Ha ancora senso l’esame di maturità? La domanda rimbalza sui quotidiani, nei dibattiti, nei blog, - ne ha parlato anche Cominelli in questo blog - particolarmente in questi giorni di un giugno caldissimo, per cui si profila anche l’idea che, con queste temperature tropicali, l’esame sia ormai diventato una sorta di sadica tortura per quei poveri martiri che sono costretti ad affrontarlo.
Mantiene un valore legale
La mia risposta convinta alla domanda iniziale è sì; provo a spiegare la mia posizione.
La riflessione prende le mosse dalla motivazione più scontata e, in quanto afferente a un profilo burocratico, meno profonda: l’esame di maturità continua ad avere valore legale e quindi costituisce una sorta di lasciapassare, riconosciuto e sancito dallo Stato, per i nostri adolescenti nei confronti della società; solo il titolo di studio oggi in Italia consente di essere legittimamente certificati nella specializzazione tecnico-professionale o di iscriversi all’università. Basterebbe togliere il valore legale? Non mi sembra un’operazione così semplice, in quanto si devono trovare forme alternative di riconoscimento e di ammissione selezionata nel mondo universitario e lavorativo (selezione che già in parte avviene nei percorsi scolastici superiori e nelle aziende, ma che non “certifica” la piena realizzazione di un percorso di studi e il possesso di determinate competenze).
E’ un moderno “rito di passaggio”
Ma non è solo questo. L’esame di maturità mantiene un’anima e quindi una valenza esperienziale intensa e significativa: il quinto anno della secondaria di secondo grado è costruito e vissuto nella prospettiva di tale prova finale, che viene ad assumere il carattere di un passaggio quasi iniziatico. Non è sbagliato chiedere alle ragazze e ai ragazzi di fornire una personale prova di “maturità”: nelle antiche società tribali tali riti erano spesso cruenti, di carattere militare, e mettevano a rischio persino la sopravvivenza stessa del candidato. Poi, fortunatamente, le società si sono evolute e civilizzate e sono ricorse ad altri tipi di prove, meno pericolose e più promuoventi, talvolta semplicemente esteriori e di facciata (pensiamo ai balli in voga in alcune società aristocratiche o in taluni ambienti particolarmente orgogliosi dei loro privilegi sociali), ma pur sempre degli step da affrontare e superare da parte di coloro che vi si cimentavano per poter essere considerati pienamente adulti.
Almeno l’esame di maturità affida questo passaggio di stato, questa evoluzione di condizione non a forme esteriori o a performance fisiche e muscolari, ma alla cultura, alla capacità analitica e critica, all’autonomia di giudizio. E le prove d’esame, se è vero che non possono certificare tutto, quanto meno confermano e forniscono alcune indicazioni importanti, che chi vuole è in grado di cogliere e far proprie. Aggiungerei, come ulteriore elemento di positività, che questo esame finale nobilita e valorizza tutto il percorso scolastico affrontato dalle studentesse e dagli studenti e diventa anche un importante fattore di riscontro per i singoli istituti della loro capacità formativa.
Era nato per selezionare. Ora è diverso
L’esame di maturità trova le sue origini in un clima dittatoriale, è stato pensato, voluto e sponsorizzato da una visione fascista della società, che concepiva la scuola come percorso a ostacoli per la formazione della classe dirigente (non a caso il primo corso di scuola superiore fu il liceo classico); quindi è nato come una prova fortemente selettiva. Fortunatamente questa caratteristica propria di una visione classista ed esclusivista è andata opportunamente riducendosi nel tempo e quindi si può affermare che questo benedetto esame oggi faccia meno paura.
È però altrettanto vero che esso mantiene il ruolo almeno simbolico di passaggio, di guado verso l’adultità e sa generare attese e sensazioni contrastanti, come avvertono in questi giorni coloro che operano nelle commissioni e che continuano a incontrare e a toccare con mano l’ansia, l’emozione, il timore e in qualche caso l’entusiasmo delle candidate e dei candidati.
Le risorse spese sono risorse dovute
Perché sprecare tanti soldi per far vivere ai nostri adolescenti questo “rito”? Rispondo ribadendo con forza la convinzione che i soldi non sono sprecati ma investiti, in quanto l’organizzazione di un appuntamento annuale che costa parecchio ma è a servizio della nostra gioventù non lo considero uno spreco, ma piuttosto un dovere nei loro confronti.
Quanti danni abbiamo combinato, la cui conseguenza è la deludente constatazione di consegnare a loro un mondo a dir poco complicato; non togliamogli almeno l’emozione e l’esclusiva di una prova pensata e organizzata solo per loro. E non pretendiamo che ci ringrazino, anche se probabilmente lo faranno, in quanto sono mediamente ben educati.
Leggi anche:
Sisana