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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Si guardano le ossa di s. Francesco ma si rischia di dimenticare il suo esempio

Assisi, san Damiano, refettorio

 

Domenica scorsa i resti del corpo di San Francesco d'Assisi, in realtà solo ossa,  sono stati esposti pubblicamente nella Chiesa Inferiore della basilica di Assisi. È la prima volta in età contemporanea. L’esposizione durerà fino al 22 marzo ed è stata organizzata per celebrare gli 800 anni dalla morte del santo. Per la visita si sono prenotate 400mila persone.

 

 

La memoria diventa consumo visivo

Confesso che guardando le immagini ho provato un senso di straniamento: ciò che resta di un credente (“Alter Christus”!) che ha scelto povertà e vicinanza agli ultimi viene trasformato in spettacolo. Le ossa ridotte a oggetto da osservare generano voyeurismo religioso: curiosità morbosa che rischia di sostituire ogni riflessione autentica sulla vita del santo. Non si può sapere quanto san Francesco avrebbe voluto – o non voluto – diventare oggetto di ammirazione, ma è chiaro che la sua santità rischia di essere ridotta a feticcio. La sua importanza storica e spirituale risiede nei gesti concreti e nelle idee che ha incarnato, non nel poco materiale fisico che resta.

Il fenomeno da quelle parti non è isolato. Basti pensare all’esposizione del corpo di Carlo Acutis, nella Chiesa di Santa Maria Maggiore a Assisi: il giovane santo, vestito con abiti quotidiani – jeans, felpa e scarpe sportive – e con il volto ricostruito in silicone, diventa anch’egli sguardo morboso più che esempio di vita vissuta. I visitatori osservano, fotografano, passano oltre. La memoria storica si trasforma in consumo visivo e il messaggio rischia di perdersi.

Vivere come Francesco e Carlo non osservare le loro ossa

Insieme alla curiosità, sorge una domanda inevitabile: che tipo di fede e spiritualità stiamo promuovendo? Una che celebra la vita dei santi o una che si nutre di corpi esposti? I resti non parlano, non insegnano, non cambiano le vite. Solo le azioni e l’esempio possono farlo davvero. La memoria di Francesco e di Carlo dovrebbe essere una guida, non una mostra. Chi li segue deve imparare a vivere come loro, non a osservare ciò che resta. Ridurre la santità a spettacolo trasforma il sacro in curiosità morbosa e il culto in turismo.

Forse, nonostante le folle, è il momento di fermarsi e riflettere. Le reliquie vanno rispettate, certo, ma la vera eredità dei santi non sta nelle ossa esposte: sta nel coraggio, nelle scelte e nelle vite che hanno illuminato. Chi vuole davvero imparare da loro deve guardare oltre la teca, oltre il corpo, fino all’esempio che continua a parlare oggi. Solo allora la santità smetterà di essere un oggetto da ammirare e il voyeurismo lascerà spazio a un modello da vivere.

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