Arriva la festa di sant’Alessandro, con tutto il gioioso corteo di celebrazioni, un po’ in chiesa, un po’ in piazza, un po’ a metà strada fra la piazza e la chiesa. Come è giusto che sia: la festa patronale è un evento nel quale la comunità tutta può riconoscersi, compresi coloro che sono cittadini senza essere credenti. Questo carattere “ecumenico” della festa rischia di far dimenticare un tratto del protettore della nostra città che è fondamentale: Alessandro è martire, è stato ucciso perché cristiano.
Le comunità cristiane nascono spesso dal sangue
Qualcuno può avere qualcosa da dire o da ridire su questo particolare che riguarda Bergamo e, insieme con Bergamo, molte altre comunità cristiane. Le comunità cristiane nascono spesso dal sangue, versato molto tempo fa, in situazioni spesso diversissime da quelle in cui la comunità cristiana vive oggi.
Ma, anche se il martirio dei santi protettori è avvenuto secoli fa, dice però un modo di essere dei cristiani che si ritrova sempre, ieri come oggi. Questo: i cristiani si sentono spesso in bilico fra la contestazione e l’assuefazione al mondo in cui si trovano. Sono “nel mondo” senza essere “del mondo”, per usare il linguaggio del Vangelo di Giovanni. Da noi oggi l’assuefazione è, in tutta evidenza, molto più forte della contestazione. In Italia e a Bergamo, infatti, non si muore perché si è cristiani. È un ovvio vantaggio. Ma con un rischio. Siccome il mondo ci va sostanzialmente bene la fede rischia di diventare un lenitivo utile che si può spalmare su tutto, come una pomata contro le zanzare. Fino all’estremo: qualcuno, spesso non credente o credente solo per modo di dire, non solo usa il messaggio cristiano per curare le proprie ferite ma per averne vantaggi. Da noi, è da alcuni secoli che non si fanno guerre di religione, ma si usa la religione per dare forza a posizioni, politiche, sociali, culturali, per avere voti, per farsi un’immagine, per tante cose insomma che con il Vangelo e la Croce hanno poco da spartire.
In altre parti del mondo, invece, i cristiani continuano a morire, proprio perché cristiani: "Quasi 400 milioni di cristiani, ovvero un cristiano su 7, sono vittime di persecuzioni o di violenze. Si tratta della comunità religiosa più perseguitata al mondo”, così un articolo di Vatican News, dello scorso mese di marzo. E, d’altra parte, non esistono, per quanto se ne sa, gruppi di ispirazione cristiana che facciano violenza e uccidano in nome della loro fede. In altre parole: oggi i cristiani sono sempre perseguitati, mai persecutori. Può darsi che esistano eccezioni. Ma sono, appunto, soltanto eccezioni.
I cristiani oggi: non il servizio del martirio ma il martirio del servizio
Da qui, una domanda, banale all’estremo: come mai? Come si spiega questa straordinaria singolarità cristiana? Discorso lungo, probabilmente. Ma è possibile fissarsi su un semplice particolare. Il cristianesimo, quando è perseguitato, si trova, sempre, in una tragica alternativa: se vuole rispondere alla violenza deve fare violenza a sua volta. Ma questo gli fa perdere la propria identità, quella che viene dal Golgota: il Maestro, infatti è l’”Agnello come immolato” di cui parla l’Apocalisse, che non fa mai violenza, la subisce soltanto. Ma se non fanno violenza i cristiani vengono aggrediti, uccisi, spesso in massa, come in questi giorni in Iraq. L’alternativa, ridotta all’osso, è tragica: per sopravvivere i cristiani devono essere meno cristiani; per restare cristiani fino in fondo devono morire.
Quell’alternativa, tragica in Medio Oriente, in Africa, può diventare uno straordinario stimolo da noi. Per essere cristiani, da noi, non è necessario morire. Abbiamo la possibilità di diluire nella vita di famiglia, nel lavoro, nella politica il fermento buono della fede. “Martirio”, come si sa, vuol dire “testimonianza”: un martirio che può assumere le fattezze rassicuranti della vita di tutti i giorni. È possibile essere martiri senza morire. Da tutte le parti si invoca gente disinteressata e appassionata insieme, capace di fare senza doppi fini, autentica, generosa. La si invoca perché mancano testimoni veraci. Si potrebbe anche dire in altro modo, che a noi, a Bergamo e in Italia, è chiesto non il servizio del martirio, ma il martirio del servizio.
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Redazione