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Gender, LGBTQ+, omosessualità. Famiglia e Chiesa

Sesso, identità di genere, queer… Cultura corrente e morale della Chiesa

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Cerchiamo di fare chiarezza sui diversi termini che riguardano il sesso e le sue qualifiche. Molti, anche credenti, pensano che si è o maschio o femmina e che chi non lo è o non si sente tale è sbagliato... L'omosessualità non è una scelta e non può definirsi "sbagliata". E il concetto stesso di "disordine" che ricorre nei documenti ecclesiastici è discusso, anche dentro la Chiesa. Al fondo gli eterni problemi del rapporto fra corpo e anima e della "vocazione" decisiva delle persone a essere relazione, rapporto


Intervista a Don Aristide Fumagalli, docente ordinario di Teologia Morale presso la Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. Insegna anche presso l’ISSR (Istituto Superiore di Scienze Religiose) con sede a Milano. I suoi interessi teologici e di ricerca si concentrano principalmente sui fondamenti della teologia morale, sull’etica sessuale e affettiva, e sulla morale cristiana in relazione a diverse tematiche contemporanee. Autore di diversi libri su questi temi, è direttore della collana “Questioni di Etica Teologica” dell’Editrice Cittadella



Cominceremmo col chiederle di tracciare un minimo di grammatica per poter parlare in modo corretto, appropriato, della sessualità umana. Ci chiarisca cosa si intende con i termini: sesso biologico, orientamento sessuale, genere, identità di genere, disforia di genere e anche l’acronimo ormai spesso usato di persone LGBTQ+.

In riferimento anzitutto al sesso biologico si intende quell’insieme di caratteristiche fisiche, ovvero anatomiche e fisiologiche dell’essere umano che lo differenziano a livello genetico, cromosomico, delle ghiandole sessuali, a livello fenotipico cioè degli organi genitali esterni e interni, come pure a livello cerebrale perché anche qui ci sono differenze che caratterizzano gli umani fondamentalmente in maschile e femminile. A questi elementi che vengono già definiti nella fase prenatale, cioè dal concepimento al parto, si aggiungono poi nella fase della pubertà, cioè dello sviluppo sessuale, i caratteri sessuali secondari, tipicamente la barba per gli uomini e il seno per le donne.

Per orientamento sessuale si intende invece l'attrazione erotico affettiva, quindi sensuale e sentimentale nei confronti di altri esseri umani e, nella misura in cui è verso persone di sesso biologico diverso dal proprio, si definisce eterosessuale, nei confronti di persone del proprio stesso sesso, omosessuale, nei confronti di entrambi i sessi, bisessuale. Si parla poi anche di pansessuale e di polisessuale in riferimento al fatto, come vedremo, che non ci sono solo persone maschi eterosessuali e femmine eterosessuali ma anche con altre combinazioni.

Per meglio chiarirle parlerei di una categoria di per sé recente ma molto presente dei dibattiti, l'identità di genere, con la quale si intende la percezione non superficiale ma intima che la persona ha del proprio essere sessuato. Ci si sente donna, uomo o transgender, indipendentemente dal sesso assegnato alla nascita.

Nella misura in cui concorda con il proprio sesso biologico abbiamo il cisgender (mi sento maschio in un corpo biologicamente maschio). Il transgender invece è colui in cui vi è incongruenza o discordanza tra l'identità di genere e il proprio sesso biologico. Termini meno noti ai più anche perché più recenti sono agender che definisce qualcuno che non si attribuisce identità di genere, bigender, chi presenta esteticamente un’identità di genere che risulta un mix tra il maschile ed il femminile, corrisponde alla parola androgino.

L'ignoranza e la confusione hanno portato a terribili conseguenze e al non considerare, purtroppo, un altro fattore molto importante, la disforia di genere, ovvero quel dolore e quella sofferenza che la discordanza tra sesso biologico e identità di genere provoca nella persona. Questo termine ha fatto la sua comparsa nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). In questo modo è stato sostituito il termine “disturbo di identità di genere”.

Per voler minimamente completare con la sigla LGBTQ mancherebbe in particolare la “Q” che fa riferimento a queer. Queer è una categoria diciamo piuttosto contestatrice che riguarda la persona che non ritiene di identificarsi con alcun genere. Si definiscono, infine, gender-fluid quelle persone che a volte si riconoscono nel genere maschile, altre nel genere femminile.


Per passare a qualche testo specifico del magistero della Chiesa, nel 2019 è stata pubblicata quella dichiarazione “Maschi e femmine li creò” a firma del cardinal Versaldi in cui si criticavano alcuni aspetti propri delle teorie gender a cui contrapponeva la visione dell'antropologia cristiana.  Ci può chiarire i punti più significativi intorno a cui queste due visioni, molto diverse tra loro, divergono e se eventualmente ci sono anche punti di contatto?

Farei una precisazione, chiamiamola così, lessicale.  Anzitutto per teorie gender intenderei quel complesso di teorie che riguardano l'identità sessuale, con particolare riferimento al rapporto tra il genere, cioè la dimensione sia socioculturale e che psichica dell'identità sessuale, e il sesso, che invece è la dimensione fisica. Per ideologia gender, termine pure molto utilizzato anche nei documenti magisteriali, mi riferirei a una teoria che dissocia il genere dal sesso, considerando il genere determinabile a prescindere dal sesso. Infine nel documento che veniva citato “Maschio e femmina li creò” della congregazione per l'educazione cattolica, si parla di ricerche sul gender.  Qui si fa riferimento a quegli studi che indagano il rapporto tra gender e sesso per meglio comprenderlo ed è nei confronti delle ricerche sul gender, non dell'ideologia gender, che il documento ritiene si possa dialogare.

Detto ciò, mi riferirei a due punti in cui diverge l'ideologia gender rispetto l’antropologia cristiana.  Il primo punto è in riferimento al corpo.  Nell'ideologia gender sembrerebbe sussistere un dualismo tale per cui l'identità sessuale personale può essere definita a prescindere dal corpo che sarebbe in qualche modo insignificante o significante ciò che la persona intende. Per quanto riguarda invece un’antropologia cristiana vi è la sottolineatura della persona come totalità unificata. Cioè lo spirito non è disgiungibile dal corpo e il corpo è imprescindibile per poter definire l'identità di genere e più complessivamente l'identità sessuale della persona.

Un altro punto che consegue da questo, su cui divergono queste due impostazioni, è in riferimento più specifico al corpo sessuato. Se il corpo è di per sé insignificante, o significante ciò che la persona intende voler significare, allora anche la differenza sessuale diventa indifferente. In questo caso ciò che conta è la persona al di là del corpo. Nell'ambito invece dell'antropologia cristiana, proprio perché il corpo appartiene all'identità della persona, viene sottolineata la differenza sessuale che connota gli esseri umani e che permette anche una comunione particolarmente intima, quella tra uomo e donna, che peraltro contempla anche la possibilità della generazione.

L’elemento che invece possiamo considerare di concordia mi sembra essere il rilievo che la cultura sociale ha in riferimento alla definizione del genere.  Il genere è un elemento che diventa quasi esclusivo nell'ideologia gender. Anche nell'antropologia cristiana si ritiene che non si possa definire adeguatamente la persona con il solo sesso ma che occorre considerare che l'identità della persona è costituita anche dal genere, che è determinato dalla società e dalla cultura e che viene assunto appunto nella identità di genere dal singolo soggetto.


Le poniamo una domanda forse un po’ banale ma che cerca di interpretare quello che è il sentimento di tanti credenti. L'idea, secondo noi diffusa, che per la morale cattolica lo schema sia binario: o maschio o femmina. Quello che deroga da questo schema è in qualche modo diciamo “sbagliato”. Come cristiani possiamo dire una parola chiara e convincente riguardo questo modo di leggere quella che, almeno nella testa di molti, è la posizione del magistero?

È abbastanza diffusa l'idea che voi esprimete che chi deroga dal sistema binario maschio o femmina è “sbagliato”. Io preciserei anzitutto che il termine - deroga – può essere interpretato a vari livelli.  Un primo livello è quello del sesso biologico.  Ci sono persone il cui sesso biologico non è chiaramente identificato in senso maschile o femminile. Questo è legato ad alcune varianti genetiche, alla presenza ad esempio, di un numero di cromosomi sessuali non doppio, come è statisticamente più diffuso, ovvero XX convenzionalmente per le femmine, XY per i maschi, ma ad esempio la presenza di tre cromosomi XXY oppure di un solo cromosoma X0. Questi elementi di carattere genetico possono indurre i cosiddetti stati intersessuali.

Poi vi è un altro livello in cui possiamo vedere che lo schema maschio e femmina comporta dei limiti nella misura in cui viene considerato rigidamente, perché sussistono delle persone che prima abbiamo indicato come transgender, cioè persone in cui l’identità di genere non collima con il proprio sesso biologico.  Infine, dentro questo schema binario, considerato spesso come quello unico fatto di maschio e femmina, nel quale inquadriamo l’orientamento eterosessuale, dobbiamo considerare che abbiamo anche il ricorrere di persone che hanno un orientamento omosessuale.  Per dare un'idea percentuale, gli stati intersessuali cioè di persone che a livello biologico hanno una caratterizzazione non chiaramente maschile e femminile sono intorno all’1,7%. A livello dell'identità di genere transgender siamo tra lo 0,5 e l'1,2% della popolazione. A livello dell'orientamento omosessuale siamo intorno al 3- 4%.

Ciò detto coloro che si ritrovassero con queste caratteristiche sono “sbagliati”?  Quando si dice “sbagliato” ci si riferisce a una libera scelta, come dire che costoro hanno scelto di essere in quella situazione? Ebbene questo è sbagliato appunto, perché non si sceglie una condizione fisica e neanche una condizione psichica. L'identità di genere, l'orientamento sessuale non è qualcosa che si sceglie.  Qui faccio riferimento a identità e orientamenti che sono ben radicati nella persona. Non mi riferisco quindi a quelle emozioni che talvolta compaiono, soprattutto nella fase di crescita, ma che ancora non appartengono a una struttura dell'identità sessuale sufficientemente consolidata.

Sbagliato potrebbe essere inteso nel senso di patologico ovvero sono malati coloro che hanno questo tipo di situazione?  Questo potrebbe essere valido per gli stati intersessuali cioè si potrebbe considerare una patologia il fatto che vi sia un numero di cromosomi non corrispondente a quello statisticamente più diffuso, un po’ come per la sindrome di Down, per intenderci. Ma anche a questo riguardo vi è discussione perché qualcuno sostiene che la pretesa di ricondurre tutti gli individui, e quindi anche queste minoranze, allo schema binario è sempre l'imposizione di una regola che vale generalmente ma non tiene conto che in natura vi sono delle variazioni.

Ma la patologia non vale certamente per l'omosessualità e neanche per il transgenderismo. Natura e origine dell'omosessualità sono stati argomento centrale perché su questo aspetto si è dibattuto nel corso della storia per teorizzare e sentenziare. La genesi specifica rimane in gran parte inspiegata. Sono state esplorate ipotesi biologiche (differenze neuroanatomiche, studi sui gemelli e sugli animali), psicologiche (teorie psicodinamiche, dinamiche familiari), culturali (appiattimento dei modelli di differenziazione sessuale) ed epigenetiche (influenze ambientali sul genoma). La conclusione è che l'omosessualità non è pienamente una questione di volontà. Se vogliamo acquisire il dato scientifico, e la chiesa non può non tenerne conto per quanto qualcuno lo contesti, nel 1990 l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l'omosessualità dalle patologie psichiche e nel 2018 ha fatto lo stesso per il transgenderismo.

Infine, sbagliato si potrebbe riferire non a una scelta libera, non a una patologia, ma un disordine, diciamo così, incolpevole, rispetto alla creazione. Questo è il livello che il magistero attualmente ancora considera. La dottrina attuale parla di un disordine facendo riferimento a un ordine creativo, che viene mutuato dai testi biblici in cui l'uomo e la donna, il maschio e la femmina, sono differenti al fine di entrare in intimità di comunione.  Questo tipo di interpretazione è quello che attualmente la dottrina del magistero veicola, ed è una dottrina che è anche discussa all'interno della Chiesa, proprio perché sembrerebbe mostrare dei limiti e quindi sarebbe auspicabile un suo sviluppo.  Qui arriviamo appunto alla situazione attuale


Lei ha già anticipato alcuni aspetti relativi alla teoria gender e all'ideologia gender. In particolare le chiediamo di spiegarci quali sono le prospettive sulla visione dell’umano che lei propone nel suo testo “La questione gender”.

Mi sembra che la questione gender comporti una duplice sfida a livello antropologico: una sfida personale riguardante il rapporto tra la persona e il suo corpo, tra lo spirito e il corpo, e un'altra sfida relazionale che riguarda il rapporto tra gli esseri umani sessualmente differenti cioè uomo e donna.

Riguardo alla sfida personale il rischio da evitare è quello di cadere nel dualismo, in cui da una parte lo spirito tiranneggia il corpo e il corpo è semplicemente un utensile che abbiamo a disposizione, una sorta di protesi che deve sottostare alla scelta libera della persona, che fa del corpo ciò che vuole. L'altra polarità è quella per cui il corpo tiranneggia lo spirito; i suoi istinti, le sue pulsioni impongono alla persona di comportarsi in un certo modo. Per fuoriuscire da questo dualismo, a questo rischio di cadere nello spiritualismo da una parte o nel fisicismo dall'altra, mi sembra opportuno un approccio che viene definito simbolico.

Cioè vuol dire considerare la persona come uno spirito incarnato, come un'anima che si esprime nel corpo e come un corpo che è informato dall'anima. Potremmo dire allora che la sfida è proprio quella di pensare alla persona come unità di spirito e corpo. Tale unità non è già data, ma è frutto di un'azione, che il corpo propizia con le sue azioni, con i suoi sentimenti e che lo spirito esercita.  Questa unità tra spirito e corpo esige una responsabilità cioè una abilità nel riconoscere la grammatica del corpo, le sue pulsioni, i suoi istinti, le sue funzioni e una capacità appunto di corrispondere e di inscrivere dentro questi dinamismi la propria responsabilità.  Si tratta dunque di assumere il corpo, di riconoscerne dinamismi e di imparare a parlarlo per evitare semplicemente di usarlo come uno strumento neutro. È quella che tradizionalmente veniva chiamata la virtù della castità, cioè l'arte di raccontare in particolare l'amore all'interno dei gesti e degli atti sessuali. Ma oggi spendere la parola castità è un po’ complicato perché è ormai molto pregiudicata. Di fatto però l'idea è quella di favorire un'antropologia unitaria in cui la persona impara semplicemente non a censurare o a lasciarsi invadere dai dinamismi del corpo ma, come per il linguaggio, impara proprio a parlare tenendo conto di quella che è la grammatica del corpo.

Per la sfida relazionale si tratta anche qui di evitare di cadere nella discriminazione che vede la differenza tra uomo e donna in funzione del dominio dell'uno sull'altro (in particolare il patriarcato, il maschilismo) oppure di cadere nell'opposta polarità della indifferenza omologante secondo cui non c'è nessuna differenza tra gli esseri umani se non quella che decidono arbitrariamente di riconoscere. Per superare da una parte la differenza discriminante e dall'altra l'indifferenza omologante, che rende tutto uguale, mi sembra opportuno andare verso una visione dell'essere umano della cosiddetta reciprocità, in cui le persone sono pensate come essere per l’altro, in cui la relazione è essenziale per definire le singole persone. Ma perché ci sia relazione con un tu occorre anche riconoscere una differenza. Questa differenza ora non è più discriminante, perché l'antropologia della reciprocità e connotata dall’essere per l’altro. Quindi il senso dell'essere differenti non è per dominare l'altro o per diventare identici all'altro, ma per stabilire una comunione.

Altrimenti detta la reciprocità è una forma di generatività; essere per l'altro significa dare vita all'altro.  Qui vi sarebbe la possibilità di valorizzare il cristianesimo, perché in fondo il messaggio cristiano è di un modo di amare che Cristo ha definito nei termini del dare la vita per l'altro. Allora la sfida per viver bene le relazioni mi sembra che sia quella di disporsi reciprocamente a darsi vita, nel non mortificarsi reciprocamente. Sfida eminentemente pratica. Provando a vivere così gli esseri umani scopriranno meglio anche se stessi e nella relazione buona con l'altro, volta a dar vita, scoprono anche meglio chi sono.  Questo dovrebbe aiutare anche meglio a comprendere chi è un uomo, chi è una donna, non tanto perché noi li studiamo separatamente, singolarmente, ma perché nel loro reciproco darsi vita scoprono anche meglio qual è la loro identità.


L'intervista ad Aristide Fumagalli è realizzata da Paolo Vavassori in collaborazione con Giorgio Gervasoni

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