Dei teologi si trovano ed elencano i grandi problemi di oggi. Dal grande elenco manca la politica.
La speranza sulle piccole cose e la speranza che apre gli orizzonti più vasti.
La nostra Chiesa trova più gratificanti le “pizzate” comunitarie, dove il discorso serio è evitato perché arresta la digestione
Un recente convegno di teologi morali, di grande spessore, ha individuato i temi etici che saranno all’ordine del giorno nel prossimo futuro: rapporto uomo e mondo; popolazione e immigrazione; guerra e pace: inquinamento; povertà; vita e morte disponibili; intelligenza artificiale. Stupisce che manchi la politica. Si potrebbe rispondere che essa è l’orizzonte in cui si sviluppano tutti quei temi, ma anch’essa ha bisogno di essere ri-determinata in quanto problema, specie in casa cattolica. Anche questo è un segno della caduta dell’interesse.
Ma anni fa si diceva che la speranza deve diventare teologia politica
Eppure alla fine degli anni Sessanta il teologo Metz affermava che la speranza deve evolversi in teologia politica, che ha come compito di formulare il messaggio escatologico del cristianesimo nella prospettiva delle condizioni della società attuale. Ora sia l’umanesimo ateo sia l’appartenenza di fede hanno perso “speranza” progettuale e si affiancano nella dimensione privatistica dello “speriamo che me la cavi”.
Il merito di Papa Wojtyla: ha portato al centro del dibattito il "fatto religioso"
La più grande funzione culturale del papato di Giovanni Paolo II è stata - a mio giudizio - quella di riportare al centro del dibattito il fatto religioso che sembrava ineluttabilmente destinato all’eclisse. E però ciò ha comportato anche una certa ambiguità: che l’ambito religioso sia inteso come totalmente separato (“sacro”), così assoluto da rendere relativa e ininfluente qualsiasi mediazione umana. Ma la speranza deve scattare sopra questi limiti, proprio perché non è lasciare responsabilità solo all’Altro, ma un operare in proprio con la sicurezza di essere sostenuti da un Altro. Proprio la trasposizione consapevole della dimensione della speranza cristiana nello spazio civile può, più ancora che il rifugio nel sacro, ricostituire la dimensione vera della speranza, perché lo spazio civile costringe a partecipazioni che chiedono necessariamente di confrontarsi e di convergere e di superare l’angoscia circa l’impossibilità di stabilire parametri di comunione interumana.
Alla ricerca della "pace di Babilonia" che permette alla "città" di stare insieme
E perciò la speranza teologale non può essere estranea alla politica (o costruzione della città), se non si vuole depauperare di speranza il più alto compito etico dell’uomo. La speranza perciò è certa della possibilità di trovare sempre qualche forma di amore partecipato dentro la quale si disponga la città dei diversi: quella che Agostino, nel de civitate Dei chiamava “una qualche pace” o, più significativamente, “la pace di Babilonia”, cioè quella che sola può tenere insieme la città, anche la più secolarizzata e frantumata.
La speranza perciò entrerà negli spazi civili nella misura in cui al credente stesso verrà proposta la speranza non come virtù che prescinda da uno sviluppo mondano e che sfugga al discorso storico, ma solo se essa si abituerà a rintracciare con fiducia in tutti gli spazi dell’umano la presenza ineludibile dell’amore di Dio che in tutti ci ha preceduto.
La speranza ci dice che Dio "è già là", è arrivato prima di noi
Per speranza, appunto, noi sappiamo che Egli anche nelle zone apparentemente più lontane, in qualche forma è già là, già arrivato prima di noi (schon angekommen, direbbe Rahner), anche fuori delle mura del sacro e della stessa appartenenza religiosa.
È lo stesso messaggio che viene dalla vicenda di Elia nell’Oreb (1 Re 19). Alla disperazione di Elia di non essere riuscito, nonostante il fuoco del suo zelo, a trattenere gli Israeliti nell’alleanza con Dio e di essere rimasto solo, il Signore risponde:
Su, ritorna sui tuoi passi... Io mi sono risparmiato in Israele settemila persone che non hanno piegato le ginocchia a Baal e non l’hanno baciato con la bocca” (1 Re 19,15.18).
Certo, l’eclisse del fine a vantaggio dei bisogni immediati e dei desideri parziali ha immesso nella società inediti contenuti di vitalità, sia spontanei sia organizzati, perché ciascuno è portato a mobilitarsi con più passione per il proprio desiderio; e ha messo a nudo la carenza sostanziale e torpida di un fine umano rinchiuso nei termini di una razionalità impersonale, se non addirittura burocratica.
La crisi ha portato la politica a interessarsi solo delle "piccole cose"
Però l’insuccesso epocale dell’ideologismo (cosa diversa dall’ideologia) ha spento la speranza come tensione verso l’intero, tanto che vien da chiederci se oggi non sia possibile solo l’incontro su piccole speranze. La crisi di speranza utopica coincide con la crisi della visione della politica, che diventa decisione sulle piccole cose, perché quelle grandi sono fuori della portata e del coinvolgimento. Eppure i problemi che ci attendono nel futuro saranno dirompenti.
Il rischio di una "ritirata" dei cristiani verso una speranza "diminuita"
I cattolici sembrano credere quasi che la speranza possa ricostituirsi solo al di fuori delle istituzioni socio-politiche, in una ricerca di tipo psicologistico, di tipo suppletivo consolatorio o familistico, di gruppo amicale. E il ruolo della speranza non è più quello di alimentare le grandi scelte politiche, ma di renderle “realistiche”; il che spesso vuol dire calcolate in senso particolare. Si impone il principio utilitaristico (ricerca dell’utile per noi) che scalza il principio “speranza”, nel senso che cerca con cautela il possibile e demonizza i progetti. Affinché la speranza non si tramuti, per impossibilità in disperazione, l’uomo deve avere una certa garanzia, un fondamento che meriti fiducia: “Non basta richiamare i principi, affermare intenzioni, sottolineare ingiustizie stridenti e proferire denunce profetiche: queste parole avranno peso reale solo se s’accompagnano per ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e d’una azione effettiva” (Octogesima adveniens, 46).
Noi riteniamo che le speranze umane non possano perdere questo ruolo di disvelazione e di anticipazione della speranza cristiana, anche ai nostri giorni, perché è assurdo pensare che la speranza “umana”, che già gli antichi chiamavano ultima dea, e la speranza cristiana, veramente proiettata all’attesa certa dell’eschaton, abbandonino il mondo, fino alla sua fine.
La nostra Chiesa sa mettere nella educazione politica almeno la metà della passione che mette nell’organizzare le attività oratoriane e i CRE?
Da tempo è apparso chiaro che non si può realizzare la dignità dell’uomo senza la sua liberazione economica, ma il primato dell’economico presuppone quello dell’umanesimo totale. Ma si sa che la materia ha più immediata e convincente forza persuasiva rispetto allo spirito: già Paolo sapeva che nasce prima l’uomo materiale (1 Cor 15,46); e Caino nasce prima di Abele, come fa notare Agostino (de civ. Dei, XV,1), cioè l’uomo legato alle immediate percezioni del senso e tendente a esaurire nel secolo le proprie aspettative.
Arriva prima l’economia (la materia si adegua prima dello spirito), ma arriva con le sue regole: efficienza e scarto delle debolezze che ritardano l’efficienza. Essa si prende il primato che spetta alla politica (che è attività architettonica) e fa assumere anche alla politica il volto suo: tecnicità efficiente e meritocrazia, non visione globale e inclusività di chi è meno dotato; decisione (meglio se di un decisore unico), non costruzione condivisa; interesse generale, non bene comune. Non basta una convegnistica cattolica che parli di rilancio dei cattolici in politica se non si fa chiarezza su queste distinzioni di fondo, disvelando le resistenze che si oppongono alla dottrina sociale. La dottrina sociale non è andare in chiesa e occuparsi della cosa pubblica, ma andare in chiesa per trovare in essa le giuste ragioni di questo impegno.
Ma lo sa fare la nostra chiesa? Mette essa nella educazione politica almeno la metà della passione che mette nell’organizzare le attività oratoriane e i CRE? O sono più gratificanti le “pizzate” comunitarie, dove il discorso serio è evitato perché arresta la digestione?