Diciottesima domenica del Tempo Ordinario.
La fame degli uomini e l'eccedenza di Dio. Cristo spezza il pane dove il mondo spezza la vita.
Il miracolo non comincia dai pani. Comincia dallo sguardo. Gesù vede la fame dell'uomo. Fame di pane, certo. La fame del corpo. La fame del cuore. La fame di giustizia. La fame di essere amato.
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Due banchetti
Gesù è raggiunto dalla notizia della morte di Giovanni il Battista. La morte di Giovanni avviene a seguito di un banchetto. Un banchetto di corte, di potere, di seduzione e di paura. Una tavola imbandita dove si consuma la morte del profeta. Da una parte c'è Erode, chiuso nel suo palazzo, prigioniero dei suoi giuramenti, dei suoi invitati, dell'immagine che deve salvare davanti agli altri. Una festa che genera violenza. Un banchetto che produce sangue. Il potente mangia e il giusto viene decapitato.
Subito dopo Matteo racconta un altro banchetto. Gesù sale su una barca, cerca un luogo appartato, porta nel cuore il dolore per Giovanni, la ferita dell'amico ucciso. Egli non si chiude nel lutto. Non risponde alla violenza con altra violenza. Non lascia che la morte abbia l'ultima parola. Gesù risponde alla morte nutrendo la vita.
Erode. Erode la vita
Il nome di Erode sembra racchiudere il suo stesso destino. "Erodere" significa consumare lentamente, logorare, sgretolare. Erode il Grande fu divorato dall'ossessione del potere. Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, eredita lo stesso tarlo. Il potere che non genera vita finisce sempre per consumarla. La paura di perdere il controllo diventa paura dell'altro. La paura dell'altro diventa violenza. La violenza diventa morte. Alla tavola di Erode si salva la faccia e si perde l'uomo. Giovanni muore perché il potente non trova il coraggio della verità.
Ogni violenza pretende di eliminare un nemico. In realtà erode anzitutto l'umanità di chi la compie. Per questo Etty Hillesum poteva scrivere:
Ogni violenza nel mondo ha delle conseguenze, come ogni azione. Esistiamo per prendere su di noi un po’ del dolore del mondo offrendo il nostro petto, non per moltiplicarlo, facendo a nostra volta violenza. (Etty Hillesum, Diario, 14 luglio 1942).
Erode fa esattamente il contrario: invece di assumere il dolore, lo trasferisce su Giovanni. È questa la logica di ogni potere idolatrico.
La tavola della compassione
Davanti a una tavola che uccide, Cristo prepara una tavola che fa vivere. La folla lo segue nel deserto. E il deserto, luogo della mancanza, diventa luogo della sovrabbondanza. Tutto nasce da una parola che attraversa il Vangelo: compassione. «Vide una grande folla e sentì compassione per loro». Tutto nasce da qui.
Il miracolo non comincia dai pani. Comincia dallo sguardo. Gesù vede la fame dell'uomo. Fame di pane, certo. La fame del corpo. La fame del cuore. La fame di giustizia. La fame di essere amato. La fame di qualcuno che si accorga della sua esistenza. Fame di prossimità, di una mano aperta sul mondo. La compassione è il modo in cui Dio guarda il mondo. Non dall'alto. Non da lontano. Dal di dentro.
Dio non vende il pane
Isaia aveva già intravisto questo volto di Dio: «O voi tutti assetati, venite all'acqua». Venite. Mangiate. Ricevete senza pagare. Dio non mercanteggia la vita. Non vende il nutrimento. Non distribuisce la grazia ai meritevoli. Apre la mano. Dona. Per questo il profeta domanda: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane?». È una domanda che attraversa ogni generazione.
Per cosa consumiamo la nostra vita? Quali banchetti inseguiamo? Quante tavole imbandite lasciano il cuore più vuoto di prima? Quanti consumi non saziano? Quali ricchezze accumuliamo? Quali desideri alimentiamo? Quante parole e cose riempiono senza nutrire? Quanti poteri divorano gli uomini senza generare vita?
Cinque pani e due pesci
Erode possiede tutto. Gesù riceve tutto: «tutto ho ricevuto dal Padre mio». E quel giorno sono cinque pani. Due pesci. Attorno a Cristo nasce l'abbondanza. La vita nelle mani di Dio cresce. Il pane spezzato si moltiplica. L’amore donato non diminuisce. La compassione non impoverisce mai chi la vive. E la condivisione che essa suscita non è mai la commiserazione di chi poi dice “lascia che se ne vadano”, implica il proprio coinvolgimento. Gesù, infatti, non dice: «Lasciateli andare». Dice: «Voi stessi date loro da mangiare».
Dio per sfamare il mondo non agisce da solo ha bisogno di mani umane. Coinvolge i discepoli. Coinvolge noi. Il miracolo inizia quando qualcuno smette di trattenere il poco che possiede. Noi aspettiamo di avere molto per condividere. Il Vangelo insegna il contrario: la condivisione genera abbondanza.
L’eccedenza di Dio
«Tutti mangiarono a sazietà». La sazietà è il segno messianico. Dio non offre briciole. Dio vuole uomini vivi. Donne vive. Bambini vivi. Popoli vivi. E avanzano dodici ceste.
Perché il cuore di Dio eccede sempre il bisogno immediato. L'amore non è misurato, non calcola, non si limita al minimo indispensabile. Una spiga produce molti chicchi. Un seme genera una messe. Una compassione autentica genera altra compassione. L'amore donato non diminuisce. Si moltiplica. La logica del Regno non è quella dell’equivalenza, ma della generatività.
La fame che arma
Questa pagina evangelica diventa oggi drammaticamente attuale. Papa Leone XIV ha denunciato – nel discorso alla FAO - come, nei conflitti contemporanei, la fame venga sempre più utilizzata come arma di guerra. Si bruciano i campi. Si blocca l'accesso agli aiuti. Si sottrae l'acqua. Si affamano intere popolazioni. Far morire di fame è diventato uno dei modi più economici per combattere una guerra.
Mentre i poveri deperiscono, spesso i potenti continuano ad arricchirsi nell'impunità. Il Vangelo ci mostra che ogni fame provocata è contraria al progetto di Dio. Perché Dio non crea la fame. Dio a differenza degli uomini non affama altri uomini, sazia di beni ogni vivente. Dio spezza il pane. Dove l'uomo usa il cibo per dominare, Dio usa il pane per liberare. Dove l'uomo affama, Dio nutre. Dove l'uomo esclude, Dio invita tutti alla mensa.
In questo contesto, la costruzione della pace è passata in secondo piano: la cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza. Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario: il principio di proporzionalità nella risposta alle aggressioni, la tutela dell’accesso ad acqua, cibo e beni essenziali, il rispetto per la vita dei civili e dei bambini vengono trattati come ingenue reminiscenze del passato», (Magnifica Humanitas, 203).
Il pane basta per tutti
Papa Leone ricorda che produrre cibo non basta. Occorre costruire sistemi alimentari giusti, sostenibili e accessibili a tutti. Occorre passare dalla logica dello sfruttamento alla logica della custodia.
La terra non è una miniera da svuotare. È un giardino da coltivare. Le sue risorse non sono proprietà di pochi. Sono dono destinato a tutti. Il miracolo dei pani non riguarda soltanto la moltiplicazione. Riguarda una nuova visione della vita. Quando il pane diventa fraternità, basta per tutti. Quando è nelle mani di pochi, molti sono lasciati nella fame.
Nulla ci separerà
A questo punto comprendiamo la parola di Paolo: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo?». La fame? La spada? La persecuzione? La morte? Nulla. Perché proprio dove il mondo spezza la vita, Cristo continua a spezzare il pane. E nessuna morte può fermare un amore che continua a nutrire il mondo.
Alla tavola di Erode vince la paura. Alla tavola di Gesù vince la compassione. Da una parte un uomo perde il profeta per salvare la propria faccia. Dall'altra Dio ci mette la faccia, consegna sé stesso per salvare gli uomini. Ancora oggi il mondo vive sospeso tra questi due banchetti. Tra chi usa gli altri per riempire il proprio vuoto. E chi spezza la propria vita perché altri vivano. Cristo non elimina il deserto. Lo trasforma nel luogo dove Dio apre la mano e sazia ogni vivente.
Due tavole
Una
c’è pane e potere
e morte.
L'altra
cinque pani
due pesci
e compassione.
Erode
trattiene.
Cristo
spezza.
Da una tavola
cade
una testa.
Dall'altra
si rialza
un popolo.
Dodici ceste
di avanzo.
È fatta così
la fame di Dio:
più dona
più cresce.
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