Papa Leone viene designato “uomo dell’anno” dall’Istituto della Enciclopedia Treccani. La motivazione è un sottile elogio del “moderatismo” del Papa, Il quale, subito dopo, si incarica di smentire
Non è passata sotto silenzio nei mezzi di comunicazione, anche se presto è stata archiviata, la notizia che l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, prestigioso ente culturale, ha scelto papa Leone come “uomo dell’anno” (2025).
La fine astuzia di un giudizio che sembra positivo
Definito «uomo parsimonioso di presenza e di parole” la motivazione è per certi aspetti un capolavoro di fine astuzia. Certo. Vi si esprimono riconoscimenti lusinghieri specie per la sua concezione d’una Chiesa “povera con i poveri”, ma si diffonde a rilevare che papa Leone ha “scelto di sfumare la propria figura [nota nostra: rispetto alla nettezza rozza del Papa di prima], ridurne la rumorosità [nota nostra: rispetto al volume più alto del Papa di prima], bilanciare posizioni e udienze [nota nostra: rispetto allo sbilanciamento delle relazioni del Papa di prima], sottraendosi con pazienza ai tentativi di collocarlo a destra o a sinistra, tanto sul piano politico quanto su quello teologico [nota nostra: apprezzano un’equidistanza anche teologica, e non si vede quali siano i fini teologi giudici della Treccani]». E continua: «in un mondo in cui potenze che ambiscono a tornare “nuovamente grandi” [nota nostra: accenno evidente al MAGA – “Fare l’America grande ancora” - di Trump, ma verosimilmente anche, dato il plurale potenze, ad un imperialismo putiniano] hanno bisogno che altri si rimpiccioliscano nella coscienza dei propri diritti [accenno alla sudditanza degli altri popoli – Ucraina, Venezuela… - rispetto alle grandi potenze]».
La motivazione, a ben vedere, compone un elogio del moderatismo e una mal celata contrapposizione con un estremista predecessore, papa Francesco, che noi abbiamo evidenziato via via. Con una tecnica sottile di adescamento del Papa a cui si vuol far vestire l’abito che si vorrebbe che indossasse.
Ma il Papa li ha ben presto delusi, già con l’inizio del 2026, subito dopo che era stato nominato “uomo dell’anno” vecchio (2025).
Ma il “conservatore” papa Leone delude
Nel grande messaggio per la Giornata della pace (1° gennaio 2026), papa Leone sembra sfondare i lineamenti del ritratto morbido che gli avevano disegnato. In quel messaggio infatti ribadiva quel concetto di “pace disarmata e disarmante” che, senza giri di parole, va contro ogni volontà di guerra (anche di una guerra ritenuta “giusta”) e contro ogni volontà di riarmo; contro l’equivalenza che le potenze, anche Occidentali (anche l’Italia), continuano a stabilire tra deterrenza (cioè riarmo) e pace; contro le spese sottratte così alle opere di umanità solidale.
Pensiamo a quei due termini da lui utilizzati, scandalosi: pace “disarmata e disarmante”. Papa Leone aveva coniato l’espressione già nel suo primo messaggio, nel giorno della sua elezione (8 maggio 2025). In quel momento la pace “disarmata e disarmante” che egli invocava era “la pace di Cristo risorto”. Forse per questo l’espressione allora non suscitò reazioni contrarie, e trovò consensi ovunque perché la pace era rinchiusa, per così dire, nell’ambito religioso e ivi era neutralizzata perché appariva sottratta all’applicazione politica. Volava, insomma, al di sopra delle situazioni contingenti (e divisive).
Anche nella successiva Nota pastorale dei Vescovi Italiani, Educare a una pace disarmata e disarmante (Assisi, 19 novembre 2025), la coloritura educativa della pace rendeva quella espressione valida per tutti e accettabile agli occhi dei nostri benpensanti realisti per i quali la guerra, quando ci vuole, ci vuole.
La pace “disarmata e disarmante” deve prendere corpo
Però non si poteva più fare alcun distinguo da quando papa Leone, dopo averla nuovamente citata, ne aveva sviluppato il senso, declinandola a lungo come pace storica, tra popoli, ora, nel messaggio per la Giornata della pace del Capodanno 2026, perché – continuava -, “quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. E addirittura si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze”. Qui l’ha, insomma, collegata alle guerre in corso; l’ha contrapposta alla corsa per il riarmo e quindi contrapposta alla pace per deterrenza; l’ha posta in alternativa perfino alla risposta ad attacchi di aggressione; e l’ha vista come apertura alla cura della promozione sociale dei popoli e delle persone più bisognose.
Questo stravolge la dinamica relazionale dell’umanità normale, che si basa sulla logica “contrappositiva” e che, addossando ad altri con le proprie paure una pericolosità futura, stravolge nel presente la “reciproca fiducia”, instaurando nei rapporti umani il dominio della paura e della forza. Mentre il modo migliore per instaurare la pace è per il Papa il cominciare a dare per primi fiducia disarmandosi.
Papa Leone si poneva così, con un proprio taglio ancor più storicizzato, e quindi politico, sulla filiera teologica di papa Francesco. Lo stile mite diventava sottile lama tagliente.
Il Papa promosso purché faccia l’innocuo zufolatore
Di fronte a queste dichiarazioni così forti, quell’opinione pubblica moderata che aveva salutato papa Leone come “uomo dell’anno” per la sua amabile equidistanza, si è trovata in imbarazzo e, prima di archiviare chetamente la pratica scomoda, ha tirato in ballo un altro principio, un po’ meno elegante e perfino irrispettoso: “Siccome è Papa, deve dire queste cose”. Col pensiero sottinteso: “Noi, invece, che siamo uomini, sappiamo che non è così”.
Ma Leone non era “uomo” dell’anno? Ora, eletto Papa, egli è tenuto – secondo loro - a dire cose giuste che però l’”uomo” non potrà mai fare. Promosso e onorato come Papa a condizione che sia uno zufolatore che non chiede di essere preso sul serio dagli uomini e dalle donne comuni. Ma se queste sono le condizioni per un Papa, ci sarebbero gli estremi per dare le dimissioni dal mandato petrino.