Si continua a parlare di pace e di guerra. Trump, a proposito del Medio Oriente, ha parlato della pace più grande da tremila anni a questa parte. Persistono consistenti dubbi al riguardo. Ora è in viaggio verso l'estremo Oriente e non si sa se sperare in qualcosa da questa spedizione. Savino Pezzotta ci offre qualche impegnativa riflessione alla luce dei valori evangelici sui primi passi di quella pace e sui rischi futuri
Parlare di pace in tempi di guerra
Parlare di pace oggi può sembrare un atto ingenuo. Soprattutto quando ci troviamo di fronte a conflitti complessi, prolungati, segnati da ferite storiche profonde e da dolori reali che non si cancellano con un trattato o con una conferenza stampa. La guerra tra Israele e Hamas, riaccesasi in maniera devastante negli ultimi anni, dopo il 7 Ottobre, ha lasciato dietro di sé non solo macerie materiali, ma anche un tessuto umano e spirituale lacerato.
Nel 2025, il mondo ha assistito a un evento atteso e controverso: la proposta di un accordo di pace, promosso dagli Stati Uniti. Questo patto, annunciato come un passo importante verso la fine del conflitto, ha suscitato reazioni contrastanti: c'è chi lo ha salutato come un'apertura, e chi vi ha visto l'ennesimo compromesso imposto, costruito più sulla forza politica che sulla giustizia reale.
Visto e udito il Presidente Tramp evocare ripetutamente il nome di Dio, mi sono chiesto come innanzi a questo evento un cristiano si debba chiedere se può leggere questo accordo alla luce del Vangelo? Come discernere, da cristiani, se ciò che ci viene presentato come “pace” sia davvero tale? E quale dev’essere, in questo contesto, il nostro impegno cristiano?
La tentazione di una pace apparente
La Bibbia ci insegna che non tutto ciò che si presenta come pace lo è davvero. Già nel profeta Geremia si legge:“Guariscono alla leggera la ferita del mio popolo, dicendo: ‘Pace, pace!’ ma pace non c’è” (Ger 6,14). Ci sono paci che sono solo tregue mascherate. Ci sono accordi che promettono prosperità, ma lo fanno a spese di chi non ha potere. E soprattutto, ci sono paci costruite non sulla verità e sulla giustizia, ma sull’esclusione e sull’umiliazione dell’altro.
Quando si propone la pace come un compromesso unilaterale, quando si pone una parte come vincitrice e l’altra come destinataria passiva, quando si offrono concessioni minime in cambio della rinuncia a diritti fondamentali, siamo davanti a una pace apparente. Una pace che può forse fermare le armi per un momento, ma non sana le ferite, non ricostruisce fiducia, non genera riconciliazione.
L’accordo: promesse, condizioni, rischi
L’accordo annunciato nel 2025, mediato dagli Stati Uniti, ha previsto una serie di passi concreti: la cessazione dei bombardante e della totale distruzione di Gaza, liberazione di ostaggi israeliani, il rilascio di detenuti palestinesi, un parziale ritiro delle forze armate israeliane da Gaza, la riapertura di corridoi umanitari.
Sono elementi importanti e significativi . Ma sono convinto che lo sguardo evangelico ci chiede di andare oltre la superficie. Qual è il prezzo umano di questo accordo? Quale giustizia è stata riconosciuta — e quale ignorata?
Un accordo è veramente di pace solo quando riconosce la piena umanità di entrambe le parti, e restituisce dignità reale, non solo sopravvivenza. Se uno dei due popoli continua a vivere sotto occupazione, se la libertà di movimento, la sicurezza, la sovranità e la memoria storica sono negate o ridimensionate, quella non è pace. È gestione del conflitto, è contenimento.
La logica del sacrificio nascosto
La storia ci mostra che, quando i potenti vogliono stabilire un ordine nuovo, spesso sacrificano qualcuno. Magari non nel senso antico del termine — non con altari e riti — ma nel senso sociale e politico: si “accetta” che un popolo viva in condizioni inferiori, si legittimano disuguaglianze strutturali, si mettono condizioni impossibili in cambio di sopravvivenza. Tutto questo per mantenere una fragile stabilità.
Il Vangelo, però, ci chiede un’altra logica: non più sacrificare qualcuno per la pace degli altri, ma scegliere di farsi carico dell’altro, anche quando è nemico. Gesù non ha vinto i suoi avversari con la forza, ma si è lasciato inchiodare sulla croce, e da lì ha aperto la via del perdono e della riconciliazione.
Una pace vera, quindi, non chiede il sacrificio dell’altro, ma il nostro. Il sacrificio dell’orgoglio, dell’odio, del desiderio di vendetta. L’accordo del 2025 sarà vero solo se entrambe le parti saranno disposte non solo a firmare documenti, ma a entrare in un cammino di trasformazione profonda.
Il ruolo del cristiano: vigile, compassionevole, profetico
In tutto questo, qual è il posto del cristiano? È facile cadere nella polarizzazione, scegliere una parte, tifare, giudicare. Ma il Vangelo ci chiede di non scegliere “una parte” in senso politico, ma di stare sempre dalla parte dell’umano, del ferito, dell’umiliato.
Il nostro compito è:
- Vigile: per non lasciarci sedurre da paci illusorie o da narrazioni semplificate.
- Compassionevole: per piangere con chi soffre, da ogni lato del conflitto.
- Profetico: per denunciare ciò che disumanizza, anche quando viene presentato come necessario o realistico.
Il cristiano è chiamato a essere lievito di pace vera, non spettatore o ripetitore di opinioni di parte. E questo richiede formazione, coraggio, e soprattutto radicamento nel Vangelo.
Pace come profezia, non come strategia
La vera pace, quella evangelica, non nasce da strategie di potere, ma da conversioni del cuore. Non si impone con trattati, ma si costruisce giorno per giorno, nel riconoscere il volto dell’altro come quello di un fratello, non di un ostacolo.
Il piano del 2025 potrà essere un primo passo — ma solo se sarà accompagnato da una vera volontà di ascolto, di giustizia e di riconoscimento reciproco. Solo se anche le richieste scomode verranno affrontate. Solo se nessuno sarà più considerato sacrificabile.
La pace, ci ricorda il Vangelo, è una beatitudine, ma anche una croce. Chi lavora per la pace sarà chiamato figlio di Dio, ma spesso sarà anche criticato, isolato, frainteso. Eppure, è l’unica via che ci è data per essere davvero discepoli di Cristo nel mondo di oggi.