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La fede dei giovani. Il fallimento degli adulti

Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Un articolo sul fenomeno della perdita di fede del mondo giovanile ha fatto molto discutere.
Gli adulti non riescono a trasmettere i valori della fede ai giovani.
Eppure, senza speranze illusorie, alcuni spiragli restano

Nei giorni scorsi ho pubblicato un articolo per L’Eco di Bergamo. A tema era la questione dei giovani con la fede. Ho parlato dell’afasia e dal vuoto di una generazione, quella degli adulti, che, nel suo insieme, non è stata in grado di consegnare il tesoro prezioso della vicenda cristiana. Una generazione di adulti che si arresa di fronte al moloch – quello del consumo – che sta rispondendo, da par suo, anche alla crescente e confusa domanda di spiritualità individualista e che ha frantumato, come vittima sacrificale, la comunità, pre-condizione fondamentale per ogni esperienza religiosa.

Le carenze degli adulti. E quelle della comunità cristiana

Adulti che non sono stati capaci di rielaborare la loro fede in termini “culturalmente abitabili”, così da poter dire: “so in chi ho posto la mia speranza”.

La “frattura della memoria” è stata dovuta anche da una comunità cristiana che ha schiacciato la fede quasi inesorabilmente e interamente sull’obbligazione morale (o così, almeno, appare agli occhi di chi sta fuori il perimetro ecclesiale). Se Dio è un problema, ancora di più lo è la Chiesa. Scomparsa dall’orizzonte, percepita, le poche volte che fa capolino, come istituzione giudicante ed escludente.  

Dunque, ripensare gli adulti, la qualità della fede cristiana e la forma della Chiesa paiono essere le sfide necessarie per rendere pertinente l’avventura cristiana. Sono le sfide di sempre, in un contesto che mette a dura prova e spesso sgretola il simbolico religioso attorno al quale la mia generazione è cresciuta.

Ascoltare

Nel frattempo, di fronte alle giovani generazioni occorre cominciare a mettersi in ascolto, umilmente, senza pretese, delle domande, anche quelle che disturbano, che stanno dentro le storie delle ragazze e dei ragazzi di oggi. Cogliere nei pertugi delle loro vite, i segni, profondi, di una spiritualità che spesso è fuori dal perimetro della religione e individuare nelle loro passioni – la cura per l’ambiente, l’attenzione al corpo, la custodia delle relazioni, il desiderio di autenticità – i piccoli sentieri attorno ai quali cercare di camminare insieme.

Nonostante i rancori circolanti, per i cristiani è tempo di grande semina, fatta di accoglienza, di ospitalità gratuita, di condivisione reale, non strumentale. Si aprono praterie infinite. Di custodia dell’umano, minacciato dalla seduzione prepotente della tecnica e della finanza e l’illusione del virtuale. Di quei scampoli di vita buona di cui tutti, in modo particolare i giovani, sono alla ricerca. 

Vari e svariati pareri

Ho chiesto ad alcuni amici di “reagire” al testo. Alcuni interventi articolati li troverete su questo blog nei prossimi giorni. Altri, mi hanno mandato messaggi che cerco di riassumere qui sotto. 

La Parola come riferimento. Il tuo articolo mi è sembrato bello, con un tono di speranza. Aggiungerei l'osservazione che mi capita di fare in questi ultimi tempi su don Giuseppe Dossetti) e su don Giovanni Nicolini: non ci hanno dato solo una bella testimonianza di vita cristiana, come gli altri che tu citi nel tuo articolo, ma ci hanno lasciato uno strumento concreto col quale tutti noi, gente semplice e ordinaria, possiamo camminare con fiducia e speranza: la lettura e meditazione quotidiana della Parola di Dio. Non è una via per santi e carismatici, ma per semplici e poveri cristiani. 

La testimonianza faticosa. Ho letto quanto hai scritto... Condivido: è vero che la cultura del consumismo e quindi dello stare bene  ha conquistato la generazione (gli adulti di oggi) che veniva da una situazione di povertà ma che desiderava un riscatto anche dal punto di vista sociale... forse in questo la chiesa... molto istituzionale... ha temuto di stare dalla parte del popolo. Tanti adulti non si sono sentiti capiti nelle fatiche del vivere per rendere migliore il tenore di vita per sé e per i propri figli. Come mai tutti i testimoni che tu citi alla fine dell'articolo hanno faticato e faticano ancora ad essere ri-conosciuti? Io spero che la testimonianza di vicinanza donata da papa Francesco non venga cancellata dallo sterile desiderio di tornare a essere grandi come numero... 

La testimonianza umile e silenziosa. Condivido pienamente quello che hai scritto. Ormai credo solo nella testimonianza paziente umile e silenziosa di tante persone che vivono ciò in cui credono e sanno stare accanto ai poveri con quel rispetto per la dignità che uomo porta con sé. Grazie

Non aver paura dei piccoli numeri. Condivido appieno, sottoscrivo quello che dici. Magari ti chiederei di aiutarci a declinare meglio i percorsi da assumere, cosa lasciare in modo più concreto, cosa intraprendere, cosa azzardare, che vie profetiche pastorali da assumere... e inoltre credo che sia importante dichiarare fin da subito di non aspettarci un consenso di folle. Dirci fin da subito che se si cambia, il ricatto dei numeri e delle grandi partecipazioni (alle quali, spesso la stampa ci inganna e ci lusinga) sono da dimenticare. Di non aver paura dei piccoli numeri, ma anche nella ricerca di strutture più modeste e meno ricco, più snelle. Di non aver paura di toglierci di dosso zavorre che impediscono di essere elastici, dinamici... Perchè ho la sensazione che ci sentiamo ancora forti, potenti, capaci di coinvolgere folle numerose, che la chiesa sia ancora significativa per tutti...

Prospettive che chiedono coraggio. L'articolo è  molto interessante, coglie con acutezza il problema e fa capire che per la chiesa il pericolo è massimo dove massima sembra essere la risposta mondana al tema della salvezza ormai ridotta alla sua dimensione unicamente orizzontale. Le colpe della chiesa e dei cristiani adulti sono evidenti e credo che stranamente sia chi predica la massima apertura al mondo sia chi invoca una intransigente chiusura allo stesso siano più vicine di quanto si pensi. Papa Francesco ridotto a icona pop fa dispiacere e c’è da sperare nell’agostiniano Leone. Sono d'accordo che per la chiesa si aprano immense prospettive, ma occorre coraggio e una fede incrollabile nella Parola di Dio. Abbiamo bisogno di testimoni e quanto ai giovani è evidente che bisogna puntare su di loro ma a partire da Gesù.

Lo sfascio del mondo adulto. Nel mio piccolo è molto che sto dicendo che "il problema" non sono i ragazzi e gli adolescenti il problema, ma lo sfascio del mondo adulto che scambia le speranze con le paure, le certezze con le voglie. E da qui è difficile... partire.

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