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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Dov’è tuo fratello? Il Vangelo visto dalle periferie

coppia povertà poveri

Il 22 settembre scorso, a Roma, un centinaio di sacerdoti venuti da diversi Paesi ha camminato da Borgo Santo Spirito fino alla sede di Leonardo, la principale industria italiana degli armamenti. In testa portavano un sudario con i nomi di 330 bambini uccisi a Gaza e in Libano dopo l'annuncio del cessate il fuoco. È la rete “Preti contro il genocidio”, nata un anno fa e oggi forte di oltre 2.600 aderenti, tra cui cardinali e vescovi. Si può discutere sulle parole e sui modi. Ma quel corteo pone una domanda che riguarda tutti: da quale parte guarda la Chiesa, quando guarda la storia?

 

 

Guardare dal basso

La Bibbia non racconta la storia dal punto di vista dei vincitori. Il Dio dell'Esodo si presenta così: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido” (Es 3, 7). Non parla dalla reggia del faraone, ma dalle fornaci dei mattoni. E la prima domanda che rivolge all'uomo dopo il primo omicidio non è teologica: è una domanda sul fratello. “Dov'è Abele, tuo fratello?”. Il sangue della vittima, dice il testo, grida dal suolo. Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa di uscire verso le periferie, ricordando che la realtà si capisce meglio dai margini che dal centro. Non è una strategia pastorale: è un criterio di verità. Chi guarda la storia dal palazzo vede equilibri, interessi, alleanze. Chi la guarda dalle macerie vede volti, nomi, bambini. Lo dice papa Leone XIV: “Non esistono conflitti lontani quando la dignità umana è in gioco”. La teologia del Novecento, da Johann Baptist Metz con la sua memoria della sofferenza a Jon Sobrino con i suoi popoli crocifissi, lo ha ripetuto: Dio si lascia trovare dove l'uomo è schiacciato. Il Crocifisso è, prima di tutto, una vittima.

Il silenzio non è neutrale

C'è una tentazione antica: la prudenza che diventa assenza. Il sacerdote e il levita della parabola non fanno del male all'uomo ferito. Semplicemente passano oltre. Eppure il Vangelo li giudica proprio per questo. Martin Luther King ricordava che alla fine non ci resteranno in mente le parole dei nemici, ma il silenzio degli amici. Davanti a una sofferenza di queste proporzioni, tacere non significa restare imparziali. Significa lasciare che la voce del più forte sia l'unica a farsi sentire. Quando l'innocente muore, il silenzio diventa una forma di complicità. Lo riconosce lo stesso Leone XIV, quando chiede ai cristiani di farsi testimoni di pace, “memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici”. La Chiesa non può dire un'altra volta che non sapeva.

Un campo, non un partito

Il Vangelo non è equidistante. Le beatitudini scelgono: i poveri, gli affamati, i perseguitati, gli operatori di pace. Matteo 25 scioglie ogni ambiguità: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”. È una scelta di campo, ma non una scelta di parte. Non si tratta di schierarsi con un popolo contro un altro, né di confondere la fede con un programma politico. Gli stessi preti della rete condannano il 7 ottobre con la forza con cui condannano ciò che ne è seguito. Il campo del Vangelo è quello dell'uomo ferito, chiunque sia: il bambino di Gaza (andate a vedere Naza per favore!), la madre libanese e il ragazzo mandato a combattere. È un campo che attraversa tutti i fronti. Proprio per questo esige parole chiare quando la dignità umana viene calpestata. E gesti concreti: chiedersi dove finiscono i nostri risparmi, chi produce le armi, che cosa diciamo e che cosa tacciamo nelle nostre comunità.

Profezia, non propaganda

La profezia non è mai comoda. Amos, Isaia, Geremia furono accusati di disfattismo, di fare politica, di turbare la pace del tempio. Eppure la loro parola nasceva dall'ascolto del grido dei poveri, non da un'ideologia. Forse è questo il senso più profondo di quei preti in cammino: ricordare a tutta la Chiesa ciò che papa Leone XIV ha chiesto di gridare al mondo. “Dio non benedice alcun conflitto”, e chi è discepolo di Cristo “non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe”.

E che ogni nome scritto su quel sudario continua a chiederci, come a Caino: dov'è tuo fratello?

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