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La solidarietà del Papa alle vittime in Nepal

Nepal valanga

Che senso ha mandare messaggi di vicinanza alle vittime di una catastrofe?

 

«Vicinanza spirituale». «Sentite condoglianze». «Preghiere per le vittime e per i soccorritori». Sono formule che abbiamo letto centinaia di volte, pronunciate da capi di Stato, governi e autorità religiose dopo terremoti, attentati, guerre e catastrofi naturali. Proprio perché ricorrenti, rischiano di apparirci rituali, vuote.

La catastrofe del Nepal. Il dolore di papa Leone

Sono anche le parole usate da Papa Leone XIV dopo la catastrofe che il 26 agosto ha colpito il Nepal. Il collasso di una massa glaciale nell’Himalaya ha provocato una valanga di ghiaccio e roccia, una gigantesca colata di detriti e infine una piena improvvisa che ha travolto interi insediamenti nel distretto di Rasuwa. Il bilancio continua drammaticamente ad aumentare: il 28 agosto le autorità nepalesi parlavano già di almeno 469 morti e oltre 2.000 dispersi - cifre drammatiche a dir poco.

Il giorno successivo alla tragedia, in un telegramma firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, Leone XIV ha espresso il proprio dolore per la perdita di vite umane e la devastazione, affidando a Dio i defunti, assicurando la propria vicinanza spirituale alle persone colpite e pregando anche per il personale impegnato nelle operazioni di soccorso.

I rischi di una dichiarazione “da lontano"

Ma a che cosa serve un messaggio del genere?

È una domanda meno cinica di quanto sembri. Una dichiarazione non ricostruisce una casa, non riapre una strada, non salva chi è rimasto sepolto dal fango. E quando a pronunciarla è una personalità che vive inevitabilmente lontana dall'esperienza concreta delle vittime, il rischio che venga percepita come un gesto automatico o persino ipocrita esiste. La politica contemporanea, inoltre, ci ha abituati a una tale quantità di comunicati rituali che è comprensibile chiedersi quanto sentimento autentico esista dietro formule istituzionali spesso molto simili tra loro.

Eppure, sarebbe un grave errore considerarle inutili - e la storia ce lo dimostra.

La tragedia di Aberfan, la regina Elisabetta arriva in ritardo

Uno degli esempi più impressionanti è la tragedia di Aberfan. Il 21 ottobre 1966, nel villaggio minerario gallese di Aberfan, una montagna di detriti provenienti da una miniera di carbone, resa instabile dalle piogge, franò improvvisamente verso le case. La massa investì soprattutto la Pantglas Junior School, una scuola elementare. Morirono 144 persone, di cui 116 erano bambini. Una tragedia, questa, che paralizzò nello sgomento il Regno Unito.

La regina Elisabetta II non andò immediatamente ad Aberfan. Il principe Filippo vi si recò prima di lei; Elisabetta arrivò soltanto il 29 ottobre, otto giorni dopo la catastrofe. La serie televisiva The Crown, che narra le vicende del regno di Elisabetta II, costruisce attorno a quel ritardo un duro conflitto interiore: la Regina teme che una visita sovrana trasformi il dolore in spettacolo e sottragga energie ai soccorsi. È una ricostruzione drammatizzata, e non possiamo ovviamente assumere come storici i dialoghi della serie. La serie TV, però, coglie ill dato essenziale verificabile dalle fonti storiche, principalmente i quotidiani dell’epoca: quel ritardo suscitò controversie e aspre critiche alla monarchia, e sarebbe stato ricordato come uno dei maggiori rimpianti del suo lunghissimo regno.

Ma la presenza della regina consola

Ancora più interessante, però, è ciò che accadde quando finalmente la solidarietà della monarca arrivò.

Un resoconto dell’Observer del 30 ottobre 1966 descrisse l'accoglienza silenziosa riservata alla sovrana e parlò esplicitamente della visita come di quella di una madre. Un consigliere locale, Jim Williams, che nella tragedia aveva perso ben sette familiari, disse che la sua presenza era stata beneficial to the mothers who lost their children (aveva fatto bene alle madri che avevano perduto i figli). Una bambina di tre anni consegnò alla Regina un piccolo mazzo di fiori con una scritta devastante: From the remaining children of Aberfan (dai bambini rimasti di Aberfan).

Decenni dopo, i sopravvissuti avrebbero ricordato ancora quella presenza non strettamente utile, ma consolatrice. Jeff Edwards, l'ultimo bambino estratto vivo dalle macerie della scuola, ha raccontato che la comunità trasse conforto dal fatto che la Regina, capo dello Stato, fosse venuta in quel piccolo villaggio minerario mostrando personalmente interesse e preoccupazione per ciò che era accaduto. In un dibattito parlamentare dopo la morte di Elisabetta II è stato ricordato come gli abitanti di Aberfan si fossero sentiti immensely and uniquely comforted dalla sua presenza.

La solidarietà, allora, non è inutile.

Il Papa, in parte, sottrae chi soffre dalla solitudine

Il capo di uno Stato, un Papa, un re, non può conoscere personalmente ogni vittima. Non può condividere davvero, dall'interno, centinaia di lutti. Può, però, in virtù del suo ruolo, rappresentare qualcosa che supera la propria persona. Quando rivolge lo sguardo verso una comunità ferita, dice in sostanza: sappiamo che esistete; sappiamo che state soffrendo; ciò che vi è accaduto riguarda anche noi.

È poco rispetto a una vita perduta, iinfinitamente poco davanti a un genitore che ha perso un figlio, ma il contrario non è il silenzio neutrale: il contrario è sentirsi dimenticati.

Per questo il telegramma di Leone XIV al Nepal non ferma l'acqua, non rimuove il fango e non restituisce i morti alle loro famiglie - ma non è nemmeno retorico. C'è una funzione profondamente umana nella solidarietà pubblica: riconoscere il dolore significa sottrarlo almeno in parte alla solitudine.

Aberfan lo insegna in modo doloroso. A volte comprendiamo quanto conti un gesto di vicinanza proprio quando arriva troppo tardi.

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