L’idea di Stato-Nazione ha gli anni contati. E un futuro europeo che punta su quella idea non può avere futuro. Le convinzioni di Meloni e le pressioni inevitabili della Storia.
Giorgia Meloni e lo “Stato-Nazione”
Non deve essere facile “nuotare nella colla”, come ha confessato Giorgia Meloni: si sta sempre a galla, ma non si va veloci. “La colla” è tante cose per un Presidente del Consiglio, cui la Costituzione assegna il ruolo di “primus inter pares”: i suoi Colleghi Ministri, che lei ha proposto e che non può formalmente licenziare, se incompetenti; i partiti, il suo compreso; le potenti burocrazie ministeriali; le corporazioni sociali ecc… Così è sempre stato e sarà, fin che dura un assetto istituzionale da “Costituzione più bella del mondo”, per il quale governare vuol dire galleggiare.
Ma se le acque non sono più quelle del “Mare nostrum”, ma quelle dell’Oceano? Fuori di ogni metafora, se l’Occidente arretra nel mondo, se si divide al suo interno, se altre aree continentali avanzano a grandi falcate, se l’ordine mondiale del 1945 è finito, qual è il destino dei piccoli Stati-Nazione europei? Mario Draghi da tempo propone la costruzione di un’Europa federale, capace di una sola politica estera, di una sola politica della difesa, energia, mercato, banche, A. I. ecc… Se il mondo futuro sarà governato da grandi aree continentali, lo Stato-nazione, inventato in Europa cinquecento anni fa ed esportato, spesso a forza, nel mondo, ha gli anni contati. Occorre uno Stato-federale più forte, capace di fornire un orizzonte di potenza ai mini Stati-nazione europei.
Intervistata dal Foglio, Giorgia Meloni ha dichiarato di essere contraria ad una maggiore integrazione degli Stati-nazione nell’Unione europea e di puntare piuttosto su una cooperazione rafforzata, caso per caso, obbiettivo per obbiettivo. Sì, l’Europa deve cambiare passo, ma non in direzione di un’Europa federale, bensì di un’Europa confederale, “nella quale gli Stati membri mantengano ampia sovranità, ma interagiscano in modo più efficace sulle materie di rilevanza strategica”. Perciò occorre anche mantenere il principio di unanimità, cioè il principio di paralisi.
Come è nato lo Stato-Nazione. Qualche data e qualche nome
Qual è il nocciolo ideologico di questa posizione? Non è il Fascismo, viene da parecchio più lontano. Che gli abitanti di un territorio, dotati di comune lingua, cultura, tradizioni, religione, costituiscano un popolo sovrano e perciò una Nazione è stato il primo effetto ideologico e politico della rivoluzione americana e di quella francese. L’imperialismo napoleonico diffonderà questa idea in tutta Europa, che presto gli si rivolterà contro, proprio perché la condivideva. Il Romanticismo ottocentesco – in particolare Fichte e Herder in Germania - ha elevato il Popolo-nazione a soggetto storico di autoliberazione dalla sottomissione ad altri popoli. Nel caso tedesco, dal dominio francese e asburgico.
Lo Stato politico e amministrativo rappresenta l’acme della costruzione della Nazione: lo Stato-nazione, appunto. Solo così “il vulgo disperso” - di cui scrive accoratamente il Manzoni nell’Adelchi del 1822– ritrova “un nome” e una missione nella storia delle nazioni. In Italia è Giuseppe Mazzini il missionario della Nazione che diventa Stato, Garibaldi ne è la spada, dentro una prospettiva di cooperazione degli Stati-nazione europei. Come noto, Cavour non aveva affatto in mente un unico Stato per tutti gli Italiani. E neppure Carlo Cattaneo. Da Crispi, a Giolitti, a Facta, a Mussolini la Nazione-Stato diventò imperialistica verso l’esterno. Nei Balcani la costruzione degli Stati-nazione portò a tragiche pulizie etniche, fino agli anni ’90 del ‘900. Quando venne avanti l’idea della Comunità europea di Difesa con Adenauer, Schumann e De Gasperi, fu il nazionalismo francese ad opporsi vittoriosamente. Il gollismo è l’ultimo pensiero nazionalista del ‘900.
Un’Europa divisa in 27 sovranità non ha futuro
Giorgia Meloni e la sua sodale Le Pen sono ancora fermi lì. Occorre proteggere e difendere la Nazione? Certo! Solo che Stato-nazione - e la rete europea degli Stati-nazione – è sempre meno in grado di farlo. Nel disordine mondiale attuale la verità di fede ottocento-novecentesca dello Stato-nazione ha perso la verità, è rimasta la fede ideologica, cioè l’autoinganno. La Nazione, cioè la nostra Lingua, la nostra storia con le sue luci e le sue ombre, le nostre tradizioni, la nostra identità in una parola, resta il bene collettivo più solido che abbiamo. La Nazione è più antica e più duratura dello Stato, benché anch’essa sia stata inevitabilmente aperta e esposta ai venti aspri della Storia, alle invasioni, alle guerre, alle carestie, ai “Sacchi” e ai conflitti civili, alle immigrazioni. E non si può abbandonare la zattera della Nazione per salpare su qualche yacht globalista. Anche perché nessun passaggio è gratis. Tuttavia, un’Europa di Stati-nazione divisa in 27 sovranità, assediata da tre Imperi, vaso demografico in svuotamento rispetto a quello africano troppo pieno, sopraffatta da potenze tecno-finanziarie legate e finanziate dagli Imperi, una simile Europa ha gli anni contati. A meno che, alla fine, per lo Stato-Nazione Italia la difesa della Nazione si riduca a “Franza o Spagna, pur che se magna”. In parti crescenti dell’opinione pubblica “pacifista” è questo lo spirito “patriottico” che si sta affermando. Sempre nel nome esclusivo dei nostri affari interni. Eppure, galleggiare non basta più. Direbbe Pompeo Magno: “Navigare necesse est”.
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