La Chiesa si interessa di lavoro, di migranti, di sicurezza e di tanto altro. Ma non si interessa della scuola. Eppure di giovani, di relazioni giovanili e di educazione avrebbe molti motivi per interessarsi.
La Chiesa si apre al mondo. Ma tace sulla scuola
La chiesa di Bergamo ha vissuto negli ultimi anni una riforma che ha portato all’istituzione delle Comunità Ecclesiali Territoriali, nate con la volontà dichiarata di aprirsi al mondo cittadino e alla società civile, ma evolute verso una nuova tendenza alla focalizzazione e alla chiusura sulle parrocchie.
Questo processo di iniziale innovazione e di successiva restaurazione è stato accompagnato da alcune scelte e da altrettante conseguenze; una di queste (non so se si tratti di una scelta o di una conseguenza) è l’assenza pressoché totale della Chiesa di Bergamo nei dibattiti relativi al mondo della scuola. Mentre attorno al tema del lavoro, al problema dei migranti, alla questione della sicurezza ci sono state e ci sono alcune prese di posizione (anche se non frequenti e non sempre incisive, come forse ci si potrebbe aspettare), mentre sulla cultura si è realizzato da parte della curia un deciso e lodevole investimento, sulla scuola il silenzio è assordante. Mi chiedo perplesso quale sia il motivo.
Scuole cattoliche e scuola
Ovviamente non si pretende e neppure si auspica che la Chiesa si esprima su programmi, metodi, percorsi di formazione e criteri di valutazione, competenze e obblighi che spettano esclusivamente al personale scolastico. Ci si riferisce piuttosto al mondo della scuola come il contesto privilegiato di rapporti e relazioni con le giovani generazioni, che la Chiesa ha senza dubbio a cuore e sulle quali deve necessariamente aver qualcosa da dire anche al mondo scolastico, quel mondo che accompagna quotidianamente le nostre figlie e i nostri figli nell’avventura meravigliosa e complessa della loro crescita.
Che strano questo silenzio. È vero che la crisi delle scuole cattoliche, anche di quelle gestite da congregazioni religiose, ha privato il sistema educativo bergamasco di una significativa presenza e azione improntate ai valori cristiani e quindi in sintonia con precisi principi religiosi e morali. La scuola però non è solo cattolica, oserei dire che è primariamente aconfessionale, ma ciò non può esimere la Chiesa dal dare il suo contributo in termini di partecipazione, di sensibilità, di attenzione, di collaborazione laddove venga richiesta.
Il rischio di una Chiesa che si interessa solo della Chiesa
Non vorrei che la crisi della religiosità, resa evidente dall’assenza di fedeli alle celebrazioni e ai sacramenti, dalla carenza sempre più evidente di sacerdoti, da un sentire sempre più laico e orientato a valori (e disvalori) diversi rispetto a prima spinga la Chiesa bergamasca a chiudersi nel suo mondo e ad essere meno vigile e presente nei mondi che non le appartengono per istituzione: i silenzi su temi anche scottanti e urgenti da dibattere fanno temere la tendenza a un isolamento in zone di conforto e in spazi protetti, dove si prega, si celebra, si organizzano attività parrocchiali per i pochi rimasti e si lascia che il mondo all’esterno vada dove crede, purché non interferisca e non disturbi troppo, senza che si avverta il bisogno di far sentire la propria voce.
Le marce non competitive non bastano
Forse questa lettura è radicale ma, tornando al tema da cui si è partiti, mi aspetterei da parte della Chiesa, nelle omelie, nei dibattiti, nei convegni, nelle attività culturali un’attenzione viva e propositiva al mondo scolastico, che non è privo di problemi anche gravi e urgenti e che deve misurarsi con le nuove tendenze che influenzano i percorsi educativi in misura significativa. L’attenzione alla scuola non si può esaurire nella giornata per l’università cattolica, istituita per sensibilizzare e per raccogliere fondi, o ridursi alla marcia non competitiva delle scuole cattoliche patrocinata dall’episcopato, a qualche incontro organizzato dai parroci che devono gestire scuole parrocchiali, o ancora a sporadici contributi sui giornali di comunità: bisogna avere il coraggio di farsi avanti, di rompere quel timore (o quell’apatia) dannoso e prendere posizione, far notare una presenza, far avvertire un interesse reale e costruttivo.
Questa scelta potrebbe forse generare malcontenti, sospetti, fraintendimenti, ma indurrebbe indiscutibilmente riflessioni utili a migliorare la qualità dei percorsi formativi degli studenti bergamaschi. È un’utopia? Forse una speranza? È piuttosto una necessità, che impone alla Chiesa di Bergamo di essere più viva e presente sul nostro territorio. Ci vuole un po’ di coraggio, quel coraggio che alla Chiesa non è mai mancato, quel coraggio che le ha insegnato e testimoniato il Maestro con le sue parole e le sue azioni e che in questi giorni sta mostrando Papa Leone nei confronti di coloro che governano le sorti del mondo con arroganza e prepotenza.
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