Cinquant'anni fa, il 2 novembre del 1975, moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi intellettuali italiani del Novecento. Ricordarlo, per me, a distanza di cinquant’anni dalla sua scomparsa significa rileggerlo soprattutto nella sua veste di educatore. Perché Pasolini è stato ed è tutt’oggi un educatore illuminato
Pasolini educa a cosa? A quale metodo?
Educa all’osservazione della realtà e non alla semplice visione della realtà, in quanto osservare è azione attiva mentre vedere è azione passiva. Ma educa anche ad andare oltre a ciò che sembra essere la realtà ma è solo superficie, a scavare a fondo senza limitarsi alle apparenze, che ingannano e intorpidiscono le coscienze e le menti.
Educa alla ricerca della verità, della cruda verità, ripulita da quella patina di perbenismo che edulcora e maschera il vero. Alle mie classi quinte ho spesso richiesto la lettura di due straordinari romanzi di Pasolini, “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, analisi spietate e coraggiose di una realtà degradata delle periferie romane, nelle quali gli eroi sono Riccetto, Caciotta, Tommasino,, eroi straordinariamente violenti e straordinariamente generosi. Stiamo parlando oltretutto di opere di altissimo valore letterario (Italo Calvino definisce “Una vita violenta” “… uno dei più bei libri italiani del dopoguerra, uno dei più bei libri degli ultimi anni in senso assoluto.”)
Educa alla concezione della cultura come strumento di verità e soprattutto di libertà, educa a una cultura che non si piega a compromessi, che non inganna il lettore ma gli sbatte in faccia la squallida vita del sottoproletariato, la tragica sofferenza dell’emarginato, del diverso, del contestatore. È questa un’idea di cultura che non pretende di dare risposte, bensì vuole generare domande, una cultura che esprime in modo autentico, non falso né ingannatore, le proprie analisi e i propri messaggi, senza pretese didascaliche.
Pasolini educa attraverso cosa? Con quali strumenti?
Educa attraverso la strada, il quartiere, il territorio, il contesto e attraverso coloro che questi spazi li riempiono (dire che li abitano è spesso eccessivo), li rivendicano, li trasformano o li subiscono. Spazi e personaggi del mondo reale, che si vestono con i loro abiti, o spesso stracci, che parlano con il loro dialetto, che esprimono gesti contraddittori, caratterizzati da violenze estreme e subito appresso da dolcezze inimmaginabili.
Educa attraverso lo sguardo critico e libero da condizionamenti e conformismi, quello sguardo che genera pensiero, riflessione, meditazione, ma anche indignazione e rabbia, che non lascia il lettore indifferente nella sua poltrona ma lo scuote, gli toglie il respiro e gli torce le budella. Perché la critica, quando è libera, è aggressiva fino a diventare violenta.
Educa attraverso la parola e l’immagine, strumenti che parlano a tutti, senza distinzione e selezione. La potenza della parola di Pasolini richiama alla memoria la famosa definizione del sofista greco Gorgia, che definì la parola “un signore possente che, con piccolissimo corpo e del tutto inconsistente, è in grado di ottenere risultati straordinari”. Ma Pasolini non usa sofismi (come i sofisti greci), ma parole e immagini nude e dirette, prive di filtri e di orpelli retorici, autentiche come la realtà che esprimono.
Pasolini educa per che cosa? Per quale fine?
Educa per formare le coscienze individuali e collettive, entrambe sia chiaro; individuale perché personale è il processo di maturazione, collettiva perché solo la circolazione delle idee, la consapevolezza condivisa insieme alla volontà di aggregazione e reciprocità generano scelte veramente libere per se stessi e per gli altri.
Educa quindi per stimolare l’incontro fra persone, fra gruppi, classi sociali, abitanti dello stesso spazio vitale, sostenitori della medesima idea. Senza l’incontro non c’è coscienza collettiva, non c’è partecipazione e quindi, rubando il concetto a Gaber, non c’è libertà.
Educa per inoculare in noi il coraggio di andare contro corrente quando è necessario e doveroso, rifiutando la logica del politicamente corretto, affrontando la realtà per come si presenta davvero, senza veli e ipocrisie.
Tutto questo è, per me, Pasolini educatore. La scuola non può ignorarlo o ridurlo a quattro slide proiettate frettolosamente alla fine del quinto anno (come anche a me talvolta è capitato, mea culpa). Anche perché Pasolini non giudica, non assegna voti, ma induce all’autovalutazione, che rifiuta giudizi e si esprime piuttosto attraverso riflessioni e confronti, un metodo dialogico e democratico a cui la scuola odierna non può rinunciare.