Arte da un frammento di vita.
Una tragedia, il genocidio armeno, un artista e il suo dramma personale.

Attesa
Lo scatto risale al 1912 in un villaggio vicino al lago Van nell’allora Turchia ottomana. Ritrae un bambino di 8 anni che si chiama Vosdanig Adoian, elegante, compunto, tiene in mano un mazzolino di fiori; è vicino alla sua mamma, seduta a capo coperto, anche lei con fiori sulla tunica che la copre fino ai piedi.
Sfondo sfuocato, contrasti tra chiari e scuri di luci radenti e, soprattutto, lo sguardo frontale di madre e figlio, che fissano chi guarda senza sorridere, creano un’immagine sospesa di attesa: sarà l’attesa di un dramma.
Il genocidio armeno
Incombe quello che sarà il Genocidio Armeno; il papà ha lasciato la famiglia già da quattro anni per eludere il servizio di leva e si è rifugiato negli Stati Uniti; tre anni dopo, allo scoppio della guerra mondiale, madre e figlio si rifugiano in Armenia, in fuga dalla persecuzione in atto sulla minoranza armena da parte dell’esercito ottomano.
Nel 1919 la mamma muore di stenti e Vosdanig riesce a raggiungere gli Statiti Uniti. Ha 16 anni e decide di cambiare nome in Arshile Gorky: Gorky come il grande scrittore che ammira, “gorky” come “amaro” nella lingua russa.
Porta con sé la fotografia del 1912 e sarà viatico per la sua formazione artistica; la rielabora in due dipinti che accompagnano l’intera sua travagliata vita.
In America si inserisce nel dibattito artistico più aggiornato contribuendo a definire la cultura dell’espressionismo astratto.
Il successo non “addolcisce il suo amaro gorky”: Arshile muore suicida all’età di 44 anni.
Pittura per la consapevolezza del passato
Nei due dipinti, il secondo grande il doppio del primo, i volumi complessivi restano simili all’immagine fotografica, ma figure e sfondo si scompongono in campiture tinte di sfumato monocromo. Nel 1942 i colori assumono tenui e solari tonalità pastello, ma punti di nero – punta di una scarpetta, bavero, capelli - scandiscono lo spazio
I fiori della fotografia spariscono dalla mano del figlio e dalla tunica della mamma; anche le mani sfumano in macchie; i volti si congelano nell’ieratica solennità delle antiche icone.


Se il primo dipinto crea un’immagine stabile definita nello spazio, il secondo - dopo dieci anni di rielaborazione – diventa una sinfonia di spazi colorati orchestrati in fragile nostalgica tristezza, quasi musica più che pittura.
Espressionismo astratto per dare forme a tragedie e sentimenti
Quando la realtà diventa tragedia le migliori forme per raccontarla si possono trovare nel sogno, nel dormiveglia, nella fantasia, nel mondo sospeso delle dimensioni surreali, nelle deformazioni della memoria, nello struggimento dei ricordi, nella ricerca dello spirito, nelle verità emergenti a sprazzi dall’inconscio: tutto, in quanto vissuto, molto “reale”.
Quando si cercano le più vere forme da dare ai sentimenti la soluzione viene dai colori - sgocciolati, sfumati, stesi a saturazione, stratificati in trasparenza, contrastati – dalla dissociazione di forme e contorni, da figure biomorfe, da amebe.
Con tutto questo i dipinti esplodono nella libertà del prodigioso fervore, sprigionano energia, e le forme tornano alla vita.
Così sarà l’arte matura di Arshile Gorky che poco prima di morire dà forma a “come il grembiule ricamato della sua mamma si dispieghi nella vita”.

olio su tela cm. 101x114 – Seattle Art Museum
P.S. - Chissà se oggi qualche bambino di Gaza, del Sudan, Ucraino o in fuga nel deserto, porti in tasca una fotografia; forse sarà futura nuova arte.
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