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Il cardinal Martini. Un ricordo dal vivo

 

A quattordici anni dalla sua morte avvenuta a Gallarate il 31 agosto del 2012, Carlo Maria Martini continua a interrogare la Chiesa e, più in profondità, il modo stesso in cui una comunità cristiana può stare dentro il proprio tempo. Non tanto e non solo per le risposte che ha lasciato, quanto per le domande che ha avuto il coraggio di porre. Domande spesso scomode, mai cercate per provocazione, ma nate dalla convinzione che la fede non abbia nulla da temere dal confronto con la complessità del mondo.

A raccontare il cardinale è Marco Vergottini, teologo e studioso del Concilio Vaticano II, che Martini lo ha conosciuto da vicino e lo ha accompagnato per quasi trent’anni. Il suo non è dunque soltanto un ricordo: è la testimonianza di una lunga familiarità, fatta di incontri, conversazioni, sessioni del Consiglio pastorale diocesano, discussioni teologiche e momenti più semplicemente umani. Una frequentazione nella quale, col passare del tempo, la soggezione iniziale lasciò spazio a un rapporto libero e confidenziale.

Ed è proprio nella dimensione personale che Vergottini individua uno dei tratti più sorprendenti di Martini: la capacità di non vedere mai nell’interlocutore una «categoria», ma una persona. Un’attitudine all’ascolto che non significava semplice attenzione o cortesia, bensì disponibilità a lasciarsi cambiare dalla parola dell’altro. Anche per questo Martini preferiva spesso una domanda a una risposta, restituendo a chi gli stava davanti la responsabilità del proprio giudizio.

Quella disposizione all’ascolto attraversava anche il suo modo di intendere la Chiesa. Il Vaticano II, per Martini, non era un capitolo chiuso, ma un processo ancora da portare avanti: nella corresponsabilità dei laici, nella centralità della coscienza, nel dialogo con la modernità, nell’ecumenismo e nella capacità di affrontare senza paura questioni rimaste aperte. La sinodalità, prima ancora di diventare una parola di largo uso, era per lui una pratica concreta di discernimento.

C’è poi il Martini degli ultimi anni, quando la malattia gli sottrasse progressivamente la voce. È forse qui che il racconto di Vergottini acquista il suo significato più intenso: l’uomo della Parola, quasi senza più parole, continuava a comunicare. Fino all’ultimo incontro, il giorno della morte, con una Bibbia ai piedi del letto e un salmo aperto: «Signore, tendi l’orecchio, rispondimi…».

Riletta oggi, la lezione di Martini appare allora sorprendentemente attuale: non avere paura delle domande, non cercare rifugio nelle certezze prefabbricate, non smettere di ascoltare. Perché, forse, la sua eredità più profonda non sta in ciò che ci ha insegnato a pensare, ma nel modo in cui ci ha insegnato a cercare.

 

Ha conosciuto personalmente il cardinale Carlo Maria Martini. Qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa a lui, e quale tratto della sua personalità l’ha colpita più profondamente?

Il primo ricordo davvero personale risale al maggio 1984. Martini era in visita pastorale a Gavirate (Va) e il parroco mi affidò, per tre giorni, l’improbabile ruolo di suo “maggiordomo di anticamera”. Risiedevamo su due piani della stessa casa, facevamo colazione insieme e ci ritrovavamo la sera per una cena frugale. Io ero intimidito; lui, invece, era curioso: volle sapere dei miei studi teologici, dell’insegnamento, della famiglia. Mi colpì subito una caratteristica che avrei ritrovato per trent’anni: Martini non incontrava mai una “categoria” – un laico, un teologo, un collaboratore –, ma una persona. E voleva conoscerla.

Come si è sviluppato il vostro rapporto nel tempo? C’è stato un momento o un incontro che considera decisivo per la sua formazione umana o teologica?

Pochi mesi dopo quell’incontro Martini mi scelse come segretario del Consiglio pastorale diocesano. Per quasi vent’anni, durante le sessioni residenziali, mi volle seduto accanto a lui a tavola. All’inizio provavo una soggezione enorme; col tempo il rapporto divenne assai più libero e confidenziale. Parlavamo di esegesi e teologia, ma anche di romanzi, della mia famiglia, dei suoi viaggi e persino della sua salute. Non saprei indicare un unico incontro decisivo. Fu piuttosto quella lunga frequentazione a insegnarmi qualcosa di essenziale: la teologia non consiste anzitutto nell’avere risposte, ma nell’imparare a formulare le domande giuste e ad abitare pazientemente quelle che rimangono aperte.

Martini è stato spesso descritto come un uomo capace di ascoltare prima ancora che di parlare. Come viveva concretamente questa attitudine nei rapporti personali e nel dialogo con chi la pensava diversamente?

Ho davanti agli occhi la sua agenda durante le riunioni del Consiglio pastorale. Mentre gli altri parlavano, Martini annotava quasi tutto sulla pagina di sinistra; soltanto alcune frasi finivano sulla destra. Gli chiesi perché. Mi spiegò che non avrebbe avuto tempo di rileggere tutto, mentre quelle poche intuizioni gli sarebbero servite per una lettera pastorale o una nuova iniziativa. Era il suo modo di ascoltare: non registrare passivamente, ma lasciarsi modificare dalla parola dell’altro. E quando cercavo di strappargli un giudizio su qualcuno, soprattutto nella Chiesa, spesso eludeva elegantemente la risposta e mi chiedeva: «E tu che cosa ne pensi?». Tipicamente gesuita. E tipicamente Martini.

Lei ha dedicato molti studi al Concilio Vaticano II e al pensiero contemporaneo. In che modo Martini interpretava l’eredità del Concilio e quali aspetti riteneva ancora da realizzare nella Chiesa?

Martini non considerava il Vaticano II un capitolo glorioso ormai concluso, ma un processo ancora aperto. Il Concilio significava per lui soprattutto primato della Parola, centralità della coscienza, dialogo con la modernità, corresponsabilità del popolo di Dio, ecumenismo. Non a caso praticò la sinodalità assai prima che questa parola diventasse di uso corrente: basti pensare alle cento sessioni del Consiglio pastorale diocesano. Nel Sinodo europeo del 1999 indicò poi questioni che riteneva ancora aperte: il ruolo della donna, i ministeri dei laici, la sessualità e il matrimonio, l’ecumenismo, il rapporto fra legge morale e società civile. Non chiedeva risposte precostituite: chiedeva che nella Chiesa si potesse finalmente discuterne insieme.

Molti ricordano il coraggio con cui affrontava temi complessi senza ricorrere a semplificazioni. C’è un episodio che racconta bene il suo modo di coniugare fedeltà alla tradizione e apertura alle domande del presente?

Ne sceglierei uno poco ricordato. Nel 2002, alla vigilia della sua successione, Martini volle che il Consiglio presbiterale e quello pastorale riflettessero sullo stato della diocesi e sulle caratteristiche desiderabili del futuro arcivescovo. Non si fecero nomi: si cercò di capire quale Chiesa Milano fosse diventata e quale pastore le occorresse. E Martini, per non condizionare la discussione, lasciò l’aula. Mi pare un episodio esemplare: nessuna contestazione dell’autorità del papa nella nomina del vescovo, ma insieme la convinzione, profondamente conciliare, che lo Spirito non mortifica la libertà e il discernimento del popolo di Dio. Tradizione e partecipazione, per lui, non erano affatto antagoniste.

A quattordici anni dalla sua scomparsa, quali intuizioni del cardinale Martini ritiene oggi particolarmente profetiche? Ci sono aspetti del suo magistero che, secondo lei, sono stati compresi solo in parte?

Direi anzitutto tre: una Chiesa che ascolta prima di parlare; una Chiesa nella quale il discernimento prevale sulle risposte prefabbricate; una Chiesa che non teme il confronto con chi non crede o pensa diversamente. La Cattedra dei non credenti fu, sotto questo profilo, molto più di una brillante iniziativa culturale: esprimeva un’ecclesiologia. Martini aveva compreso che la Chiesa non evangelizza il mondo gridando più forte, ma mettendosi realmente in ascolto delle sue domande. E aveva intuito il pericolo di un cristianesimo impaurito dalla complessità, tentato di rifugiarsi nelle certezze identitarie. Credo che questa parte della sua lezione sia ancora tutt’altro che assimilata.

Sul piano personale, qual è l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto da Martini e che continua ad accompagnarla nel suo lavoro di studioso e nella sua esperienza ecclesiale?

Forse l’ho compreso pienamente soltanto negli ultimi anni della sua vita. Quando il Parkinson gli tolse progressivamente la voce, continuai a incontrarlo ogni tre o quattro settimane. L’uomo della Parola era ormai quasi senza parole, eppure continuava misteriosamente a comunicare. Nell’ultima visita, il giorno della sua morte, trovai la Bibbia ai piedi del letto e lessi il Salmo 86: «Signore, tendi l’orecchio, rispondimi…».

Se devo dire che cosa mi ha insegnato Martini, direi questo: non avere paura delle domande, non barare davanti al mistero e rimanere fino alla fine in ascolto della Parola. Per un teologo – e più semplicemente per un cristiano – non conosco lezione più preziosa.

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Cavallini

1 commento

  1. Una intervista su Martini che fa pensare la Chiesa tutta Clero e Laici a guardare al futuro con gli occhi pieni di meraviglia senza chiusure per capire anche oggi ciò che il Vangelo di Gesù Cristo ci annuncia perché tutti
    possano dare il proprio contributo in una Chiesa che ascolta tutti e decide perché ognuno possa vivere nel modo migliore la propria esistenza in un mondo più umano, più giusto e più fraterno.
    Buontutto Daniele
    Ciao

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