Spunti di riflessione sul vangelo di domenica 1 dicembre, prima domenica di Avvento del nuovo anno liturgico "C".
Il Vangelo è Luca 21, 15-18.34-36
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Inizia il nuovo anno liturgico e tornano i temi degli "ultimi tempi" dei tempi che preannunciano il ritorno del Signore e quindi della necessità di "vegliare", di stare in attesa del Figlio dell'uomo che viene "con grande potenza e gloria".
Tornare al cuore e buttare il cuore oltre l’ostacolo
Nel vangelo di oggi troviamo due inviti perentori: “state attenti a voi stessi” e “vegliate in ogni momento pregando”. Dunque: un ritorno a noi e uno sguardo davanti a noi. Un tornare al cuore e un buttare il cuore oltre l’ostacolo. L’attesa dell’avvento inizia dunque con un circolo virtuoso fra ciò che abbiamo e ciò che ci viene donato, fra noi, le nostre pesantezze e lui, l’atteso delle genti.
Stiamo attraversando momenti di grandi paure. Basti pensare alla guerra, le molte guerre che ci sono già e quelle più vicine e più pericolose. Ci è sempre più difficile invocare la distanza per tacitare le paure. Non siamo in guerra ma è come ci fossimo e la guerra lontana la sentiamo pesantemente vicina. Poi la natura, con le sue catastrofi, che, anche quando sono lontane, ci arrivano a casa attraverso l’informazione martellante con la quale dobbiamo fare i conti. Poi, più in generale, la paura degli altri che spesso ci appaiono nemici e aggressivi. La politica, invece dello spazio comune in cui costruire insieme il nostro benessere, diventa spazio conteso in cui difendere i nostri interessi contro gli altri. I nostri cuori, nei termini del vangelo di oggi, sono appesantiti dagli affanni della vita. Spesso siamo poveri e ci attacchiamo disperatamente al poco che abbiamo; talvolta siamo ricchi ma incapaci di accorgerci degli altri: ricchi di cose e poveri di cuore.
“Canta e cammina"
Bisogna allora alzare il capo. Per accorgerci delle cose reali che stanno attorno a noi e che servono a rinfocolare l’attesa. L’attesa, infatti, ha bisogno di agganci. Le piccole gioie di tutti i giorni: un’amicizia che si fa viva soprattutto quando siamo in difficoltà, un incontro inatteso, un perdono che non ci si aspettava, un bambino… un anziano che è capace nonostante l’età e la fragilità di ridere e di far ridere… Tutti piccoli segni di una grande tensione verso qualcosa di bello e di definitivo.
Allora, se siamo stati capaci di alzare il capo per vedere le cose belle degli uomini siamo in grado di alzare il capo per aspettare il Signore, che viene sulle nubi, che ci offre qualcosa di molto più grande e di più inatteso, di “celeste”, di “paradisiaco”.
In questi giorni nell’ufficio divino ci viene proposto un brano celebre di s. Agostino:
O felice quell'alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Là risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell'ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo sapendo di dovere morire, lassù sicuri di non morire più. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria… Cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non cedere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità… Canta e cammina.