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Strada facendo

Il soldato israeliano decapita il Crocifisso

 

Un soldato israeliano si diverte ad abbattere con una mazza una statua di Gesù crocifisso, nel villaggio cristiano di Debl, nel Libano meridionale. Qualcuno, o forse proprio lui, posta sui social la fotografia di Gesù abbattuto e del soldato che lo colpisce alla testa, e nell’arco di poche ore l’immagine fa il giro del mondo e il caso diventa politico-diplomatico.

 

 

La fotografia dello scandalo è stata diffusa domenica 19 aprile. Siamo al confine fra il Libano e Israele, l’area dalla quale l’esercito di Netanyahu fronteggia il movimento sciita alleato dell’Iran. È stato lo stesso Idf (il tenente colonnello e portavoce Nadav Shoshani) a pubblicare nelle scorse ore sul suo account ufficiale di X un post per dire che sì, la foto è autentica e che l’incidente sarà considerato con «grande severità» poiché «la condotta del soldato è totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe». 

Intolleranza di ritorno, forse. Ma intolleranza

Questa la notizia. Come tutte le notizie anche questa è possibile – è ancora possibile – commentarla.

Prima osservazione. Tutti ci accorgiamo che sta montando attorno a Israele molta antipatia, per lo più contro Netaniahu e il suo governo. Ma qualche volta quella antipatia tracima e va ad alimentare un vario e spesso tenace sentimento antiebraico, dalle radici molto profonde. Di questo sentimento sono ampiamente responsabili le nostre società occidentali e i loro preconcetti politici e culturali.

Ma qualche colpa l’hanno anche alcuni ebrei, pochi e minoritari. Il soldato in questione ne fa parte. Ma ne fanno parte anche quegli “osservanti” che, qualche volta, quando si facevano i pellegrinaggi in Israele, insultavano preti e suore – con i loro vestiti erano facilmente identificabili - e qualche volta gli sputavano addosso. E questo avveniva prima di questa guerra. Si può dire che si tratta di intolleranza di ritorno. Ma di intolleranza si tratta.

Si aspetta che le indagini facciano il loro corso. Perché altre volte sono avvenute aggressioni ma non si è saputo più niente. Per esempio: quando l’esercito israeliano ha sparato al campanile della parrocchia cattolica di Gaza, si sono sentite ampie rassicurazioni. Poi più nulla (e speriamo che i colpevoli siamo noi che non abbiamo pescato la notizia che, forse, è stata data).

“Tutto è già stato fatto"

Seconda osservazione. Un crocifisso decapitato. Mi ha fatto venire in mente un passaggio, grandioso e bellissimo, del “Diario di un parroco di campagna” di Bernanos. Il protagonista, pretino giovane e imbranato, affronta la figura grandiosa della contessa del villaggio, esacerbata dai lunghi dolori e dai radicanti risentimenti e riesce a farle sciogliere i nodi che si porta dentro.

Durante il colloquio, tra le altre cose, il prete dice alla contessa: “Signora, se il nostro Dio fosse il dio dei pagani o dei filosofi (è la stessa cosa per me) potrebbe anche rifugiarsi nel più alto dei cieli, la nostra miseria lo farebbe precipitare. Ma lei sa che il nostro ci ha preceduti. Potrebbe mostrargli i pugni, sputargli in faccia, flagellarlo e da ultimo inchiodarlo su una croce, che importa? Tutto è già stato fatto, figlia mia” (G. Bernanos, Romanzi, Milano 1998, pag. 690).

Tutto è già stato fatto.

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