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Il mondo cambia, le masse si risvegliano. E il sindacato che fa?

sindacato manifestazione

 

Dopo la sciopero del 3 ottobre  e di fronte agli scioperi annunciati contro la manovra del governo, si discute molto sul ruolo del sindacato. Abbiamo chiesto un parere a Savino Pezzotta, già segretario generale CISL

 

 

La riflessione sul ruolo e sulla funzione democratica della rappresentanza sindacale è oggi più che mai urgente. Il mondo del lavoro sta attraversando una trasformazione profonda e irreversibile, segnata dalla digitalizzazione, dall’intelligenza artificiale e da nuove forme di flessibilità e precarietà. La produzione si è smaterializzata, il lavoro si è frammentato e i confini tra tempo lavorativo e vita personale si sono fatti sempre più labili. In questo scenario, le grandi organizzazioni – CGIL, CISL e UIL – faticano a offrire risposte adeguate alle nuove esigenze dei lavoratori e a rinnovare la propria cultura organizzativa e le proprie strategie.

Le disuguaglianze sono sempre più marcate e il sindacato fatica a progettare

. Viviamo in una società che tende a colpevolizzare chi resta indietro, mentre la ricchezza e il potere si concentrano nelle mani di pochi. La disuguaglianza non è più solo economica, ma anche simbolica: si è creata una frattura morale tra chi “ce la fa” e chi è escluso. L’economia globale è sempre più dominata da logiche finanziarie e speculative, e il potere economico tende a tradursi direttamente in potere politico, rafforzando modelli di governance verticali e autoritari. Un tempo, i poveri erano disprezzati dai borghesi in silenzio; oggi vengono accusati della loro stessa condizione.

Negli ultimi vent’anni, crisi economica, pandemia e guerre hanno modificato in profondità la nostra relazione con il lavoro, con la collettività e con la nostra interiorità. Il sindacalismo non è più quello nel quale abbiamo militato, ma non è nemmeno quello che potrebbe essere: inchiodato sul presente, fatica a progettare il suo andare oltre il suo passato.

Il mondo è cambiato e sta sempre cambiando

La crisi del 2008 ha minato la fiducia nella possibilità di un progresso condiviso, mentre la pandemia ha lasciato un segno antropologico profondo, generando paura, isolamento e fragilità psicologica. La guerra tornata in Europa e i conflitti nel vicino Oriente hanno riaperto ferite che credevamo chiuse, riportando la violenza e la logica dei blocchi geopolitici al centro della scena mondiale.

In questo contesto di insicurezza e smarrimento, molti lavoratori si sono sentiti soli, abbandonati dalle istituzioni e anche da quelle organizzazioni che un tempo rappresentavano il loro punto di riferimento. È anche per questo che cresce la sfiducia nella democrazia, si diffonde l’astensionismo e il potere finisce spesso nelle mani di una minoranza.

La recente divergenza tra i sindacati sulla manifestazione a sostegno della popolazione palestinese – sottoposta a un massacro e alla distruzione di Gaza – ha reso visibili le crepe interne al sindacalismo confederale. La CGIL ha scelto di scendere in piazza, la CISL ha preferito limitarsi alla raccolta di fondi. Ma non si può ridurre la solidarietà alla beneficenza: andare in piazza non è un atto di sovversione, ma di partecipazione civile. È un modo per stare con altri, per dare peso alle proprie idealità, per far sentire la voce di chi non vuole essere complice del silenzio.

Si è risvegliata la coscienza comunitaria

Le manifestazioni pro-Gaza e la flottiglia, pur tra inevitabili tensioni, hanno rappresentato un segno positivo: lo svegliarsi della coscienza civile, il desiderio di non restare indifferenti davanti alla sofferenza. Condannare ogni forma di violenza – da qualunque parte provenga – non può servire per tacitare il significato umano delle manifestazioni, ma rendere ad esse il significato autentico e umanitario.

Questo movimento spontaneo di popolo, fatto di giovani, donne, lavoratori, persone comuni, è una riserva morale che il sindacato non dovrebbe guardare con diffidenza ma accogliere come stimolo.
Se il sindacato abbandona la piazza, altri la occuperanno: gruppi settari, ideologici o estremisti. La piazza non è nemica del sindacato; è la sua origine.

Il sindacato non deve perdere il treno delle novità che stanno nascendo

Il sindacato confederale deve dunque interrogarsi su come mantenere la propria rilevanza in un mondo del lavoro e in una società che cambiano a una velocità senza precedenti. Le nuove forme di occupazione – digitali, ibride, autonome o a chiamata – richiedono una rappresentanza diversa da quella forgiata nell’epoca industriale. Occorre un sindacato inclusivo e innovativo, capace di rappresentare i lavoratori delle piattaforme, i freelance, gli interinali, e tutte le categorie escluse dalle tutele tradizionali.
Servono contratti più flessibili ma con diritti garantiti, sistemi di protezione sociale portabili da un lavoro all’altro e una nuova mutualità fondata sulla solidarietà intergenerazionale.

Accanto al rinnovamento delle strategie, è indispensabile un profondo rinnovamento democratico. Negli ultimi anni si è verificata una crescente concentrazione del potere nelle segreterie nazionali, in particolare nella CISL, con un indebolimento del pluralismo interno e dei luoghi di confronto. Il rischio è che il sindacato perda la sua natura originaria di movimento sociale per trasformarsi in un apparato amministrativo, governato da dirigenti “a vita”. Così si spegne la partecipazione, e con essa la linfa vitale della rappresentanza.

I giovani fanno fatica a riconoscersi in un’organizzazione percepita come lontana e autoreferenziale, priva di una visione capace di parlare al futuro.

Al sindacato serve una rigenerazione etica e culturale. La CISL in particolare...

Occorre allora una rigenerazione etica e culturale. Il sindacato deve tornare a essere un luogo di solidarietà e di giustizia, impegnato a difendere il potere d’acquisto, la sanità pubblica, la giustizia fiscale, ma anche i diritti civili e la pace. Deve recuperare la capacità di educare alla cittadinanza, di promuovere partecipazione e responsabilità collettiva, e di formare nuove generazioni di attivisti e dirigenti.

La CISL, in particolare, dovrebbe riscoprire la sua vocazione originaria: il valore di un pluralismo convergente – “marciare divisi, colpire uniti” – facendo del confronto tra culture diverse (sociale, cristiana, ambientalista, femminista, pacifista) che vivono al suo interno una ricchezza e non una minaccia.

Il sindacalismo italiano soffre oggi di tre nodi fondamentali:

  • l’erosione della democrazia interna,
  • la crisi di rappresentanza sociale,
  • e la perdita di visione ideale.

Solo un nuovo radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori, autonomo dalle logiche politiche e burocratiche, potrà restituirgli la forza di movimento popolare e democratico.

Tornare tra le persone

Il futuro del sindacato passa da qui: uscire dalla “bolla organizzativa” e tornare tra le persone, nelle fabbriche, nei servizi, nelle scuole, tra i giovani precari e i lavoratori poveri. Costruire un pluralismo convergente che unisca senza uniformare, e faccia del sindacato non un apparato chiuso, ma una comunità viva, capace di rimettere al centro la dignità del lavoro, la giustizia sociale e la speranza concreta di una società più giusta e solidale.

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Pezzotta

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