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Dimora della fragilità

"Vi lascio la pace, vi do la mia pace" (tempera di Giuseppe Sala9
Quinta Lettera della Speranza
Nel tempo della malattia e della prova
VI Domenica di Pasqua (Gv 14,23-29)

Cari fratelli e sorelle,

Le parole di Gesù intercettano il turbamento dei discepoli, la paura che cresce davanti alla prova che Lui ha annunciato: la Passione. Una prova che, volenti o nolenti, coinvolgerà anche loro. Ecco perché Luca nel suo Vangelo riporta altre parole pronunciate dal Maestro, nella sera della Cena: 

Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele» (Lc 22,28-30). 

Dio prende casa proprio lì, dove la nostra casa vacilla

Il Vangelo risponde senza sconti: «Non sia turbato il vostro cuore. Vi lascio la pace, vi do la mia pace». Non è una frase da biglietto di circostanza. È una presa di posizione. Una promessa che ci viene consegnata proprio nel tempo della prova. Gesù non ci risparmia la tribolazione, ma la abita con noi. Fa casa nel cuore del turbamento. E quando tutto in noi grida abbandono, Egli promette: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Dio prende casa proprio lì, dove la nostra casa vacilla. Nel cuore inquieto, nella carne ferita, nella mente che dubita, nell’anima inaridita, nello spirito che invoca. È lì che lo Spirito viene, e si unisce a noi con gemiti inesprimibili. La sua parola è una promessa fatta dentro le ferite. È il modo in cui Dio si rende prossimo proprio quando tutto trema.

Quando il corpo cede. I malati

In questo contesto, per questa tappa del nostro cammino, mi sento di convocare tutti i malati che in questo tempo pasquale riceveranno il Sacramento dell’Unzione nell’abbraccio delle loro comunità durante la celebrazione domenicale. È portando nel cuore queste nostre sorelle e questi nostri fratelli che scriviamo quest’altra lettera della speranza.  

Ci sono momenti in cui il corpo cede, il respiro si accorcia, la mente fatica a tenere insieme i pensieri, l’anima si inaridisce e lo spirito si spegne.  Giorni in cui ci si alza già stanchi, e le parole che prima incoraggiavano sembrano ora vuote. È il tempo della malattia. Del rallentare inevitabile. Del dolore che invade e cambia tutto. Ma non sono solo i muscoli a spezzarsi. È la speranza ad andare sotto torchio. La domanda che sorge è sempre la stessa: “Ha ancora senso tutto questo? Dove abita Dio, adesso che il dolore bussa ogni giorno?” 

È impossibile pensare di mettere in sicurezza la vita dell’uomo. [...] Nell’esistenza umana non si può fare a meno di entrare in contatto con elementi di avventura, a volte negativi, a volte positivi» (S. Petrosino).

Nel tempo della malattia, della vecchiaia, della fragilità, quando la sofferenza spaventa e la paura soffoca la speranza, Gesù non si tira indietro. Viene ad abitare con noi; prende casa là dove il dolore sembra chiudere ogni porta. Il Risorto non ci abbandona. Nel dolore, nella stanchezza, nella confusione: pone dimora. E il malato – spesso dimenticato, marginale, considerato un ramo secco – diventa dimora di Dio. Lì il Vangelo accende una possibilità nuova: essere visitati, essere amati, essere benedetti.

La forza nella debolezza. L'unzione degli infermi

Il sacramento dell’Unzione non è un gesto magico, né una consolazione a buon mercato. È forza nella debolezza. Segno dello Spirito che rivela la potenza nascosta della fragilità. L’imposizione delle mani sul malato dice con i gesti ciò che la fede confessa che la vita, anche spezzata, è amata. Che nessuno è un peso, è volto degno di cura. Che Dio si china, come il samaritano, e versa vino e olio sulle ferite del corpo, della mente, dell’anima, dello spirito.

Nel tempo della malattia non è solo la salute a venire meno, è la speranza ad essere messa alla prova. Da malati si teme di essere dimenticati, di non valere più nulla. L’unzione è quel segno di cura che ricorda al malato: “tu vali ancora”. Il gesto dell’Unzione non è l’ultimo prima del commiato. È il segno che non ci lascia soli nella lotta ancora tutta da affrontare. È olio che penetra la pelle, per lenire i colpi del male, è carezza sul limite, preghiera che si posa e dice: “Tu sei ancora parte viva del corpo. Tu sei figlio. Sei amato. Non sei abbandonato. La tua sofferenza è abitata.”

È lì che il Vangelo torna a bussare: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». Dio si fa ospite. Non indietreggia di fronte alle piaghe. Non si scandalizza della debolezza. Non diserta la casa della fragilità. Da qui può scaturire quella testimonianza propria del malato, che solo lui può dare e quella di coloro che di lui hanno cura. L’Unzione diventa profezia e segno concreto di una comunità che non abbandona. È fede che non si vergogna delle lacrime. È la certezza che nella prova la vita non perde il suo valore.

Per attraversare il dolore

«Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa». Anche quando nel dolore la speranza non trova parole, lo Spirito traduce tutto in prossimità, in silenzio pieno, in promessa mantenuta. La Parola è la tua dimora. Lo Spirito è la tua guida. La Pace è la tua compagna nell’ora della paura. Nel modo in cui stiamo accanto al malato, nel nostro prenderci cura, il Vangelo si fa carne.

Quando un malato sente nella tua presenza: “Tu resti amato”, stai celebrando con lui la Pasqua del Signore. Stai annunciando che la morte non ha l’ultima parola. Stai lasciando passare questa parola di Gesù: «Io vi do la pace». Quella pace non toglie il dolore, ma permette di attraversarlo. Con fiducia. Con divina tenerezza. Una tenerezza che sussurra che nella ferita può nascere la speranza, che nella prova può manifestarsi una presenza che non ci lascia mai. 

Resta l'amore

Che cosa resta davvero della vita? Dopotutto resta l’amore. L’amore alimentato dall’olio della fede che tiene accesa la speranza, Quello che unge e consola, che ci conferma nel cammino, che ci ha guariti anche senza togliere il dolore.  Resta la parola che ha mantenuto la promessa. Resta la pace che ha resistito al turbamento. Resta il dono dello Spirito, che fortifica nella debolezza. «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite», (Etty Hillesum). Nel mondo sentiamo quando sentiamo la paura della fine, la fede celebra l’inizio, anche nell’ora più buia. Perché nella carne dell’uomo, l’Amore del Risorto scende come balsamo sulle nostre ferite. E ci rende capaci di fare spazio. Fino alla fine. 

La morte è un grande mistero, ma non ha confronto con il mistero della vita. [...] Chiunque di noi, credente o non credente, tende a non stupirsi più della vita. [...] Noi ci chiediamo sempre il perché del dolore, ma non ci interroghiamo mai sul perché della gioia», (S. Petrosino). 

Questa è la nostra benedizione: Che ciascuno possa fare della sua ferita una dimora abitata. Che ogni unguento versato profumi di tenerezza. Che ogni parola d’amore rimetta in piedi chi pensava di non farcela. Che ogni cura – data o ricevuta – sia Vangelo vissuto nella carne. Siamo tutti in cerca di quella Pace che il Signore ci dona e che nessuno mai potrà toglierci. Siamo compagni nella fragilità, custodi della speranza.

Con voi, nella luce che rischiara
anche la notte più buia.

Ci sono giorni

Ci sono giorni
in cui la vita pesa più del corpo
e il corpo
non regge più nemmeno la vita.

C’è un silenzio che morde
quando le parole si consumano
e il respiro si fa sottile
come un filo che regge ancora
ma non sai per quanto.

È lì,
nel letto che sa di resa
e di attesa,
che Dio prende casa.
Non altrove.

Nel cuore che cede,
nell’anima che trema,
nella carne che grida.
Nello spirito che si spegne.

La fede non toglie il dolore.
Lo abita.
Lo attraversa.
Lo unge.

Ci sono carezze
che non guariscono,
ma salvano.

Lo Spirito 
si fa sentire in noi
con gemiti inesprimibili 
che nessuno sa cogliere,
se non Dio solo.

Il dolore è reale.
così la sua dimora.
Dio non si tira indietro.

Ogni corpo che soffre
è tovaglia che si dispiega
Ogni piaga può farsi soglia.
Ogni lacrima
è battesimo di verità.

Ogni goccia d’olio
è promessa.
Ogni gesto di cura
è sacramento.
Ogni speranza 
è già resurrezione.

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