Mi scuso con gli amici e i lettori di : “ La barca e il mare” se con questo articolo torno sulla riflessione già avviata nel precedente articolo. Sono preoccupato nel vedere affiorare, nelle nostre comunità, i tratti di una disperazione sottile, fondata sulla convinzione che, di fronte ai mali che attraversano il mondo – troppi, in effetti – “non ci sia nulla da fare”. Il pessimismo è una malattia: dobbiamo imparare a guarirne, per affidarci alla vita e alla forza di speranza che essa porta con sé.
Una presenza invisibile
Ogni giorno speriamo in qualcosa: nel sole durante le vacanze o le feste, in una vita più serena, in un lavoro dignitoso, nella fine della precarietà che rende incerta l’esistenza e ostacola i progetti di famiglia, nella pace in Ucraina e in Medio Oriente.
La speranza non è un lusso per anime poetiche, ma una presenza silenziosa che attraversa le nostre giornate. Eppure, spesso la riduciamo a un orpello, a un piccolo abbellimento, come se fosse soltanto la granella colorata su un gelato.
La verità è che la speranza è molto di più: è ciò che ci permette di resistere alla fatica, di rialzarci dopo una caduta, di immaginare un futuro diverso. Non è ottimismo ingenuo, né consolazione passeggera. È un motore nascosto che può trasformare la società. Ma, come ogni motore potente, può essere manipolata, deviata, falsificata.
Le false speranze: anestesia che addormenta
Esistono speranze che non liberano, ma addormentano. Lo vediamo quando qualcuno predica la rassegnazione: “Sopporta, il vero premio arriverà un giorno”. Per secoli, anche con la complicità di una religiosità alienata e poco cristiana, questo meccanismo ha frenato intere generazioni, impedendo loro di lottare per condizioni di vita migliori.
Così la speranza diventa un narcotico che sottrae forza al cambiamento, rendendo le persone docili e disposte ad accettare ingiustizie, disuguaglianze, violenze.
Oggi queste false speranze assumono nuove forme: l’illusione che il mercato risolva tutto, le promesse politiche mai mantenute, la fiducia cieca nella tecnologia come rimedio universale. Sono speranze tossiche che spengono la volontà di agire.
Ricordare per sperare
La speranza autentica non nasce dal nulla e non si alimenta di slogan. Affonda le sue radici nella memoria. Non si può sperare davvero senza fare i conti con il passato. Pensiamo ai crimini che hanno segnato la storia: guerre, genocidi, dittature, stragi. Possiamo dire che le vittime siano state sconfitte per sempre?
La speranza diventa vera quando assume il peso del dolore e lo trasforma in spinta verso il futuro. Accade quando le nuove generazioni raccolgono le ferite dei loro popoli e le trasformano in impegno civile. È quello che vediamo nei familiari delle vittime di mafia in Italia: non si limitano a ricordare, ma costruiscono scuole, associazioni, percorsi di cittadinanza. La memoria diventa così “pericolosa”, perché obbliga a cambiare, a non rassegnarsi, a ribaltare le logiche dell’oppressione.
Tre volti della speranza: radicata, audace, resistente
In tempi segnati da crisi continue, guerre senza fine e disuguaglianze crescenti, parlare di speranza può sembrare ridicolo. Eppure è proprio ora che essa mostra il suo volto più autentico:
Radicata: non è un “andrà tutto bene” di circostanza. È concreta, fatta di obiettivi, strategie, piccoli passi. Vive nella fatica di chi cerca un lavoro dignitoso, di chi affronta una malattia, di chi difende i propri diritti. È realismo che sa guardare avanti.
Audace: non è paziente né remissiva. È impaziente, provocatoria, creativa. È quella che spinge giovani e attivisti a immaginare città sostenibili, quartieri senza violenza, relazioni internazionali fondate sulla cooperazione e non sulla guerra. È la risata che sorprende il dolore, il gesto che spezza la logica del potere.
Resistente: si oppone al cinismo di chi vorrebbe trasformare Gaza in un parco giochi per ricchi o di chi ripete “fatti i fatti tuoi, tanto non cambierà nulla”. Non cede alle false promesse di chi cerca solo consenso. È la forza dei movimenti che difendono la terra, dei volontari che salvano vite in mare, delle comunità che non si piegano alla paura.
Una speranza che cambia la storia
Se la speranza fosse soltanto un pensiero positivo, non avrebbe il potere di trasformare il mondo. La speranza autentica, invece, è radicata nella vita, audace nel rischiare, resistente di fronte al male. È ciò che ci impedisce di cadere nella rassegnazione, che ci costringe a immaginare un futuro diverso e a cominciare a costruirlo subito.
Non è un gelato al cioccolato, non è un dolcetto colorato: è pane quotidiano. È lotta, è memoria, è desiderio di giustizia. È ciò che ci ricorda che la storia non appartiene soltanto al dolore, ma anche alla possibilità di riscatto.
Oggi, in un tempo dominato dalla paura e dal disincanto, la speranza è forse la parola più rivoluzionaria che abbiamo.
1 commento
In riferimento a quanto scrive Savino l’unico commento che mi sento di fare è quello di dichiarare l’assoluta condivisione non essendo possibile, per me, discutere principi e valori universali. Posso solo aggiungere una affermazione che traggo da un libro-intervista di Massimo Giannini a Romano Prodi, uscito questa primavere e che ha per titolo “Il dovere della Speranza. Le guerre, il disordine mondiale, la crisi dell’Europa e i dilemmi dell’Italia”, la cui Introduzione si chiude con queste parole: “Se vi è un dovere che riguarda tutti è quello di dare un senso concreto alla speranza, prendendoci cura del futuro delle nostre democrazie”.