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Parrocchia in crisi/3. Il nostro compito: preparare un futuro. Diverso

Closeup of a support hands

 

Meno istituzione, più relazioni, meno regole più cultura... La parrocchia che potrebbe sopravvivere alla crisi attuale va immaginata molto diversa da quello che è oggi. Intanto si devono scavare cunicoli sotterranei per poter sbucare nel futuro

 

 

"Parrocchia" segnifica "casa presso". Ma fatica a essere casa

La vocazione originaria della parrocchia, lo sappiamo, e di essere “casa presso, vicino le case”. La Chiesa nascente del secondo testamento e nata nelle case. Si e parlato per molto tempo della parrocchia come una casa, una comunità, anche come famiglia di famiglie. Una famiglia non regge senza una casa. Lo sanno bene coloro che vivono senza fissa dimora cosa vuol dire quando incontrano un amico che gli chiede posso venire a casa tua? Così una comunità se non ha e non offre una casa che sia casa.

Sono certo sorte delle “case della comunità" ma prevalentemente come luoghi dove ci si ritrova per riunioni o per diverse attività, non dove qualcuno prova a vivere insieme. Una casa dove alcune persone, uomini e donne, provano a vivere insieme, dove il prete si ritrova a condividere la tavola e i tempi della vita con una famiglia, con quella famiglia allargata aperta anche ad alcune persone che vanno e vengono. Queste vi soggiornano solo per il tempo necessario di cui hanno bisogno per rialzarsi non sentirsi soli, ma sostenuti in un passaggio delicato e forse difficile della propria vita.

Piccoli segni si intravedono

Alcuni di questi segni ci sono. Si possono rintracciare questi nuovi germogli se ce ne accorgiamo. Li ritroviamo in piccole comunità di persone che abitano insieme, in alcune case con una porta aperta, un fuoco acceso e un piatto pronto, esperienze di vita condivisa. Qualcosa di diverso dalle canoniche dove abita il prete da solo o dove in una parte s’è installata la segreteria parrocchiale. Queste altre case di cui parlo non sono semplici uffici parrocchiali, ma luoghi di ospitalità fraterna, ascolto della Parola, cura della celebrazione, vita comune condivisa nella quotidianità con pratiche di ospitalità e attenzione ai poveri. Nell’ordine del segno, nel clima di una casa. Ma non si può avviare tali esperienze se non si vuole rivedere la mole del carrozzone parrocchiale.

C’e un principio monastico non disgiunto da quello domestico che potrebbe dare nuova linfa anche a quella comunità cristiana che è la parrocchia. Sono pochi segni, spesso giudicati come alternativi alla parrocchia e ritenuti marginali, non sempre sostenuti dalla propria chiesa locale, ma indicano un altro modo e mondo possibile.

Se mi permetto di immaginare un futuro per le parrocchie lo vedo in piccole comunità germinali diffuse a macchie di leopardo, come cellule che piano piano rivitalizzano poco a poco il corpo umano. Tutto il resto bisognerebbe nel frattempo affidarlo “per procura” ad altri per quello che anche meglio di noi possono fare.

Fare spazio, abitare il vuoto, ridare tempo a ciò che è essenziale in ordine alla missione dell’Evangelo. Le forme inedite di verranno incontro da se e ritroverà gioia e vigore anche l’annuncio.

Gente stanca della parrocchia alla ricerca di una buona oasi

Sono questi luoghi altri, rispetto a sinagoghe e chiese, come per Paolo – in quel bellissimo affresco presente negli Atti - quei nuovi corsi d’acqua dove della gente, spesso gruppi di donne - si raduna, prega, cerca vita nuova. E dove scorre l’acqua, non dove rimane stagnante, che l’annuncio del vangelo può trovare apertura ed accoglienza e rispondere alla sete dell’uomo del nostro tempo. Se non trovo dentro quest’acqua viva, se dai nostri templi e pratiche non scorre più acqua, gli uomini e le donne vanno a cercarla fuori. Ci mancherebbe altro che si accontentassero di intingere soltanto la mano in acquasantiere vuote o stagnanti.

Mi sorprende ritrovare in questi altri rivoli d’acqua un numero considerevole di persone adulte che raccontano di essere non solo passati dalla parrocchia, ma di essersi spesi in parrocchia ritrovandosi poi come limoni spremuti dopo anni di servizio. Prosciugati delle proprie energie vitali piuttosto che incoraggiati in un cammino di conoscenza profonda di se stessi, di nutrimento della Parola, di discernimento della storia fortificando la propria vita nello Spirito.

La comunità parrocchiale, che dovrebbe dare respiro alla vita, spesso chiede troppo e restituisce poco. Molti hanno iniziato generosamente a dare una mano e si sono visti prendere tutto il braccio, come se la vita si concentrasse solo nel perimetro della parrocchia e non fosse così degno viverla là dove la vita accade. Molte persone si sono inaridite nello spirito perché non hanno trovato il nutrimento necessario. Qualcuno senza piu quella linfa vitale ha continuato come ha potuto ad operare in un terreno dove non c’era più neppure l’erba (come cantava Celentano). Eppure, solo là dove cresce l’erba, anche i nostri luoghi possono tornare ad essere punti di attrazione, di ritrovo e di ristoro. Piccole oasi dove trovare acqua e cibo per sostenere il cammino nel deserto.

In attesa del futuro

Appartengo a quella generazione che non vedrà il cambiamento, il passaggio in una nuova terra. Dei nostri templi e pietre votive dice Gesù non rimarrà pietra su pietra che non venga distrutta. Forse bisogna aspettare l’avvento di questo tempo quando saranno altri a raccogliere quelle stesse pietre crollate e altre ancora per ricostruire qualcosa di nuovo. Nel frattempo, ci e chiesto – e quest’altra un’immagine cara a Sequeri - il lavoro silenzioso ma non isolato delle talpe: scavare cunicoli sotterranei, senza visibilità, per preparare strade che altri un giorno scopriranno gia aperte e percorribili.

Da ultimo raccolgo cio che mi viene nell’ascolto di alcuni amici viaggianti e giostrai. Alcuni di loro mi raccontano come anche per loro i tempi sono cambiati. Mi confidano le loro fatiche: sono aumentati le pratiche burocratiche, i vincoli imposti e le spese. Le giostre richiedono una continua manutenzione. Le luci delle giostre sono le stesse di un tempo, restano tutte accese, ma ci sono meno bambini che salgono. Pur nell’offerta di un buono per un primo giro gratis.

Qualcuno tra loro si interroga: “Dobbiamo reinventarci?”. La strategia di puntare sui bambini per avere di nuovo anche gli adulti non funziona più neppure nella fiera di Sant’Alessandro. Noi, invece, sembriamo incapaci di porci la domanda. Ma forse è proprio da lì che bisogna ripartire per ripensare l’annosa questione dell’iniziazione cristiana dei ragazzi? Chi anche tra i giostrai sta reggendo maggiormente questo cambiamento d’epoca sono coloro che hanno saputo riconvertire la propria offerta investendo sul nuovo, su quanto anche oggi, tra mille opportunità offerte sul mercato può essere davvero attrattivo per riaffezionare giovani e adulti.

La vera terra santa è l'esistenza di ogni uomo

Oggi la parrocchia non ha piu la forma necessaria per abitare la città secolare. Si rifugia in un revival di sacralità separato dalla vita, dimenticando che la vera terra santa è l’esistenza di ogni uomo, là dove il roveto brucia senza consumarsi e rivela una Presenza che salva. Siamo bravi a mettere pezze nuove su un vestito vecchio continuando a rammendare un tessuto lacero che non tiene più piuttosto che a lasciarci noi stessi rivestire del nuovo.

Sequeri, nel suo "Missione e comunità", ci provoca con una domanda semplice e radicale: come costruire comunità che, sull’esempio di Gesù, sappiano abbattere con mitezza e persino con ironia i muri delle differenze religiose e delle diffidenze irreligiose? E' la sfida di oggi: non solo teologica, ma pastorale. In un mondo sempre piu secolarizzato, le comunità cristiane devono trovare modi nuovi di testimoniare la fede, di attrarre senza trattenere, di generare senza possedere.

Molte regole poca comunità. Molte regole poca cultura

Il rinnovamento della parrocchia – istituzionale e spirituale – non è opzionale, ma via imprescindibile per ritrovare la forza missionaria. Papa Francesco ci ha messo in guardia: se la Chiesa si fa soltanto con chi viene in chiesa, allora perde slancio, smarrisce la missione, si ripiega su se stessa, fino a corrompersi. E non è forse questo che vediamo? Molta morale, poca comunità. Regole, ma non cultura. E soprattutto poca apertura all’azione dello Spirito.

Un segno evidente è che prendiamo in prestito la moneta di altri, incapaci di far circolare il tesoro che ci è stato affidato: il Vangelo, dono riversato dallo Spirito “a loro come a noi”, in chiunque teme Dio e pratica la giustizia.

E intanto, nel tempo presente, la guerra a pezzi – che Francesco aveva profeticamente annunciata – si è fatta guerra globale, imponendo ovunque la legge del più forte, calpestando il diritto umanitario e ignorando il diritto internazionale. In questo contesto, il cristianesimo non riaccenderà la sua portata antropologica – e non solo mistica – se non saprà elaborare una cultura capace di affezionare la coscienza e di rendere praticabile la libertà.

Forse dobbiamo smettere di considerare semplici “paradossi” le parole di Gesu : l’amore ai nemici, la vita spesa per guadagnarla, l’emozione del padre per il figlio ritrovato, la festa del cielo per una conversione impensabile. In queste figure estreme della radicalita evangelica si nasconde un’antropologia ancora inesplorata. Tocca a noi inventarla, portarla alla luce, metterla in rete.

Ci ritroviamo appunto come quei discepoli che nella notte di questa deriva ecclesiale siamo incontrati e attesi dal Risorto all’altra riva dove Lui stesso ha preparato già acceso un fuoco di brace. Il fuoco nuovo del mattino di Pasqua può accendersi in noi se come Giovanni riconosciamo che Lui “E’ il Signore”, e soltanto quando ormai si fa sera come i due discepoli di Emmaus ci lasciamo aprire gli occhi stando a tavola con Lui e osiamo confessare “non ci ardeva forse il cuore mentre lungo il cammino ci spiegava le Scritture?” Sono venuto a portare un fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse gia acceso. E lui il fuoco, a noi e chiesto di tenerlo vivo per noi e per tutti.

Un abbraccio don Enrico

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