Un prete viene aggredito, "colpevole" di richiamare all'ordine. Il prete stesso parla poi di comprensione. Ma forse comprendere non basta ed è un problema che tocca i nostri modi correnti di pensare e di fare
E’ successo a Stradella, provincia di Pavia, qualche giorno fa. In Oratorio si stanno celebrando le «Olimpiadi», per festeggiare il termine del centro estivo. C’è anche don Daniele Lottari, 40 anni, viceparroco, insieme a genitori e ragazzi. Durante i giochi don Daniele riprende verbalmente qualcuno che sta “esagerando”. In risposta riceve un pugno in faccia da una ragazzina e spintoni da alcuni amichetti della ragazza, viene minacciato e qualcuno gli sputa addosso.
Don Daniele non ha subito conseguenze fisiche. Ma, ovviamente, l’episodio ha destato scalpore. Durante la messa della domenica successiva, all’omelia, don Daniele ha rassicurato «Sto bene, nessun problema». Poi ha aggiunto: «Non aggiungiamo violenza a violenza. Sono ragazzi fragili, vanno aiutati. Certo, devono anche essere corretti per i loro comportamenti sbagliati, ma non è assolutamente il caso di odiarli».
Il prete fa il prete
Un discorso proprio da prete, da bravo prete. Non serve odiare. Benissimo. Bisogna però correggere. Il problema del correggere sta nel metodo che si sceglie. Resta da valutare se la comprensione predicata da don Daniele possa rientrare nel diffuso sentire collettivo che ha paura di punire. E va bene: si devono fare i conti che la cultura che si respira.
Ma fare i conti non coincide con il benedire a tutti i costi. Infatti non punire spesso significa anche permettere che ci si assuma le conseguenze di quello che si fa. Molti ragazzini continuano a fare i delinquentelli perché sanno che alla fine qualcuno che “capisce” lo trovano sempre. Un mondo materno, dicono i sociologi, dove si è sempre accolti per quello che si vuole e raramente provocati a fare quello che si deve.
Bisogna capire. Ma spesso capire non basta
La Chiesa, e gli uomini di Chiesa, in particolare che hanno il senso di colpa per aver sempre predicato che è necessario fare quello che si deve, adesso sentono il desiderio di ricuperare terreno buttandosi nel campo opposto e sostengono che si deve fare solo quello che si vuole (o, con una formula meno impegnativa, che si deve decidere di fare e che è buono soltanto quello che è deciso). E quindi, se qualcuno vuole fare il delinquente, si deve capire perché lo fa e quindi si rinuncia, almeno per il momento, a punirlo.
Con tanto di ammirazione per quello che ha detto e fatto don Daniele. Ma credo che se avesse chiesto di essere più esigenti, di non pensare che si è risolto il problema solo a furia di comprensione, che un po’ più di severità sta bene anche in ambienti ecclesiali, avrebbe detto cosa buona e saggia.
Ecco: credo che, in quell’ipotesi, nessuno avrebbe potuto dire che don Daniele era un cattivo prete.