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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Israele, le armi USA e quelle dell’Italia

armi fucili carri armati

 

Trump si è autoproclamato candidato al Nobel per la pace. Ma si è vantato di aver dato in abbondanza armi molto efficaci a Israele. L'Italia, da parte sua, ha il suo ruolo nella faccenda

 

 

Trump, gli USA e le armi a Israele

“Facciamo le migliori armi del mondo e ne abbiamo molte. Francamente, ne abbiamo date molte a Israele. Bibi mi chiamava così tante volte: puoi procurarmi quest’arma, quell’arma, e altre di cui non avevo mai sentito parlare. Israele sapeva come usarle bene”, così Donald Trump – aspirante autocandidato al premio Nobel per la Pace - nel suo recente discorso alla Knesset israeliana. Una chiara ed esplicita confessione del solido sostegno militare degli USA nei confronti di Israele, anche durante i mesi della carneficina di Gaza.

Secondo il report di Altreconomia – basato sui dati ufficiali forniti dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti – il valore dei prodotti in cima alla lista export verso Israele è dato proprio dagli ordigni bellici: bombe, granate, siluri e simili. Prodotti che valgono 1 miliardo e 72 milioni di dollari e che sono davanti a diamanti (952 milioni di dollari), aerei civili (419 milioni di dollari) e apparecchi telefonici (301 milioni di dollari). A questi vanno aggiunti i 20 milioni di dollari di pistole, mitragliatrici e altre armi da guerra e i 132 milioni dei veicoli blindati. Vale la pena ricordare che storicamente il ruolo di maggior sostenitore di Israele spetta proprio agli USA che, secondo un report diffuso dal Congresso, a partire dal 7 ottobre avrebbero fornito aiuti per 22 miliardi di dollari. Armi che sarebbero state trasportate attraverso 800 aerei cargo e 140 navi.

L'Italia tra il dire no e il fare sì

E l’Italia? Nelle scorse settimane. a margine del Forum di Cernobbio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha risposto a un giornalista che gli chiedeva se in caso di occupazione della Cisgiordania l’Italia sarebbe stata disposta a “non inviare più armi a Israele”. “Ma noi non inviamo armi: questa è una leggenda metropolitana.  Noi, dal 7 di ottobre di due anni fa, abbiamo sospeso tutti i contratti. Quindi non c’è nessun invio di armi a Israele”.

In realtà, i fatti raccontano una storia diversa. L’Italia ha sì bloccato le nuove autorizzazioni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ma vecchie licenze hanno continuato a produrre spedizioni. E non sono mancate accuse di traffici sospetti e inchieste giudiziarie.

Peraltro, l’ammissione ufficiale da parte del governo era arrivata qualche mese prima della dichiarazione di Tajani: il 7 maggio 2025 in Commissione Esteri alla Camera il sottosegretario Giorgio Silli aveva ammesso che armi italiane sono state inviate a Israele anche dopo il 7 ottobre 2023. Il sottosegretario, però, ha precisato che l’approccio adottato dal governo italiano nei confronti di Israele rimaneva “particolarmente restrittivo”: infatti – come sostenuto dal ministro - le spedizioni effettuate dipendono da licenze rilasciate prima dell’inizio del conflitto e su queste vecchie licenze è stata fatta una “valutazione caso per caso”.

Materiali che possono servire anche per produrre armi

In quell’occasione Silli sostenne che: “sono stati inviati in Israele solo materiali che non potessero essere utilizzati contro la popolazione civile”. Concetto questo molto contestato dalle organizzazioni pacifiste. Che ricordano il caso – inquietante - emerso grazie all’inchiesta di Altreconomia: nel giugno 2024, dalla provincia di Viterbo sono state esportate spolette e sensori di prossimità per un valore di quasi 3 milioni di euro. Questi materiali, che servono per attivare l’esplosivo di bombe e proiettili, secondo il Ministero della Difesa sono stati spediti in Israele per essere distrutti dalla ditta israeliana che li ha prodotti. Un caso “singolare” che lascia aperti dubbi seri sull’effettivo utilizzo.

La stessa inchiesta di Altreconomia rileva che dall’inizio della guerra a Gaza fino a marzo 2025, l’Italia avrebbe esportato in Israele migliaia di tonnellate di nitrato di ammonio, sostanza che deve rispettare regole stringenti proprio perché utilizzabile anche per produrre esplosivi. Lo stesso discorso riguarda altre esportazioni, come quelle di trizio o micce. Dunque, non armi in senso stretto ma sostanze e materiali che possono avere un impiego bellico.

Vale la pena ricordare che la legge n.185 del 1990 stabilisce in modo netto che le esportazioni di armamenti dall’Italia verso l’estero devono essere autorizzate dall’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento (UAMA) del Ministero degli Esteri. La stessa legge pone vincoli severi al commercio di armi, che non possono essere vendute – salvo deroghe – a Paesi in guerra o che violano le convenzioni internazionali. Ogni anno, il governo è tenuto a inviare al Parlamento una relazione con dati e informazioni sulle esportazioni di armamenti autorizzate. E non è un caso che dal Governo da tempo ci siano manovre per riformare questa legge. D’altronde “si vis pacem para bellum” (cit. Giorgia Meloni).

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