La mia non è un analisi teologica, sociologica e un tentativo di esplicitare il mio modo di essere un povero cristiano e di essere immerso nella realtà del mondo. Ed è questa condizione esistenziale che mi fa dire che c’è qualcosa di quasi comico, se non fosse tragico, nel vedere i lefebvriani inscenare uno scisma nel 2026.
Una messa in scena barocca. Una verità bloccata
Sembra di assistere a un dramma barocco recitato in un centro commerciale: paramenti, latino, anatemi, mentre attorno scorrono vite che non hanno più alcun contatto con quelle rappresentazioni. Eppure eccoli, convinti che la Chiesa stia tradendo la sua identità perché non ripete più le formule di un tempo, perché non difende più un mondo che non esiste. Ma il punto non è il latino. Il punto non è la liturgia. Il punto non è nemmeno il Concilio.
Il punto è che questi uomini credono che la verità sia una pietra. E invece la verità è qualcosa che si muove, anche a nostra insaputa. E qui mi torna alla mente, come un vento contrario, Feyerabend, filosofo della scienza.“La fissità è un’illusione. La verità non sta mai ferma. La tradizione che non cambia è una tradizione morta.” Lo diceva per la scienza che è il mostro sacro del nostro tempo, ma a mio modesto parere il principio vale anche qui: non esiste un metodo unico, non esiste un linguaggio unico, non esiste un modo unico di dire la verità. La verità è un campo di battaglia , di ricerca appassionata, non un museo.
Ogg il vecchio Catechismo non basta
Per loro il Catechismo di Pio X è ancora una tavola infallibile. Ma anch’io sono stato educato con questo catechismo e sicuramente mi ha aiutato a comprendere molte cose, ma come ogni catechismo non può essere pensato come una mappa perfetta. Una fotografia del divino. E allora si scandalizzano quando qualcuno fa notare che l’inferno come “fuoco eterno senza alcun bene” non regge più davanti a ciò che sappiamo della psiche, della giustizia, della misericordia. Si indignano quando si dice che la Trinità non è una formula matematica, che Gesù non ha mai parlato di fondare una Chiesa come istituzione giuridica, che Adamo ed Eva non sono una coppia preistorica realmente esistita. Sono convinto che mancano di quell’afflato mistico che corre nelle vene del cristianesimo e che porta i cristiani ad incardinarsi nella realtà dei tempi e a mantenere la speranza nel possibile.
Per loro ogni parola è letterale. Ogni immagine è un fatto. Ogni simbolo è una fotografia.
Hanno dimenticato che fin dalle origini il cristianesimo non è mai stato questo. È sempre stato un linguaggio che si reinventa, un racconto che si apre, una verità che si lascia dire con parole diverse.
La Chiesa recente ha avuto il coraggio di guardare al mondo
Sono convinto che negli ultimi decenni la Chiesa ha fatto ciò che doveva fare: ha guardato in faccia il mondo. Ha ascoltato le scienze. Ha riconosciuto che certe immagini non possono più essere prese alla lettera. Ha trasformato il dogma in poesia, in simbolo, in metafora. Non per indebolirlo, ma per salvarlo. Perché un dogma che non cambia linguaggio muore. Un dogma che non si lascia attraversare dal tempo diventa un reperto, non una fede.
E qui nasce il paradosso: i lefebvriani accusano la Chiesa di aver cambiato troppo, ma in realtà è la Chiesa che ha capito che la verità non è una statua. È un fiume. È un movimento. È un differimento continuo: ciò che crediamo di possedere è sempre già in trasformazione, sempre già in ritardo rispetto a sé stesso. La Tradizione non è un archivio chiuso, è un testo che si riscrive ogni volta che lo si legge.
I lefebvriani e tutta l’area del conservatorismo non sopportano questa fluidità. Vogliono un cristianesimo 1.0 che non è mai esistito. Vogliono un passato che non è passato, perché non è mai stato così compatto come lo immaginano.
E allora chiedono coerenza: se oggi cambiamo il linguaggio, se oggi rileggiamo i dogmi, allora – dicono – dobbiamo ammettere che i papi del passato non erano infallibili. Ma questa domanda è costruita su un equivoco: l’infallibilità non è la fissità del contenuto, è la fedeltà del movimento. Non è la ripetizione, è la capacità di dire la stessa verità in modi diversi.
La Tradizione non è un museo, ma un viaggio
Il loro gesto, però, non è solo teologico. È politico.
È la stessa pulsione che attraversa le destre e il conservatorismo contemporaneo: la nostalgia come identità, la restaurazione come rifugio, la paura del mondo come programma. Non è un caso che trovino simpatia proprio lì, dove la storia viene guardata con sospetto e il cambiamento con ostilità. Vogliono una Chiesa che giudichi il presente dall’eternità, ma in realtà sono immersi nel presente più di chiunque altro: sono la versione ecclesiale della reazione sociale.
La Chiesa, con tutte le sue lentezze, sta facendo l’unica cosa cristiana che può fare: accettare il tempo e i coglierne i segni. Accettare che la verità non è un oggetto da custodire, ma un cammino da percorrere. Accettare che il dogma non è un fossile, ma un vivente. Accettare che la Tradizione non è un museo, ma un viaggio.
I lefebvriani non difendono il passato: difendono la paura. E la paura, lo sappiamo, non è mai stata una buona consigliera della fede.
Il cristianesimo non è la ripetizione dell’antico: è incarnazione nel presente. Se la lettura del dogma non evolve, non è fede: è idolatria. Se la Tradizione non si muove, non è radice: è catena. Se la Chiesa non cambia linguaggio, non parla più a nessuno.
Il resto è rumore. E il rumore, oggi, non ci serve.
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