Nelle liturgie di oggi, domenica delle Palme, si legge il lungo racconto della Passione. Gerusalemme è, a modo suo, protagonista. Manuel Belli ci aiuta a “entrare” in questo spazio santo e tragico.
A Gerusalemme, il respiro di Dio
Franco Cardini, in un bellissimo libro, scrive a proposito di Gerusalemme: “Esistono forse – io però non lo credo – città più belle: ma in nessuna di esse, nonostante la crudeltà, la ferocia e la stupidità degli uomini che di continuo l’hanno profanata, si sente così forte il respiro di Dio”.
Io ci sono stato almeno una cinquantina di volte a Gerusalemme. Non so se sia pura emozione, suggestione, auto-convincimento, ma io penso di averlo avvertito questo respiro di Dio. Gerusalemme è una città che ha una terra, un cielo, un’anima, del sangue. Purtroppo tanto sangue: per Gerusalemme si è morti, e si muore. Ha una terra, un perimetro, delle pietre, delle strade, delle piazze. Ma ha un’anima: in quelle mura, in quei pochi metri quadrati di terra grondanti sangue si sono concentrate le attese dell’umanità, l’ostinazione degli uomini che, nonostante ogni prova contraria, ci sia un cielo che sorride all’umanità, ci sia un divino che è capace di fare quadrare i conti che sembrano non tornare mai in questo angolo discreto di universo.
A Gerusalemme, il marasma delle speranze degli uomini
Ai tempi di Gesù, Gerusalemme era affare del popolo ebraico. Oggi ogni pietra è oggetto di contesa da parte di uomini di diverse fedi, perché cristiani, musulmani ed ebrei vedono in Gerusalemme un luogo che autorizza a sperare in Dio. Ma poco importa. Siamo tutti diversi, ma le nostre speranze sembrano tendere verso poche scarne domande: mi ha voluto qualcuno? Sono amato? Qualcuno mi aspetta?
Scarne le domande, ma andremmo in capo al mondo per trovare una risposta. E la vita soffre se non è amata, voluta, attesa. Guardando il cielo, con i piedi sulla terra, ci domandiamo se ci sia un Dio che ci vuole, ci ama, ci aspetta, nonostante le prove contrarie dell’esistenza, e nonostante non abbiamo esperienza di gioia eterna. Ma quando muore un bambino affamato di giorni, quando un indifeso subisce violenza, quando la nostra fragilità urla che non ce la facciamo, a uomini di ogni latitudine e ogni dove viene il desiderio di guardare il cielo. Ecco, a Gerusalemme sembra essersi concentrato il marasma delle speranze degli uomini, le ombre delle loro paure, ma i segnali di una possibile speranza.
A Gerusalemme tutti urlano
Gesù entra a Gerusalemme, e si alzano ovazioni, entusiasmi, e anche qualche gesto che sembra sfiorare il fanatismo. E lui entra, silenzioso e umile, in questo tumulto. Lo attraverserà tutto, conoscerà la violenza del marasma delle nostre paure e delle nostre speranze. Urlano quando entra a Gerusalemme, urla il sommo sacerdote accusandolo di blasfemia, urlano le folle che ne reclamano la morte, urlano i soldati sotto la croce.
A Gerusalemme a tutti sembra di aver visto un lampo del divino, e tutti urlano reclamandolo, implorandolo, respingendolo, bestemmiandolo. E Gesù entra in queste urla. Attraverserà anche lo scandalo per eccellenza, ciò che sembra negare ogni luce: la morte.
A Gerusalemme occorre entrare
Una volta Gesù lo disse: che il Regno dei cieli è preso d’assalto, e i violenti se ne impossessano. Non si è sottratto agli insulti e agli sputi della nostra scomposta e violenta ricerca di qualcosa di divino. Da quel giorno Dio non si può più dissociare dal corpo del crocifisso. Non si tratta più di andare all’assalto di un mistero che sembra sempre sfuggevole, ma di arrendersi alla consegna di Dio. Da un discreto venerdì della storia, Dio entra nel marasma, perché ne possiamo uscire in sua compagnia. Ora, in questa domenica, contempliamo che prima occorre entrarci. E non è facile. Ma con lui si può uscire nuovi.