Due, perché ho varcato la Porta Santa di San Pietro in due occasioni diverse, mercoledì 4 giugno e sabato 6 settembre: completamente diverse per le circostanze e le modalità con cui ciò è avvenuto, ma entrambe vissute da me con grande intensità e desiderio
A Roma: la veglia, la messa, l'entrata in san Pietro
Mercoledì 4 giugno sono arrivato a Roma dopo tredici giorni di cammino solitario lungo la Via di Francesco da Assisi a Roma, per circa 200 chilometri: è stato un percorso molto bello da ogni punto di vista, spirituale, fisico, paesaggistico, artistico, e l’ingresso in San Pietro ha voluto essere, prima di tutto, un ringraziamento al Signore per avermi aiutato a vivere questa bella esperienza così ricca e coinvolgente e, poi, un modo per richiamare a me stesso la necessità di cercare sempre la Porta che introduce e che dà vita, Gesù Cristo.
Sabato 6 settembre, invece, ho partecipato al giubileo organizzato dall’associazione di cristiani lgbt “Tenda di Gionata” per le persone lgbt credenti, e quindi con altre 1200 persone circa, provenienti da tante regioni italiane e da tanti paesi stranieri diversi.
Inizialmente avevo escluso di prenotarmi, proprio perché vi ero già andato da solo il 4 giugno, ma poi, ormai a metà agosto, ho pensato che sarebbe stato bello che anch’io partecipassi a questo giubileo in modo comunitario, che ha richiesto un grande impegno organizzativo, dove avrei incontrato anche altre persone che conosco da tempo, con le quali avrei potuto condividere un’esperienza che, via via che si avvicinava il giorno fissato, desideravo con intensità sempre maggiore.
I momenti previsti erano tre: una veglia venerdì 5 giugno alle ore 20 nella Chiesa del Gesù; la celebrazione eucaristica sabato 6 alle ore 11 nella stessa chiesa; la processione giubilare sabato 6 alle ore 15 lungo via della Conciliazione fino all’ingresso in San Pietro.
"Nessuno deve sentirsi escluso"
Diversi servizi televisivi ne hanno parlato, data anche l’eccezionalità dell’evento: per la prima volta in un giubileo venivano dati spazio e visibilità ai cristiani lgbt che desiderano e vogliono sentirsi riconosciuti, come ogni battezzato in Cristo, parte della Chiesa, popolo di Dio, chiamato, anche mediante il giubileo, a ricevere l’amore di Dio e a convertirsi a Cristo.
Desidero soffermarmi soltanto su due aspetti, fra i tanti, che mi hanno particolarmente colpito: il primo riguarda alcune forti affermazioni fatte durante l’omelia della messa di sabato 6 da Francesco Savino, vescovo di Cassano Ionio e vicepresidente della CEI, che presiedeva la concelebrazione: «Nessuno deve sentirsi escluso. Sottolineo: nessuno escluso. Nessuno debba più temerlo come una minaccia. Gesù, via, verità e vita, ancora rendi tua la nostra Chiesa, di cui noi siamo parte».
E un po’ oltre: «Il Giubileo è il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. Fratelli e sorelle, lo dico con emozione: è l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata».
Le parole liberatorie del vescovo. Gli applausi
A questo punto dall’assemblea si è levato un applauso spontaneo, durato alcuni minuti, col quale le oltre mille persone presenti hanno dato voce ai tanti episodi, poi ricordati dallo stesso vescovo Savino, in cui hanno visto la dignità delle persone lgbt calpestata dai pregiudizi e dalle paure.
A quelle parole il mio pensiero è andato, nei giorni successivi, anche a due testi ufficiali della Chiesa, uno molto recente, un altro meno, ma importantissimo: Dignitas infinita, la Dichiarazione sulla dignità umana del 2024, e Dignitatis Humanae, la Dichiarazione conciliare sulla libertà religiosa del 1965. Anche alla luce di questi testi, io credo che veramente sia necessario, a cominciare dalle nostre comunità cristiane, mettere in atto ciò che il vescovo Savino ha detto in modo così energico e appassionato.
Tante persone, una sola fede
L’altro aspetto è quello che ho percepito soprattutto durante la processione verso San Pietro, anche se è emerso in modo evidente già alla veglia e alla messa: il fatto di camminare accanto a tante persone di tanti paesi diversi, accomunate però dalla stessa fede di cristiani e dal desiderio di vivere insieme un’esperienza di preghiera, di riconciliazione, di misericordia, di gioia.
Ho toccato con mano la dimensione della “cattolicità” o universalità della nostra Chiesa, dove le differenze, che sono una ricchezza, non devono però più essere motivo di esclusione, dove veramente, nel nome di Gesù, Cristo, ci sia spazio per tutti e, quindi, anche per le persone lgbt.