è passato di questo magistero, lo dobbiamo anche a lui.
E’ quello che è avvenuto qui, oggi, con il saluto che gli stiamo dando. La nostra liturgia è diventata il nostro saluto. E questo saluto forse dà senso anche all’espressione che si usa spesso, quanto un prete muore: che la sua vita “dopo” sia davvero una liturgia che non finisce più. “Lassù”, per usare un avverbio che s. Agostino usa spesso, lassù, nella Gerusalemme celeste, come racconta il visionario dell’Apocalisse 22Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. 23La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello”
Ecco: vogliamo augurare a don Antonio una buona continuazione delle sue liturgie. Lassù l’Onnipotente e l’Agnello sono il tempio. Nessun viale papa Giovanni da attraversare. Buona continuazione, don Antonio.