Il caso drammatico dell’aggressione subita dall’insegnante di Francese nella scuola media di Trescore ha fatto molta impressione, a Bergamo e altrove. L’insegnate, Chiara Mocchi, è fuori pericolo.
Ancora uno sconcertante atto di violenza in una scuola, in una nostra scuola, del nostro territorio. Il gesto del ragazzo di tredici anni che ha accoltellato la sua insegnante per vendicarsi di un brutto voto ricevuto lascia senza parole per la sua gravità e drammaticità: la vita di una docente messa in pericolo da un comportamento sconsiderato compiuto da un ragazzino che gira armato di coltello, con una scacciacani nello zaino, con una felpa inneggiante alla vendetta e con una telecamera accesa sul petto per riprendere e postare la sua “impresa”.
Il ragazzino punito e sospeso
La prima reazione, assolutamente comprensibile e giustificabile, è quella di pretendere una punizione esemplare, severa, inequivocabile nei confronti dell’autore dell’atto premeditato (un italiano, diciamolo subito, così da tappare la bocca a quanti sostengono che la malavita sia un marchio di fabbrica degli stranieri); in quanto tredicenne, poco più che un bambino, il ragazzo non è imputabile, ma sarà certamente affidato a strutture protette, sarà sospeso se non allontanato dalla scuola (e da tutte le scuole del regno, come forse qualcuno auspicherebbe), sarà isolato da tutto e da tutti per il suo bene e per il bene della collettività; lo stesso ministro ha reagito d’impulso chiedendo una rapida approvazione di norme contro la criminalità giovanile.
Richieste sacrosante da un punto di vista della tutela della sicurezza collettiva. Ma la riflessione non può fermarsi al gesto criminale in sé, deve allargarsi al prima e al dopo.
Quello che sta prima
C’è un “ante” su cui ci si deve interrogare. Come è possibile che un ragazzino concepisca una vendetta estrema fino alla soglia dell’omicidio verso un adulto chiamato ad educarlo? Quando e dove ha dato forma al suo progetto? Quali condizioni sociali, personali, psicologiche lo hanno portato a questa azione insensata? Ne ha parlato con qualcuno? È stato condizionato da qualcuno? Che ruolo hanno avuto i social?
Tutte queste domande devono cercare e possibilmente trovare risposte, perché un gesto folle o è compiuto per un raptus improvviso e istintivo provocato da pazzia (ma non sembra questo il caso), oppure ci sono precondizioni che lo generano e lo innescano; e in questo caso le responsabilità si allargano e coinvolgono famiglia, scuola, paese, amicizie, frequentazioni.
Quello che viene dopo
C’è poi un “post” su cui riflettere. L’immediato intervento disciplinare che la scuola dovrà inevitabilmente decidere e la eventuale custodia in una struttura protetta saranno probabilmente le risposte immediate e necessarie.
Ma cosa succederà domani a questo ragazzino? Resterà isolato da tutto e da tutti? Sentirà la solidarietà e l’aiuto di persone competenti in gradi di aiutarlo a rielaborare il suo gesto, o vivrà perennemente avvolto dal senso di colpa, rischiando di coltivare rancore e odio? Saprà maturare la consapevolezza di avere sbagliato e troverà la forza di chiedere perdono, oppure si chiuderà in un vittimismo autolesionista e quindi distruttivo? Questi interrogativi non si possono ignorare, se si vuole aiutare il ragazzo a uscire dal tunnel e a fare del suo gesto scriteriato un’occasione di svolta in positivo per la sua vita futura.
Quello che sta attorno
C’è poi da valutare il contesto: come reagirà la comunità del suo paese? E la sua scuola, la sua classe, i suoi compagni? Come si comporteranno le famiglie verso la sua famiglia? Sapranno dialogare, ascoltare, aiutare e perdonare, oppure giudicheranno, condanneranno, isoleranno, marchieranno a fuoco l’esecutore del misfatto e, con lui, i suoi cari?
La questione è delicata e non certo secondaria, poiché situazioni traumatiche di questo peso coinvolgono tutta la comunità, che può diventare un punto di forza ma anche uno strumento di divisione e di contrasti.
Tante domande, tanti dubbi, poche risposte
La situazione impone un percorso di analisi, revisione, esame e riflessione che coinvolga tutta la comunità, dai banchi della classe alla piazza del paese, dalla cameretta del ragazzo alla chiesa parrocchiale; è un borgo intero che deve farsi l’esame di coscienza: sarebbe facile e comodo additare il colpevole del gesto e lavarsene pilatescamente le mani, è faticoso e difficile, ma imprescindibile, farsi carico del gesto e rielaboralo comunitariamente, per riuscire a superare il trauma e trovare soluzioni praticabili, tali da restituire serenità ed equilibrio al ragazzo, ai suoi cari, a tutti gli abitanti.
Il gesto rimane, esecrabile e condannabile; ma le riflessioni sull’ante, sul post e sul contesto allontanano il rischio di isolamento, obbligano a una condivisione e possono trasformare il dramma in un’occasione di crescita collettiva. Un abbraccio sincero alla professoressa colpita, al ragazzino autore del ferimento e alla sua famiglia.