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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Di fronte al nuovo anno, con occhi stupiti

2026 nuovo anno

"Spirito Santo, donaci il gusto di sentirci estroversi. Rivolti, cioè, verso il mondo, che non è una specie di chiesa mancata, ma l'oggetto ultimo di quell'incontenibile amore per il quale la Chiesa stessa è stata costituita. Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture, soffia nelle vele perché, sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico, un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire."

 

 

Auguri nonostante

E’ il caso di partire, ancora una volta, dall’indimenticato don Tonino Bello per farci gli auguri per il nuovo anno iniziato. Auguri necessari ad una Chiesa spaventata rispetto ai cambiamenti in corso che segnalano “l’arretramento o la fine della civiltà parrocchiale” (Christoph Theobald).

Una postura tra il rassegnato e il risentito che poca giova alla buona notizia del Vangelo e poca giova all’uomo contemporaneo nella sua ricerca, ininterrotta, di vie possibili di vita buona.

Entrare nella grande basilica del mondo

Per questo, all’inizio di un nuovo anno, credo sia importante riprendere la categoria dei “segni dei tempi”.  Lo sappiamo: ogni tempo ha le sue ricchezze e le sue pene, i suoi segni di speranza e i suoi abissi. Tutti i tempi sono tempi di crisi, di passaggio, di cambiamento; nessuna età della storia umana è stata un’età di progresso inarrestabile, stabilità, saggezza, benessere.

Dunque il tempo che ci è dato da vivere non è migliore o peggiore di altri tempi. Però ci è chiesto di viverlo con passione, tentando di intravedere in esso i pertugi dentro cui, spesso in modo inedito e sorprendente, Dio si fa trovare. Dopo l’incarnazione la grande basilica dove i cristiani trovano le tracce del Dio di Gesù è il mondo. La storia è il luogo teologico dove Dio si fa trovare. Per fare questo, occorre cercare di vivere la “simpatia” piuttosto che l’antipatia verso il mondo, sforzarsi di vivere la “compagnia” con le donne e gli uomini del nostro tempo e, invece di barricarsi e difendersi da un nemico, avvertire che “la cultura attuale non è deprecabile; è invece il kairos, il momento opportuno per raggiungere ciò che ci sta più a cuore” (S. Fausti).

Senza sguardi risentiti

La sfida è la compagnia con gli uomini del nostro tempo, l’ascolto dei soffi più nascosti della ricerca del senso della vita, che ci sono anche nei più assorbiti nella cultura apparentemente dominante dell’età del vuoto. Custodire, da credenti, la speranza (non era forse il tema del Giubileo?). Non attraverso sguardi risentiti attanagliati da voglie di rivincita.

Ce lo diceva bene l’incipit della Gaudium et Spes, la Costituzione promulgata il 7 dicembre del 1965, giorno prima della chiusura del Concilio Vaticano II (per inciso: mi ha fatto impressione che la data dell'anniversario del sessantesimo sia stata ignorata totalmente dai media. Destino dei reperti museali). Costituzione datata finche si vuole ma capace di indicare un metodo e uno stile che molto somiglia a quello di Gesù di Nazareth: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.”

Capaci di “esaminare tutto e ritenere ciò che è buono"

Certo, ci è chiesto l’impegno di discernere, parola che, secondo l'etimologia latina, vuol dire “dis-cernere”, ossia separare due volte, oppure separare doppiamente (in senso quindi intensivo). L'applicazione tipica del termine riguardava la separazione della farina dalla semola per mezzo del setaccio. Contiene quindi l'idea di dividere minutamente le cose, per conservare ciò che utile ed eliminare ciò che non lo è.

O come ben dice la prima lettera ai Tessalonicesi, discernere" significa essenzialmente avere la pazienza di "esaminare tutto e ritenere ciò che è buono" (1 Tess 5,21). Per abitare i processi nel loro divenire, senza farsi paralizzare dalla paura, o peggio dal risentimento rancoroso, ma attivando una com-passione solidale.

Magari cominciando a recuperare luoghi comunitari (quanto mancano oggi!) e strumenti di osservazioni per la lettura del discernimento. Sempre con gli occhi di Vangelo.

Occhi stupiti, occhi capaci di intravedere germogli là dove spesso noi vediamo solo semi di morte.

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