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Non si confessa (quasi) più nessuno

I preti non hanno tempo. Il rito è stato di fatto soppresso: si confessa in maniche di camicia, in casa, nei banchi, all’esterno, ovunque. Con il Covid anche il vecchio “confessionale” è stato abbandonato. La gente fatica a confessarsi perché anche la Chiesa – e i preti in particolare – sembrano faticare a crederci davvero

Il rito banalizzato

Domenica ho confessato. Come sempre: pochi ma buoni. Se sono buoni i (pochi) penitenti rimasti, non è altrettanto buono il modo come noi li riceviamo. Ho confessato davanti a un altare laterale, a sinistra, entrando. Ovviamente, non ha nulla di adatto al sacramento: è solo uno spazio in cui si sono collocate due sedie. E non ha nulla di bello, se si eccettua, naturalmente, la splendida tela del Moroni che, però, non ha nulla a che fare con il sacramento della penitenza. D’altronde non si può fare diversamente. Si occupano gli spazi rimasti liberi. Ma sono spazi che non sono stati concepiti per confessare.

Il non-spazio del sacramento della penitenza è, forse, l’ultimo atto di una deriva di questo sacramento, sempre meno praticato dai fedeli e sempre meno considerato dalla stessa liturgia e dai preti che ne sono i “ministri” e quindi i primi responsabili. 

Il rito della confessione ha perso la sua identità liturgica: senza spazio, senza gesti specifici e riconoscibili

Siamo arrivati, ormai a una fase in cui è stata tolta al sacramento della confessione ogni tipo di identità liturgica. Già da tempo, si confessa in chiesa o in casa, si confessa in maniche di camicia o – molto raramente – con un paramento liturgico. D’altra parte, quale è il paramento liturgico “adeguato” per questo sacramento? Non si sa. Da qualche parte deve essere scritto. Ma non si sa che è scritto e non si sa che cosa è scritto. Ma poi, soprattutto, il saluto iniziale, la lettura della Parola di Dio, l’imposizione delle mani, il saluto finale, tutti momenti del rito, questi sì scritti, comandati e prescritti: se ne fanno solo alcuni e solo da parte di qualcuno.:

Il confessionale abbandonato

Adesso siamo arrivati al capitolo successivo. Fino a prima del Covid, in diverse parrocchie, si usava l’antico, glorioso confessionale. Che non era gran che come spazio liturgico, ma c’era. Quando si vedeva una persona sull’inginocchiatoio si sapeva che lì, in quel momento, stava avvenendo quel particolare evento: ci si stava confessando. 

Il vecchio “confessionale” è diventato un mobile vuoto

E’ arrivato il Covid e, per ordine dei medici e per obbedienza nostra, si è abbandonato il confessionale. Adesso che la pandemia è stata dichiarata conclusa, adesso che abbiamo abbandonato la mascherina, che abbiamo ripreso a fare la comunione come prima, non abbiamo, però, ripreso a usare il vecchio confessionale. Il quale resta lì, mestamente, in fondo alla chiesa, a testimoniare soltanto che non serve più.

In tutte le chiese esistono altari dedicati alla Madonna, ai santi, cappelle speciali… Tutte devozioni sante e belle, ma devozioni o “sacramentali”, come spesso vengono chiamate. Ma non sono sacramenti. Non c’è, invece, uno spazio specifico per un rito che è uno dei sette riti fondamentali della Chiesa cattolica: il sacramento della penitenza.

Un sacramento diventato colloquio privato

E’ successo, dunque, che si è progressivamente tolto al sacramento del perdono molti dei suoi tratti liturgici e lo si è ridotto a un colloquio privato.

Ora, una liturgia, qualsiasi liturgia, o si vede o non è (o è come se non ci fosse). La penitenza, privata anche da quel residuo di spazio suo, il confessionale, non si vede più e quindi non c’è più o è come se non ci fosse.

Eppure qualcuno si confessa ancora. E, spesso, bene. Andrebbe trattato meglio

P. S. Da ricordare quelle parrocchie in cui è stata approntata una “penitenzieria”, una stanza o alcune stanze, adeguatamente attrezzate, per una dignitosa celebrazione del rito del sacramento. Ma sono poche e anch’esse, causa pandemia, poco usate.

Da ricordare soprattutto quei – pochi – fedeli che ci credono ancora e che si confessano per lo più molto bene. Ma sono pochi anch’essi. E, anche per questo, avrebbero diritto a un migliore, più dignitoso trattamento.

2 Comments

  1. Lucio Dassiè ha detto:

    Ha ragione.
    Ma secondo me c’e un fatto molto più triste sotteso a quanto ha ben descritto. E cioè che non si frequenta più il sacramento della riconciliazione, perché non si avverte il bisogno del perdono e prima ancora della grazia dell’amore di Dio. E’ il sentirsi salvati perché perdonati che è il centro della nostro vivere di credenti: da esso scaturisce la gioia, la capacità di perdonare a nostra volta, la missionarietà. Mi continua a colpire che Papa Francesco, alla sua prima intervista che rilasciò alla Civiltà Cattolica poco dopo essere eletto, alla domanda “Chi è Bergoglio?”, dopo un breve silenzio di meditazione, rispose ” Sono un peccatore”: come dire di riconoscere di aver il bisogno di essere perdonato, costantemente. Tornando al sacramento della riconciliazione, mentre poche sono le confessioni – di contro- numerosi accorrono invece – tra coloro che partecipano alla Messa -al sacramento dell’Eucaristia. Questa asimmetria che significa? C’e’ forse qualcosa che non torna nella maturità della fede.

    • Alberto Carrara ha detto:

      Totalmente d’accordo. Quanto lei dice è il problema a monte: la perdita del senso del peccato. “A valle” questo ha contribuito all’impoverimento del rito. Un perfetto circolo vizioso

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