Per chi si chiede cosa vale davvero.
Diciottesima domenica del tempo ordinario. Per i testi liturgici clicca qui.
Carissimo, carissima,
ci sono momenti in cui la vita ci ferma. Non chiede permesso. Siamo posti davanti ad uno specchio che parla: “E tu, per cosa stai vivendo davvero?” Non è una domanda scontata. È una lama sottile che ti entra nelle giunture delle ossa. Una fenditura nella roccia della nostra routine. Una provocazione che smuove tutto, se lasciamo che ci attraversi.
Siamo pieni di beni, poveri di bene
Ci sono notti che ci spogliano. Ci sorprendono nel pieno del calcolo, nel cuore dell’illusione di avere tempo. E in quella notte stessa la vita ci viene domandata come un prestito scaduto. E ci ricordano che nulla è davvero nostro, nemmeno il tempo. Ci accorgiamo allora che si può vivere pieni di beni, ma vuoti di bene. Che si può essere proprietari di tutto, ma senza eredità e scoprire che la vita non si conserva in silos.
Una richiesta impropria rivolta a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità» consente a Gesù di porsi come vero mediatore. Di chi e per che cosa? O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?. E disse loro: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede.
Invitati a cambiare sguardo
Gesù nella contesa tra due fratelli chiede di cambiare lo sguardo. Qual è nella vita di ciascuno l’eredità in gioco? Con la parabola dell’uomo ricco Gesù intende propiziare una conversione del cuore nel suo interlocutore. Gesù opera un rovesciamento, rilancia una prospettiva ‘altra’: non sono i beni che attestano il valore di una vita; ma è la sostanza, lo spessore di una vita che può conferire valore anche ai beni. Se la difesa dei beni ci fa perdere la vita stessa, ogni altra cosa viene effettivamente persa. Nella contesa con il fratello colui che si rivolge a Gesù è invitato ad assumersi la sua responsabilità e a non perdere di vista l’essenziale. Ciò che non può permettersi di perdere è la sua stessa vita.
Gesù la racconta così: un uomo ha fatto bene i suoi conti. Ha avuto campi fertili, raccolti abbondanti, granai pieni. È soddisfatto. Dice a sé stesso: “Ora riposati, mangia, bevi, divertiti. Ma proprio quella notte, la vita lo sorprende. La sua vita finì. E tutto ciò che aveva trattenuto, non vale più nulla. Non fu colpevole di avere raccolto, ma di avere confuso ricchezza con il suo possesso; salvezza con sicurezza. Ci pensi? Aveva pensato a tutto, tranne al senso. Aveva riempito i magazzini, ma era rimasto vuoto. Aveva progettato tutto, tranne l’essenziale. Aveva stipato la vita, senza portarla in salvo. Aveva accumulato, ma non amato. Aveva trattenuto e non donato. Stolto, lo chiama Dio. Non per i beni che aveva, ma perché non li aveva convertiti in relazioni. "E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Avrebbe potuto fare altrimenti? Certo che sì! La parabola è anche per noi.
Viviamo tempi di costipazione spirituale
Non è una storia lontana, la storia di un uomo d’altri tempi. È la nostra. La storia di quando confondiamo i beni con il bene. È quel granaio invisibile in cui ci chiudiamo dentro, quando, appunto si accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Accumulare non è solo un istinto per quell’animale che è l’uomo. L’uomo ci mette tutto il suo ingegno anche nell’iniquità. Viviamo in un tempo di costipazione spirituale: stipiamo, calcoliamo, proteggiamo… e ci svuotiamo. Nessuna ricchezza basta, se la relazione manca. E nessun possesso dura, se non diventa dono. La questione non è essere o non essere ricchi. Ma: Che cosa produce la tua ricchezza? Fa spazio o chiude? Alimenta la vita o la divora? Ti libera o ti imprigiona? In un mondo che affonda nelle disuguaglianze, dove la ricchezza si concentra nelle mani di pochi, dove i pochi decidono per molti, e troppi non hanno più nulla da mettere a tavola.
Questa parabola brucia. Brucia la coscienza. Interroga la giustizia. Invoca conversione. Chi è l’uomo ricco, se il fratello muore? Non dobbiamo combattere i beni, la ricchezza, ma la povertà che essi generano quando diventano ingiustizia. Non dobbiamo vergognarci dei beni, ma vergognarci dell’ingiustizia che in noi l’accumulo produce. Non è peccato avere un campo, ma ignorare chi non ha terra. Non è male avere un conto, ma chiuderlo al povero. Così è di chi accumula solo per sé e non si arricchisce presso Dio. Non è il grano il problema, ma il cuore che ne fa idolo. Non è peccato possedere cose, ma l’illusione che esse bastino. E stoltezza è accumulare senza condividere.
Dobbiamo convertire la ricchezza in giustizia
Perché i beni, da soli, non danno vita. E il bene, se non si condivide, si svuota. Non c’è eredità più grande che una vita che ha saputo perdersi per amore. L'urgenza oggi è la misura. Una misura interiore. Perché la cupidigia è una fiamma che non sa dire basta, divora anche ciò che ha già. La ricchezza non è da combattere. Ma da convertire. In giustizia. In pane spezzato. In relazioni salvate. Una ricchezza che genera povertà non è innocente. È ingannevole, iniqua e idolatrica. Non salva nessuno, neppure chi la accumula. Perché ciò che non diventa bene comune, si trasforma in idolo. E gli idoli non salvano. Pesano, schiacciano, imprigionano, sacrificano vite. E uccidono, a volte lentamente, chi li serve.
Il confine, oggi come allora, è qui: tra ciò che tratteniamo per potere, possibilità e paura e ciò che possiamo donare per amore. Tra il granaio chiuso e la tavola aperta. Tra la cupidigia che divora e la misura che salva. L’accumulo in mano di pochi produce disuguaglianze, dolore, ingiustizia. In questa estate, ti invito a una misura diversa. Non dei conti, ma del cuore. Allena la gratitudine, che disinnesca l’avidità. Pratica la sobrietà, che non è rinuncia, ma libertà. Scegli la condivisione, che è giustizia in atto. Spreca bene il tuo tempo. Perdi qualcosa per amore. Lascia che qualcosa di tuo diventi “nostro”. Perché non c’è ricchezza più vera di una gioia condivisa. Converti la ricchezza in giustizia.
Un gesto da custodire e lasciar agire
Fermati. Guarda dentro il tuo granaio: quali ricchezze possiedi davvero? Non solo cose, ma doni. Chiediti: “Posso donare questo?” Se no, chiediti: “Mi sta possedendo?” Scegli di trasformare un bene in condivisione concreta. Donare è ricordare che nulla è mai solo nostro, e che resta solo l’amore. Fai spazio, scegli un gesto che apra il cuore e la vita.
Buon cammino, insieme, alla ricerca della misura che salva.
Lama sul granaio
Hai riempito la casa,
ma ti manca una stanza.
Hai contato i giorni,
ma non hai amato il tempo.
Hai detto:
“mangia, bevi, divertiti” –
ma chi mangerà il tuo nome
quando la notte ti spoglierà?
Hai costruito silos,
non tavole.
Hai raccolto,
ma non hai consegnato.
Ti credevi ricco,
ma eri solo.
Il fratello moriva
mentre tu pesavi i frutti.
Eri sazio,
ma non salvo.
Nulla era tuo,
nemmeno il respiro.
Il bene che non si dona
marcisce.
Il possesso che non si apre
imprigiona.
Chi è l’uomo ricco,
se il fratello muore?
Solo ciò che perdi per amore
resta.
Solo ciò che si spezza
nutre.
Solo ciò che doni
ti salva.
E la vita –
non si conserva.
Si consegna.
Proprio così.