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Del buon uso dei soldi. Dove investire i soldi della comunità cristiana

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La Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha pubblicato il 21 Maggio scorso una versione aggiornata delle “Linee guida in materia di investimenti etici sostenibili”. Il documento si propone di offrire criteri chiari per una gestione trasparente e responsabile degli investimenti da parte innanzitutto delle comunità ecclesiali ma anche di tutti i fedeli e degli “uomini di buona volontà”. Le linee guida saranno presentate pubblicamente il 9 Giugno dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI.

 

 

Nel frattempo mi sembra un utile esercizio porre qualche riflessione sulla recente (Febbraio 2026) costituzione annunciata dalla “Banca Vaticana” ovvero lo IOR (Istituto per le Opere di Religione) di due nuovi indici azionari etici per gli investimenti in borsa che classificano i fondi in base alla loro eticità. Ciascuno di questi indici seleziona 50 società a media e grande capitalizzazione. L'obiettivo è proprio quello di offrire un punto di riferimento rigoroso per chi vuole investire in borsa senza tradire i principi morali e sociali cattolici, allineandosi con la Dottrina Sociale della Chiesa.

Come funziona la classificazione e lo "screening" etico?

Per stabilire cosa finisce dentro e cosa viene tassativamente escluso da questi panieri finanziari che seguono le linee guida della CEI o della USCCB americana, si applicano filtri molto rigidi basati su tre pilastri:

  • Esclusioni Morali Dirette: Vengono escluse a priori tutte le aziende coinvolte in settori considerati incompatibili con il valore della vita e della dignità umana. Niente armamenti (soprattutto armi di distruzione di massa o contro i civili), pornografia, gioco d'azzardo, tabacco, o aziende legate a violazioni dei diritti umani e sfruttamento del lavoro minorile.
  • Criteri di Governance e Tutela Sociale: Si prediligono società che dimostrano attenzione alla parità di retribuzione, alla diversità nei consigli di amministrazione e a pratiche di correttezza fiscale e anticorruzione.
  • Custodia del Creato: In linea con l'enciclica "Laudato si’" di Papa Francesco, c'è un forte accento sulla sostenibilità ambientale. Le aziende ad altissima emissione di carbonio o che non hanno piani di transizione ecologica vengono penalizzate o escluse.

Bisogna osservare che non si tratta di una novità in assoluto. Anche se lo IOR ha fatto notizia con i suoi indici proprietari, sul mercato esistono già da tempo strumenti simili emessi da grandi case di gestione che sono tarati sui "Catholic Principles", consentendo anche ai piccoli risparmiatori di investire in fondi che rispettano queste linee guida.

Perdere soldi in nome della morale?

Parliamoci subito chiaramente per sciogliere la principale riserva: investire con coscienza comporta di penalizzare il portafoglio?

Il comportamento dei rendimenti degli indici etici cattolici rispetto a quelli tradizionali è un tema molto studiato. La risposta breve è: storicamente si difendono benissimo e, in molti casi, mostrano performance quasi identiche o leggermente superiori ai mercati tradizionali, sfatando di fatto un vecchio mito. Investire seguendo i principi cattolici non significa affatto guadagnare di meno.

Ecco come si spiega questa dinamica e cosa dicono i dati.

  • Performance a confronto: Il fattore "Tech". Gli indici basati sui principi cattolici applicano filtri severi su settori come gli armamenti, il tabacco, il gioco d'azzardo e i combustibili fossili e si spostano su altri comparti, in primis la tecnologia, l'informatica e i servizi digitali, che per loro natura hanno un impatto ambientale diretto inferiore e non violano i filtri morali classici. Dato che negli ultimi dieci anni, il settore tecnologico ha trainato letteralmente le borse mondiali, gli indici cattolici hanno spesso beneficiato di questo "sovrappeso" tecnologico, riuscendo a rivaleggiare o a superare i benchmark tradizionali.
  • Minore volatilità e gestione del rischio. Le aziende che superano i filtri della Dottrina Sociale della Chiesa e della finanza sostenibile tendono ad avere una migliore governance interna e minori rischi legali e reputazionali (come scandali legati a frodi fiscali, disastri ambientali o sfruttamento del lavoro). In finanza, una governance solida si traduce spesso in una minore volatilità e hanno spesso mostrato una maggiore resilienza nelle fasi critiche (come il crollo legato alla pandemia o le tensioni geopolitiche), "sentendo" meno i colpi rispetto agli indici tradizionali.
  • Il "rovescio della medaglia": quando l'indice etico fatica. Non è sempre tutto rose e fiori, ed è giusto essere realisti. Esistono cicli economici in cui gli indici cattolici possono restare indietro, ad esempio nelle fasi di boom delle "Sin Stocks" (le azioni del peccato). Se si verifica una crisi energetica o un conflitto geopolitico globale, i titoli petroliferi e le aziende della difesa/armamenti tendono a registrare profitti record e a volare in borsa. Poiché gli indici cattolici escludono totalmente (o quasi) questi settori, in quei precisi momenti storici l'indice etico crescerà meno rispetto a un indice tradizionale che include tutto.

E se la mia banca finanzia l’industria delle armi?

La controversia. Uno dei dilemmi più profondi e dibattuti all'interno della finanza etica è quello che gli analisti chiamano il problema della filiera o della "coerenza dell'intermediario". Dato che le banche che collocano questi titoli sono molto spesso le stesse che finanziano aziende che operano, ad esempio, nel settore delle armi, non viene di conseguenza compromesso nell’insieme il carattere di eticità dell’investimento?

Per fare chiarezza su questo dilemma, la finanza etica cattolica distingue solitamente due livelli:

  • L'etica del "Contenuto" (Il singolo fondo). Se guardi solo il fondo comune o l'indice (come quello dello IOR o i fondi sui Catholic Principles), l'aspetto etico sui tuoi soldi è garantito. I tuoi risparmi specifici vengono usati solo per comprare azioni di aziende pulite (tecnologia, sanità, energie rinnovabili). Nemmeno un centesimo del tuo denaro va direttamente a produttori di mine antiuomo o di caccia militari. Da questo punto di vista, l'obiettivo di "non finanziare il male" è raggiunto.
  • L'etica della "Filiera" (L'intermediario). La stragrande maggioranza dei fondi cattolici sul mercato è creata e venduta da colossi bancari tradizionali. Queste banche, con i loro fidi e i loro investimenti generali, finanziano spesso l'industria bellica o i combustibili fossili. Quindi, anche se il fondo che compri è "santo", la banca che te lo vende ci guadagna delle commissioni di gestione, e con quei profitti alimenta la sua attività globale, che può includere il finanziamento delle armi.

La risposta: un compromesso tollerato

I redattori delle linee guida per gli investimenti affrontano questo problema usando il concetto di "cooperazione al male" distinguendo tra Cooperazione diretta, ovvero Investire in un fondo che contiene aziende produttrici di armi (da evitare assolutamente) e Cooperazione indiretta o remota, ovvero investire tramite una banca tradizionale per comprare un fondo etico (tollerata per necessità). Dal momento che nel sistema finanziario attuale è quasi impossibile per un cittadino comune operare senza passare da una grande banca, questa contraddizione viene spesso accettata come un "compromesso necessario" per poter comunque fare del bene con il proprio denaro.

Su questo punto cruciale le riflessioni da parte di teologi moralisti, esperti di Dottrina Sociale della Chiesa ed economisti cattolici mettono in luce un dibattito molto interessante. C'è un generale plauso per l'operazione di trasparenza, ma non mancano forti riserve morali sia su cosa sia stato incluso in questi panieri sia sull’aspetto della filiera.

Intanto i moralisti discutono

Il dibattito all'interno del mondo cattolico sollevato da questa mossa dello IOR vede schierati autorevoli teologi moralisti ed economisti su posizioni ben delineate. Possiamo identificare i protagonisti di questa discussione in due grandi schieramenti:

  • La posizione "Riformista e Pragmatica" (L'etica del passo possibile). I sostenitori di questa linea ritengono che l'indice dello IOR sia un eccellente strumento di transizione. L'idea di fondo è che la finanza globale esiste, le diocesi e gli ordini religiosi hanno patrimoni da gestire per sostenere le loro opere di carità, e quindi è meglio "ripulire" i mercati azionari piuttosto che chiamarsene fuori. Tra le voci autorevoli che incarnano questo approccio troviamo Monsignor Nunzio Galantino (già presidente dell'APSA, l'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica). La sua linea sostiene che la finanza cattolica non deve isolarsi in una "bolla di purezza impraticabile", ma deve usare gli strumenti moderni (come gli indici) per costringere le grandi aziende multinazionali a cambiare i loro comportamenti.
  • La posizione "Profetica e Critica" (La finanza alternativa). Dall'altro lato dello spettro ci sono teologi moralisti ed economisti di ispirazione francescana o legati ai movimenti di base, che vedono l'indice dello IOR come un compromesso eccessivo, se non un'operazione di "facciata" (faith-washing). Tra questi annoveriamo Alessandro Volpi, storico e attento analista della finanza cattolica che fa notare l'enorme contraddizione di un indice cattolico dominato da aziende Big Tech (come Meta, Amazon, NVIDIA) che creano monopoli, eludono le tasse nei paesi poveri e sfruttano i lavoratori della logistica; elementi totalmente contrari all'economia fraterna voluta da Papa Francesco. Dal canto suo Luigino Bruni, economista che ha lavorato a stretto contatto con il Papa per l'iniziativa The Economy of Francesco, sostiene che la vera finanza cattolica non può limitarsi a "comprare le azioni meno peggio a Wall Street". La critica morale qui è radicale: l'indice azionario cerca comunque la massimizzazione del profitto speculativo nel breve termine. Secondo la visione profetica, i soldi dei cattolici dovrebbero essere disinvestiti dalle borse per finanziare direttamente le comunità, l'agricoltura sociale, il microcredito e le imprese cooperative.

Dibattito aperto e cruciale per chiunque senta la responsabilità di operare la giustizia anche attraverso l’impego dei propri risparmi. Da tenere vivo. Non lasciamo che queste “Linee guida” vengano pubblicate e scivolino rapidamente in un sostanziale oblio, senza lasciare traccia sul nostro “portafoglio titoli”.

P.S.  L'investimento finanziario complessivo della Chiesa cattolica italiana (Santa Sede/Vaticano, CEI, 226 diocesi, circa 26.000 parrocchie e ordini religiosi), escludendo l'enorme patrimonio immobiliare, si attesta tra i 10 e i 15 miliardi di euro.

In media la parte di patrimonio delle famiglie italiane che è investito in strumenti finanziari o assicurativi è stimato in circa 195.000 euro a famiglia (il dato deriva dai rapporti macroeconomici di Banca d'Italia e ISTAT). La grande maggioranza di esse si dichiara cattolica.

Non stiamo dunque parlando di pochi privilegiati.

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