Le parole con cui la presidente del Consiglio ha evocato la possibilità che un esponente della destra possa un giorno essere eletto al Quirinale non dovrebbero suscitare scandalo. In una democrazia compiuta ogni cultura politica che si riconosce nella Costituzione può legittimamente aspirare a esprimere le più alte cariche dello Stato.
Tutto dipende da quale Repubblica si vuole
Il punto, però, non è chi arriverà al Colle. Il punto è come vi si arriva e quale idea della Repubblica accompagna questo percorso.
Il Quirinale non può essere considerato una conquista da rivendicare davanti ai propri sostenitori. Non è una bandiera di partito, ma il luogo simbolico dell'unità nazionale. È la sede della garanzia costituzionale, dell'equilibrio tra i poteri, della tutela dei diritti di tutti, anche di chi non ha vinto le elezioni.
Per questo motivo le regole della democrazia non possono essere piegate alle convenienze della maggioranza del momento. Una legge elettorale deve servire a rafforzare la rappresentanza e la partecipazione dei cittadini, non a trasformare il Parlamento in uno strumento di controllo politico finalizzato alla conquista delle più alte istituzioni.
I gravi problemi e le grandi ambizioni
La distanza tra cittadini e politica è già profonda. I lavoratori faticano a vedere riconosciuta la dignità del loro contributo. I giovani incontrano precarietà e incertezza. Le famiglie devono fare i conti con salari che spesso non tengono il passo con il costo della vita. Sono queste le questioni che chiedono risposte.
Eppure il rischio è che il dibattito pubblico venga trascinato su terreni identitari, mentre restano sullo sfondo i problemi reali del Paese. Ancora più grave sarebbe dimenticare il tema che oggi dovrebbe occupare il centro della vita politica europea e italiana: la pace.
Viviamo in un tempo attraversato da guerre che provocano distruzione, morte e nuove povertà. L'Ucraina continua a essere devastata dal conflitto. Gaza conosce una tragedia umanitaria senza precedenti. In molte altre parti del mondo crescono tensioni, riarmo e instabilità. Di fronte a questo scenario, la politica dovrebbe interrogarsi su come costruire condizioni di dialogo, cooperazione e sicurezza condivisa.
La nostra Costituzione indica una strada precisa. L'articolo 11 afferma che l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non si tratta di una formula retorica. È una scelta morale e politica che nasce dalla memoria delle tragedie del Novecento e che assegna alle istituzioni il compito di essere costruttrici di pace.
Un Presidente di tutti che tutela lo spirito della Costituzione
Chiunque sieda un giorno al Quirinale dovrebbe anzitutto incarnare questo spirito costituzionale. Prima ancora dell'appartenenza politica conta la capacità di custodire i principi fondamentali della Repubblica: la dignità della persona, il valore del lavoro, la solidarietà sociale, la convivenza democratica e il ripudio della guerra.
Per questo il vero confronto che attende il Paese non dovrebbe riguardare il colore politico del prossimo Presidente della Repubblica. Dovrebbe riguardare il modello di società che vogliamo costruire. Una società fondata sulla competizione permanente e sulle appartenenze contrapposte oppure una comunità che mette al centro il lavoro, la giustizia sociale, la partecipazione e la pace.
Le istituzioni non appartengono a una parte. Appartengono al popolo italiano. E il Quirinale, più di ogni altro luogo della Repubblica, dovrebbe continuare a ricordarci che l'unità del Paese si costruisce non contro qualcuno, ma insieme. Non attraverso la logica della vittoria, ma attraverso la ricerca del bene comune. Non con il linguaggio della contrapposizione, ma con quello della pace che la Costituzione affida alla responsabilità di tutti.
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