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Pochi preti. E sempre più soli

Oggi vengono ordinati tre nuovi preti per la diocesi di Bergamo.
Molta gioia e alcune domande.
I preti che diminuiscono rendono difficile pensare a quale Chiesa si vuole costruire

Oggi vengono ordinati, nel duomo di Bergamo, quattro nuovi sacerdoti, tre sono diocesani, uno è religioso. I tre preti diocesani sono don Francesco Colombi di Bossico, don Lorenzo Cattaneo di Gorle, don Maichol Gherardi di Serina.

Nei commenti che sono apparsi e che, è prevedibile, continueranno nei prossimi giorni, prevale la soddisfazione perché tre giovani di oggi hanno avuto comunque il coraggio di diventare preti. Ed è l’atteggiamento giusto. E’ l’ottimismo credente che gioisce tutte le volte che qualcosa di evangelico fiorisce attorno a noi. Tra l’altro, non è necessario che quel qualcosa sia grandioso… Basta poco per chi ha fede.

Una forte, continua diminuzione

Premessa necessaria, questa. Ma non ci si può fermare lì. Anche sui preti nuovi è possibile e perfino doveroso dire qualcosa di ragionevolmente umano, oltre la soddisfazione e la gioia. A cominciare dai numeri. 

E’ un luogo comune fare il confronto fra quello che avviene oggi e quello che avveniva ieri. Le ”folte schiere” di “preti novelli” dei decenni passati si sono progressivamente smagrite fino ai pochi preti degli ultimi anni. In un articolo di un paio di anni fa, facevamo alcune considerazioni che è facile aggiornare con gli ultimi anni. A partire dal 1963, primo anno dell’episcopato Gaddi, fino al 2021, con l’attuale episcopato Beschi, i preti ordinati a Bergamo sono stati 820.

Con questa distribuzione: 274 con il vescovo Gaddi (1963-1977) con una media di 19, 57 ogni anno; 175 con Oggioni (1977-1991) con una media di 12, 5 ogni anno; 269 con Amadei (1991-2009) con una media di 14 ogni anno. Con Beschi, 102, compresi i tre di quest’anno, con una media di 6 all’anno.

Il dato più vistoso che emerge da queste ultime cifre è il crollo degli ultimi anni. La percentuale ultima è meno della metà della precedente e meno di un terzo rispetto a quella iniziale di Gaddi. A parte il relativo boom del 2023 (nove sacerdoti nuovi) si viaggia sulla media dei due-tre all’anno.

Il prete che è stato e il prete che sarà

Da quel confronto nasce spesso il rimpianto dei bei tempi che furono. Atteggiamento comprensibilissimo, ma sterile. Non è atteggiamento sanamente credente, infatti, quello dei “ruminanti della santa alleanza”, come ebbe a dire Jacques Maritain. Piangere sul passato e sui piccoli eserciti di preti giovani che venivano sfornati ogni anno non serve perché on serve rimpiangere la Chiesa che c’era. 

Ma è necessario pensare alla Chiesa che ci sarà. E, a proposito dei pochi preti, diventa necessario chiedersi come immaginare la Chiesa del futuro quando i preti saranno pochi, sempre più pochi. 

In effetti, si va verso una Chiesa nella quale i laici saranno sempre più numerosi rispetto ai preti. E non tanto perché aumenteranno i laici, ma perché diminuiranno i preti. Un altro dato utile: nei dieci anni dal 2014 al 2023, si sono avuti 130 preti in meno. Non è difficile immaginare l’evoluzione futura, anche perché le fasce più numerose sono quelle più anziane: il fenomeno, quindi, subirà certamente un’accelerazione. 

Non si parla più di vita comune dei preti

Ora, in questa situazione, è ragionevole pensare che i preti sempre meno numerosi, dovrebbero impegnarsi a unire sempre di più le forze. Per aiutarsi, per collaborare, per dividersi le fatiche. Per consolarsi, anche, come si conviene fra gente chiamata a vivere la stessa avventura e a condividere le stesse fatiche. Invece si ha la sensazione – forse, speriamo, solo una sensazione – che sia sparito dagli interessi dei preti di Bergamo un tema che andava di moda nei decenni passati: la “vita comune” dei preti. 

Si sente dire anzi che i meno interessati a una vita comune sono soprattutto i preti giovani, orgogliosi di organizzare la loro vita come meglio gli pare. Se così fosse, si confermerebbe mestamente vera la battuta: che in seminario si vivono quindici anni di vita comune per imparare a vivere da soli (inutile ricordare che per vita comune non si può intendere un pranzo fatto insieme una volta alla settimana, ma una vita vissuta insieme, nella stessa casa, usufruendo degli stessi servizi, condividendo le iniziative comuni).

La cosa diventa ancora più impegnativa se si pensa che è in fase di esaurimento l’immagine classica della parrocchia, anche piccola (nella diocesi di Bergamo, oltre la metà delle 389 parrocchie, ha meno di mille abitanti) che ha sempre il suo prete. In un futuro neanche tanto lontano, dovrebbe diventare normale la piccola equipe di preti che si mette al servizio di un ambito di fedeli sempre più vasto: dunque, non il rapporto corto di un prete con una parrocchia, ma il rapporto lungo di alcuni preti con un territorio più vasto. Il contrario di quello che sembra essere dominante: il desiderio di mettersi in proprio.

Donde l’inevitabile conclusione: i preti del futuro saranno sempre più pochi: è la logica rozza dei numeri. Ma rischiano di essere anche sempre più soli: è la logica delle conseguenze delle scelte che si stanno facendo. Non particolarmente incoraggiante, come è facile intuire.

Il che getta un’ombra di incertezza sul capitolo che dovrebbe essere decisivo: che tipo di parrocchia si vuole costruire, quale ruolo soprattutto devono avere i laici, come fare liturgia, come vivere la carità, come amministrare…

E’ cosa buona che ci siano nuovi preti, cosa molto buona. Ma appare un po’ incerto che cosa gli si vuole chiedere e che cosa gli si chieda di fare. Così è inevitabile che parteciperemo alla bella liturgia di oggi in duomo, con molto gioia. Ma con qualche inevitabile domanda.

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