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Avvento. Ad occhi aperti

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Prima domenica di avvento. A partire da oggi e per le prossime settimane il commento ai vangeli ci viene offerto da don Massimo Maffioletti, parroco di Colognola, giornalista.

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo (Mt 24,37-44)

Le attese ai tempi di Gesù

I toni sono quelli della fine dei tempi. Gli esperti li chiamano escatologici per via del greco ἔσχατον, “ultimo”. L’attesa dei cosiddetti giorni ultimi era nell’aria da molto tempo, nel grembo gravido di molteplici istanze contemporanee a Gesù.

A volte le attese – culturali, sociali, religiose – sono così pregnanti da “invocare” la venuta, e un messia non viene se non è anche atteso o chiamato in causa (anche se poi sarà respinto).

Le attese ai nostri tempi. Come se non ci fosse un domani

La nostra stagione culturale sembra così simile e sintonica con i giorni di Noè citati da Gesù: il “presentismo” antidiluviano sembra incapace di nuove prospettive e speranze. Gli manca la postura: il futuro è espunto dall’orizzonte. Nessun adventus, nessun venuto. Non ci resta che l’hic et nunc del mangiare e bere come se non ci fosse un domani.

Infatti. Nell’età beata del nostro felicismo non c’è nessun diluvio, ma la domanda rimane in sospeso: se non c’è nulla da attendere, se la vita va consumata per quello che è e può dare perché mai dovremmo attendere qualcosa o qualcuno?

Ma il Vangelo non minaccia

Nella pagina evangelica all’imbocco del cammino di avvento non c’è nulla di spaventevole o di lugubre, però. Saremmo fuori strada se interpretassimo le parole del Maestro come minacce o avvertimenti: uno portato via e l’altro lasciato. Non siamo in balia di divinità capricciose e bizzarre. L’intenzione dell’uomo che viene da Nazareth non è lanciare l’ultimo avviso a noi poveri naviganti o tendere subdoli trabocchetti a viandanti sprovveduti. Della serie: attenzione, dato che nessuno conosce la sua ora, cercate di non farvi trovare con le mani nella marmellata, pena il castigo.

Bisogna liberarsi al più presto dall’idea contorta di un giudice divino che verrà per sistemare finalmente le cose che non vanno, mettere ordine e dare una bella regolata a tutti. Impresa non facile, visto che l’imprinting omiletico-catechistico è stato quello per non poco tempo.

E si attende una umanità nuova

A questo proposito, rileggersi i Canti Ultimi di Turoldo aiuterebbe a comprendere che “ultimo” non significa “la fine” ma il nuovo, quello che verrà. Ha a che fare con la novità che non ti aspetti e per la quale occorre – questo sì – essere ricettivi. Come sempre il vangelo (e Gesù) centra la questione: la figura annunciata del Figlio dell’uomo, attinta anch’essa a piene mani dalla letteratura apocalittica veterotestamentaria (Daniele, Ezechiele…) e nella quale – l’unica? – Gesù stesso si riconosce, allude all’avvento di una umanità nuova, la nascita o la generazione dell’“Uomo del Futuro”, come nel bellissimo romanzo di Sandro Veronesi Il Colibrì (2019), anche se nel suo racconto è femmina.

Ed è all’avvento di un’umanità nuova – pienezza dell’umano – che Gesù desidera indirizzare il desiderio dei discepoli. Il Figlio dell’uomo è il paradigma di quell’umanità che vedremo compiersi proprio nell’umanità dell’uomo di Nazareth. A Natale Dio non si presenterà come il Grande Risolutore o il “dio tappabuchi” di bonhoefferiana memoria.

Vegliare non è la postura infantile di chi attende il passaggio del giustiziere divino ma l’arte di saper riconoscere nell’umanità di Gesù il venire di Dio all’uomo. I vangeli si incaricheranno del compito di farci scoprire come nella semplice umanità di Gesù noi potremo scoprire perfino qualcosa del volto di Dio. Ci si tiene pronti non per paura dei ladri ma per assaporare la pienezza di una vita che ci riguarda. Se la vogliamo. Se la attendiamo. Tenere gli occhi aperti, però.

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