Franco Pizzolato parla dei due eventi e delle molte diversità che ne sono emerse.
Si è parlato di temi di cui tutti parlano e poco di temi scottanti, come la crisi dei partiti.
I cattolici di Milano e di Orvieto si qualificano come moderati. Ma cattolicesimo e moderatismo sono due realtà diverse
Un evento doppio che ha fatto notizia
Si è molto parlato dei due convegni, tenuti in contemporanea a Milano e a Orvieto da intellettuali e politici cattolici sabato 18 gennaio. Entrambi si inserivano nella scia della Settimana sociale dei cattolici di Trieste (luglio 2024) e tendevano, lodevolmente, a far riprender “parola politica” ai cattolici italiani, ancora vedovi della DC e irrisolti dentro il PD.
Il Convegno di Milano è stato messo in carico ai cattolici democratici (ed ha avuto per padre nobile Romano Prodi, e per conduttore Del Rio, del PD); quello di Orvieto è stato intestato ai cattolici liberali, alla Gori per intenderci (padre nobile, Paolo Gentiloni – ma sullo sfondo, Draghi - e come conduttori Ceccanti e Tonini, del PD).
Premessa di entrambi era l’intenzione di non fondare un nuovo partito cattolico o di creare correnti dentro il PD. Evitiamo pure il nome di correnti, ma di fatto era il tentativo di formulare pacchetti politici valoriali per orientare il PD.
Due sensibilità, molte diversità
Va detto infatti che, nonostante la concomitanza e i collegamenti interni (anche mediatici) stabiliti tra i due convegni, i partecipanti rappresentavano sensibilità (ma anche reali posizioni) “cattoliche” assai divergenti: sulla politica economica e sociale (partecipazione sociale o mercato), sulla visione costituzionale (parlamentarismo o premierato), sulle posizioni elettorali (proporzionale o maggioritario); sulla giustizia (divisione delle carriere dei magistrati); sulla sicurezza; sull’autonomia differenziata; sulle alleanze (M5S o Forza Italia). E scusate se è poco.
Non deve infatti sfuggire la sottostante radicale differenza tra un cattolicesimo personalistico (che è quello anche di papa Francesco) e un cattolicesimo liberale individualistico. Ma tale differenza è sfuggita ai più sia perché la grande stampa generalista non sa distinguere in questo modo i cattolici, ma solo sul più semplificante parametro cattolici-laici (dove anche il termine “laici” è usato con una certa grossolanità). Sia perché, soprattutto a Milano, il Convegno, che per noi doveva essere il più innovativo, non ha voluto connotarsi in quella che avrebbe dovuto essere oggi la nota più qualificante della sua natura cattolico-democratica e sociale, e prefigurare una vera alternativa ideale sia alla destra sia ad una gestione troppo timida dei diritti sociali interpretata dalla sinistra.
I temi grandi assenti: la pace e la crisi dei partiti
In questo non hanno raggiunto l’obiettivo, per via di almeno due grandi assenze nel dibattito: quella della pace e quella della crisi e riforma dei partiti. Se i due convegni volevano porsi sulla scia di quello ecclesiale di Trieste, non può non balzare immediatamente agli occhi la mancanza di elaborazione sul tema della pace. Non è assenza da poco in convegni politici di cattolici, specie oggi quando la guerra è un tragico segno dei tempi. Ed essa interpella la riflessione politica cristiana non solo per l’investimento di valori umani (e religiosi) radicali che essa comporta (ad es., la distruzione di tante vite e relazioni umane), ma anche perché guerra e pace rappresentano uno snodo politico da cui dipende una cascata di conseguenze politiche. Prima tra tutte, la collocazione internazionale dell’Italia; e poi il suo sviluppo economico.
Il favore per la guerra (e per la connessa politica degli armamenti) infatti discende da e favorisce la preminenza della fedeltà ad un atlantismo competitivo rispetto ad una collocazione europeistica (e costituzionale) di pacificazione mondiale e di dialogo tra diversi. L’atlantismo è un atteggiamento che è retaggio della spaccatura del mondo in due blocchi, che eravamo lì lì per avere superato, anche per ragioni economiche. Né allo scatenamento della guerra in Ucraina è stata estranea, come ormai è ammesso da tante fonti diverse, la volontà di una rivincita russa che si scontra con una pretesa di espansione dell’Occidente di insediarsi in territori non suoi, approfittando della crisi istituzionale dell’Unione Sovietica. Quell’atlantismo è ormai fuori tempo e ad esso papa Francesco contrappone un policentrismo politico che punta su un dialogo aperto, con più interlocutori.
La Meloni più atlantista di Trump
Ora invece sembra che l’Italia della Meloni, ben connessa in questo nell’Europa della von der Leyden, voglia essere ancora più atlantista e divisiva dello stesso preminente partner atlantico che è Trump: quasi voglia, lei così nazionalista, diventare la prima della classe in obbedienza atlantica. Addirittura a costo di farne pagare all’Italia altissimi prezzi economici nello spreco di risorse per le spese degli armamenti; nella riduzione dell’approvvigionamento energetico (contro la Russia) e nella caduta degli scambi commerciali (con la Cina). Stiamo infatti rifiutando un raro miracolo: l’alleanza tra ideale (pace) e interesse (benessere), scegliendo la morte e la recessione. Bel risultato!
Perché questo tema così pervasivo è stato il grande assente nei due convegni politici di cattolici italiani? Noi abbiamo un’idea, anche se non crediamo che sia esclusiva. A Milano, convegno di cattolici democratici (più di sinistra), il tema è stato escluso volutamente (sia per la Palestina sia per l’Ucraina) per non far emergere le divisioni interne agli stessi cattolici presenti; a Orvieto, convegno di cattolici liberali, la pace è stata taciuta perché vi era data per sottintesa l’adesione all’idea della guerra “giusta” contro la Russia come l’alleanza di ferro con Israele; e forse anche per pudore di non contraddire apertamente il Papa. Ma come fa un grande partito eludere una posizione precisa su un tema come questo? Facendo così, si condanna ad essere un contenitore di varie posizioni non un vero partito.
Alla ricerca del centro perduto. Con il rischio di perdere se stessi
Il fatto è che, a Milano e a Orvieto, pur partendo da posizioni idealmente diverse, si voleva cercare il modo di sconfiggere l’avversario (la destra meloniana): da una parte (Milano), mettendo insieme il più gran numero di soggetti possibile, anche con posizioni diverse; dall’altra (Orvieto), facendo proprie (tante) posizioni della destra meloniana e facendo concorrenza alla destra. In entrambi i casi si è data l’idea di cercare una posizione di centro moderato girato con una faccia a destra e con una a sinistra: posizione che comunque condanna i cattolici italiani al perenne ruolo di gamba moderata di qualsiasi schieramento. E difatti i due convegni sono stati presentati dalla grande stampa proprio come convegni di cattolici moderati, e tacitamente critici solo con la Schlein e apertamente con i populismi. Come se non sapessimo che la dottina sociale della Chiesa è tutt’altro che moderata, essendo ben più avanzata in campo sociale delle posizioni del PD stesso (specie sulla equità fiscale e sul controllo politico dell’economia-finanza).
Ora diciamo che un tempo era più facile mettere insieme, al centro, la galassia cattolica contro il Partito Comunista, quando questo giocava un ruolo antisistemico, e addirittura si provava qualche tenerezza verso l’estrema destra che serviva allo scopo. Oggi questa estrema destra è al potere e i cattolici italiani non sono stati addestrati (nemmeno dalla pastorale ecclesiastica normale) a vedere in essa il pericolo sistemico (soprattutto per le istituzioni democratiche e per la divisione dei poteri e per il sovranismo bellicista). A qualcuno, non si sa se più sciocco o più in malafede, sembra che il pericolo sistemico sia ancora il comunismo, ormai sepolto. E quindi è più difficile aggregare contro la Meloni.
Essere semplicemente moderati non serve e non porta voti
Comunque sia, ci si illude, a mio avviso, se si crede che sia più aggregante e più vincente una posizione moderata a tutti i costi, se non addirittura elusiva dei grandi problemi, e non invece una posizione più netta e radicale (sulla guerra, sulla maggiore autonomia nei rapporti internazionali, sulla equità fiscale, sulla giustizia retributiva, sul rapporto tra pubblico e privato). Lo schieramento meloniano non ha vinto perché è stato più moderato dell’avversario, ma perché ha proposto con precisione i suoi obiettivi. E quindi non si attira consenso ponendosi al centro quando si deve riequlibrare uno scompenso così forte sulla destra. Né con una “moderazione” che eluda i problemi più gravi si può infiammare un elettorato deluso e astensivo e portarlo a votare a sinistra.
Del resto, perché la Schlein ha vinto le “primarie” del PD? Le ha vinte soprattutto grazie ai voti degli esterni al partito, cioè di cittadini che non erano interessati ad equilibri interni o a cordate di potere di correnti, ma volevano posizioni popolari nette e precise e bene marcate dalla linea progressista, non una raccolta di moderati, controllati da maggiorenti vetusti, che giocano sugli equilibri partitici interni e col bilancino delle convenienze di potere.
L’appunto che si faceva e si fa tuttora al PD e alla sua Segreteria è non quello di essere poco moderato, ma, casomai, poco avanzato socialmente; e di non sapersi (o non potersi) liberare dalle ipoteche dei cacicchi interni. O, forse anche, di essere sbilanciato su un programma a favore dei cosiddetti valori individualistici, spesso identificati ora con l’acronimo LGBTQ (lesbiche, gay, bisessuali, tansgender, queer) e di aver lasciato ad altri (cioè alle destre) i problemi della sicurezza, d’una sana identità nazionale; e di avere trascurato i problemi dell’equità fiscale e sociale, del lavoro e della pace. Non perché i primi non siano importanti acquisizioni moderne da tutelare, ma perché quelli devono convivere con i valori sociali che rendomo solidale una società che così sarà rispettosa e valorizzatrice di tutti, compresi i diversi o, come ora si dice, i diversamente uguali.
Un altro tema eluso del tutto è stato quello delle ragioni della disaffezione e della chiusura oligarchica dei partiti. Non è lacuna piccola nemmeno questa, perché, se si vuole pensare ad un rilancio della partecipazione, che è l’unico modo per contendere con la destra, è inevitabile vedere e rimuovere i canali che la ostruiscono. Che non sono solo programmatici, ma anche di classe politica e della sua scelta e della sua persistenza. Ne dovremo parlare ancora.
E' probabile: i due convegni saranno presto dimenticati
Abbiamo l’impressione quindi che - purtroppo ma non senza motivo - i due Convegni saranno presto archiviati nella pancia capiente del calderone della convegnistica cattolica, perché incapaci di entusiasmare e di produrre quella mobilitazione empatica che è la sola speranza d’un contrasto alla destra imperante.
Qualcuno conta sull’avvento di qualche figura carismatica. Ma sappiamo che la società complessa abbisogna di lavoro di squadra e, d’altra parte, la mediatica “macchina del fango” subito relativizzerebbe il carisma di un singolo. A lungo andare forse la gente si sgamerà nei confronti dei mass-media e acquisterà gli anticorpi contro quella comunicazione di massa che enfatizza la paura per infondere una mentalità individualistica e egoistica.
Ma riteniamo che forse sia giunto il momento che in Italia (e nella Lombardia sociale e operosa) una comunità dotata come quella ecclesiale si attrezzi a organizzare nella società istituzioni sussidiarie di mutuo soccorso, in un senso solidale alternativo all’individualismo della destra che finirà con lo spappolare la coesione sociale.
Ricordiamo che il cristianesimo alle origini si è diffuso – e più negli strati popolari - perché la forza dell’annuncio pasquale di salvezza si traduceva visibilmente negli atteggiamenti e nelle opere della carità. Senza gelosie da parte di un Dio che ama essere chiamato col nome di “carità”.