Nelle ultime settimane, in diverse scuole superiori italiane si è assistito a una protesta che ha suscitato stupore: numerosi studenti dell’ultimo anno si sono rifiutati di sostenere la prova orale dell’esame di maturità
Una forma di disobbedienza che sta rimbalzando sui social, dividendo l'opinione pubblica (come al solito) in sostenitori e critici. Per alcuni, si tratterebbe di uncapriccio generazionale, di quelli puntualmente attribuiti all'eccessivo benessere - insomma, all'essere dei viziati. Per altri, si tratta invece di una forma di protesta legittima. Quale che sia il punto di vista da cui si sceglie di guardare la situazione, certamente si può dire che gli studenti che hanno abbandonato i banchi l'hanno fatto comunicando piuttosto chiaramente i motivi del loro dissenso circa il sistema scolastico, in particolare dal punto di vista delle valutazioni.
La disobbedienza civile come forma di protesta
La storia italiana non è nuova a forme di protesta (più o meno pacifica a seconda dei casi) iniziata dai più giovani. Dagli scioperi nelle fabbriche negli anni ’60 e ’70, alle occupazioni studentesche del ’68 e poi del 2001, con il movimento dell’Onda contro la riforma Gelmini, l’Italia ha conosciuto esempi potenti di disobbedienza da parte di alcuni gruppi di cittadini.
Tutte proteste storicamente animate da rivendicazioni forti e chiare: il diritto allo studio, condizioni di lavoro dignitose, una società più giusta. Questi ragazzi non urlano, non distruggono, non insultano, ma rifiutano categoricamente e platealmente di sottostare a una forma di valutazione che percepiscono come distante, obsoleta e inadeguata a riconoscere il valore di ciò che sono diventati.
Ma... le regole?
Il rifiuto degli studenti solleva inevitabilmente un interrogativo cruciale: che valore hanno le regole se non sono condivise? Una società democratica si regge sul patto comune di rispettare norme che, idealmente, garantiscano un corretto adempimento delle varie dinamiche e convenzioni sociali.
È anche inevitabile, però, che quando quelle stesse regole vengono percepite come incoerenti con i bisogni del presente, sorga il dissenso. In che misura possiamo considerare legittimo il volersi sottrarre a delle regole che percepiamo come ingiuste? Dove poniamo il limite tra una percezione individuale, un'ingiustizia di fatto o, peggio ancora, un malizioso approfittarsene?
Non solo un rifiuto: una richiesta
Sottraendoci per un attimo dalla dinamica di tifoseria per l'una o l'altra parte, e sospendendo il giudizio di valore di queste azioni pubbliche, proviamo a prestare attenzione al contesto in cui i malcontenti e di conseguenza i gesti sono sorti.
I ragazzi raccontano di sentirsi persi, inascoltati, ingabbiati in un sistema che misura le prestazioni rifiutando di guardare alla complessità dell'individuo. La maturità appare evidentemente a molti come un rituale svuotato di significato, incapace di cogliere il percorso umano di crescita intrapreso tra lockdown, crisi ambientali, guerre alle porte e incertezze economiche. Il voto finale, dal loro punto di vista, non restituisce la complessità del vissuto. È legittimo credere in buona fede che, dietro quel gesto, gli studenti non cercano di evitare una fatica, ma vogliono portare l'attenzione a un bisogno di autenticità.
La crisi del senso
Questa protesta studentesca mette a nudo un problema culturale: la perdita di un orizzonte morale nella vita moderna. Oggi il successo sociale è spesso venduto come l’unica misura del valore dell’individuo. Questa visione estremamente performante del sé, però, rischia di essere fallimentare dal punto di vista educativo, e viene a un caro prezzo.
La competizione esasperata, l’individualismo e l’ansia da prestazione soffocano la dimensione comunitaria dell’esistenza, lasciando i ragazzi soli di fronte a modelli irrealistici e disfunzionali. Che facciano bene o male, questo studenti non rifiutano solo un esame, ma un’intera narrazione dell’essere umano come “prodotto” da valutare, vendere o scartare. Cercano il bene comune, forse senza chiamarlo così. Ma lo cercano, perché è naturale cercarlo.
Ascoltarli. E guidarli
Di fronte a tutto ciò, adulti e istituzioni hanno una grande responsabilità: ascoltare davvero. Né per accondiscendere, né per cedere, ma per comprendere. E poi, guidare. I giovani hanno bisogno di un mondo sì con delle regole, ma volte al bene collettivo. Hanno bisogno di punti fermi, ma anche di spazi per esprimersi. Di rispetto, ma anche di visione. Non basta dire “così si è sempre fatto”, se ciò che “si è sempre fatto” oggi non parla più una lingua comprensibile.
Educare – dal latino educere, tirare fuori – significa aiutare a fiorire, non a standardizzare.
Forse, in questo contesto, le parole del profeta Isaia possono offrire guida: Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare con una parola lo sfiduciato (Is 50, 4).
I giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di parole che incoraggino, di adulti che li guidino e che non parlino “su” di loro, ma “con” loro. Perché se non diamo loro voce oggi, non possiamo pretendere che sappiano usarla domani.
In conclusione
La protesta degli studenti contro l’orale di maturità può essere più di una questione scolastica, ediventare l'occasione preziosa di avere tra le mani una cartina tornasole del nostro tempo dal punto di vista di chi vi sta affacciando per la prima volta.
Dietro a quel gesto si intravede un bisogno urgente di senso, di ascolto, di comunità. È tempo di domandarci: che società vogliamo essere per i nostri giovani? Quella che giudica e condanna, o quella che educa e accompagna?