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Gender, LGBTQ+, omosessualità. Famiglia e Chiesa

Bibbia, omosessualità, rapporto con Dio

uomo donna sessualità


Seconda parte dell'intervista a don Gian Luca Carrega, sacerdote dell’Arcidiocesi di Torino, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura e incaricato dal suo Arcivescovo di seguire  la pastorale con le persone LGBT+. Per leggere la prima parte, clicca qui


La Bibbia parla di omosessualità ma la vede non come colpa ma come pena che Dio attribuisce a chi stravolge i rapporti con lui. E' la tesi di Paolo, nella lettera ai Romani che lega strettamente paganesimo e omosessualità. Nei Vangeli le azioni umane prendono valore se avvicinano al Cristo. Lo perdono se allontanano da lui. Non è la relazione in sé che decide, ma come viene vissuta. E poi sui valori immutabili si discute molto



Può darci alcuni riferimenti e indicazioni esegetiche di brani della Bibbia che ritiene particolarmente significativi in relazione al tema dell’omosessualità?

Faccio subito una premessa dicendo di fare attenzione a non esagerare l'impatto di questi versetti rispetto ad un quadro complessivo che è molto più ampio e molto più diversificato. Credo che sia importante che tutti siano consapevoli che è inutile dire “nella Bibbia è scritto che…”. Nella Bibbia sono scritte tante cose. Ci sono anche queste e non dobbiamo far finta che non esistano, ma non dobbiamo nemmeno radicalizzarle e pensare che questo sia l'unico pensiero riguardo alla sessualità e all'affettività, anche quando attrae persone dello stesso sesso. Quindi leggiamo pure questi testi, non abbiamo nessun diritto di stracciarli, però dobbiamo contestualizzarli e questo è fondamentale, poiché se non si comprende ciò si rischia di dare delle letture devianti.

Vi ho già detto un pochino quali sono le chiavi di lettura per capire il divieto dell’omosessualità nella Bibbia. Bisogna comprendere quali sono le aspettative che la società di allora aveva sulle persone, appunto quella della fecondità, quella di mettere su famiglia, e quindi lo stile di vita omosessuale è inconcepibile per quella società, che lo ritiene una minaccia alla sua sopravvivenza.

Per farvi capire perché non sia così facile leggere oggi questi testi pensate appunto al fatto che si parla soltanto di uomini maschi e non di donne. Se il problema fosse l'atto in sé allora bisognerebbe parlare anche degli atti omosessuali femminili ma questo non succede e si capisce, dato che questa è la prospettiva di una società impostata sul famigerato patriarcato, di cui oggi si parla tanto, dove i ruoli di genere sono molto ben definiti. Il ruolo del maschio è il ruolo attivo e non può essere esercitato passivamente nemmeno all'interno di un atto sessuale, perché lesivo della sua dignità e del suo onore. In una cultura in cui il maschio deve esercitare il dominio, anche la sessualità è un ambito in cui questo dominio viene espresso.

I due passi di cui non abbiamo ancora parlato, quello di Genesi 19 e quello di Giudici 19 (l'episodio  di Gen 19 è quello di Sodoma, in seguito a cui si è iniziato a parlare di sodomia), sono passi che il documento di antropologia biblica della Pontificia Commissione Biblica Che cos'è l'uomo? (2019), ha cercato di interpretare. Non dico di reinterpretare, come hanno sostenuto alcuni, perché ha semplicemente ripreso delle interpretazioni antiche, che risalgono alla Bibbia stessa, in cui il vero peccato non è l'atto omosessuale ma è la violenza che viene perpetrata nei confronti di un forestiero, di uno straniero, di uno che non appartiene al clan. In questa prospettiva si capisce molto dell'episodio: una comunità cerca di violentare lo straniero per sottometterlo al suo dominio, per dire allo straniero: “tu sei nostro schiavo”.

Apro qui una piccola parentesi perché questo è interessantissimo per il nostro mondo culturale occidentale contemporaneo. Noi a volte facciamo delle battaglie tra chi sostiene la legittimità dei rapporti omosessuali e chi no, e non ci rendiamo conto che qui viene sollevata una questione di importanza molto, molto maggiore. La nostra società ha dei problemi enormi di integrazione rispetto allo straniero ed è di questo che si sta parlando in questi episodi. Si sta dicendo che lo straniero deve essere tenuto soggiogato, che lo straniero deve pagare le pene dell'inferno per vedersi riconosciuto nella sua dignità e deve passare anni e anni per dimostrare di essere degno di ricevere una cittadinanza, per restare dentro il nostro ambito italiano. Vedete come di fatto questi brani siano molto più ricchi rispetto a come a volte vengono incasellati dentro strutture che sono molto povere?

Dal mio punto di vista quindi, in questi due brani l'aspetto dell'omosessualità è decisamente secondario. Nel secondo episodio poi, quello di Giudici 19, questa folla che avrebbe voluto violentare l'uomo poi violenta la donna. Quindi non c'è assolutamente una questione di omosessualità.

In realtà i brani più interessanti si trovano nel Nuovo Testamento, ma non tanto negli elenchi di vizi di Paolo in 1 Corinzi, perché quegli elenchi Paolo li eredita da una tradizione e quindi lì non c'è molto il suo pensiero. Il brano, per me unico, che offre una riflessione vera sull'orientamento omosessuale è in Romani 1. È una vera riflessione che troviamo su questa tematica ma anche qui molto condizionata, non più culturalmente o non solo culturalmente, ma teologicamente. A volte ci si ferma a dire che Paolo ha condannato l'omosessualità, ma Paolo in realtà ha ribadito una condanna dell’idea di omosessualità che lui ritiene essere condivisa da molte altre persone. Se leggete bene quel testo, sta dicendo che il vero problema non è il comportamento sessuale delle persone, ma la relazione con Dio. Allora lo stravolgimento della relazione dell'essere umano con Dio, cioè il fatto di non aver onorato Dio come Dio ma di aver onorato le creature invece che Dio, ha portato uno stravolgimento di questa relazione. Come conseguenza di ciò Dio ti punisce, facendo sì che tu viva la tua perversione all'interno dei rapporti sessuali. Visto che non hai riconosciuto lo stato reale delle cose nella relazione con Dio, Dio ti consegna a delle relazioni che, dal punto di vista di Paolo, sono insensate per le ragioni che abbiamo già detto.

Quindi, semplificando molto, l'omosessualità non è la colpa; l'omosessualità è la pena che Dio attribuisce agli uomini. Perciò dire che Paolo condanna l'omosessualità come una colpa in questo contesto non è corretto. Egli vede l'omosessualità come una conseguenza di un mondo in cui sono stati stravolti i valori originali. Dal suo punto di vista l'omosessualità rappresenta una devianza rispetto agli atti sessuali naturali, quelli che sono fecondi.  Di conseguenza come il rapporto con Dio è stato stravolto, così anche i rapporti sessuali sono stati stravolti. Tutto ciò pone un interrogativo: dato che per Paolo c'è un legame stretto, inscindibile, tra omosessualità e paganesimo, tra omosessualità e idolatria, se Paolo avesse conosciuto dei credenti omosessuali, cosa avrebbe detto? Questa è un'ottima domanda, a cui purtroppo non siamo in grado di rispondere.  È chiaro però che nel momento in cui queste due realtà, paganesimo e omosessualità, si trovano ad essere dissociate anche il punto di vista di Paolo di fatto non regge più.  Dunque, se non c'è paganesimo nell'omosessualità come la mettiamo?


Come ritiene che sia corretto porsi, per i cristiani di oggi, di fronte alle “norme” che emergono dal testo biblico?

Questa è veramente una domanda impegnativa, a cui i biblisti possono arrivare fino a un certo punto; è una domanda più appropriata per un moralista. Però anch'io un'idea me la sono fatta e posso dire che vi sono due estremi di interpretazione secondo me entrambi inaccettabili: uno è il letteralismo, per cui tutto quello che è scritto nella Bibbia mantiene un suo valore permanente e quindi vi sono delle norme che hanno sempre valore. L'altro invece è la totale relativizzazione, quella di chi ironizza sul fatto che la Bibbia dice, per esempio, che non si può portare un vestito che sia fatto di due tessuti differenti perché è un peccato mortale (credo che la maggior parte di noi rischierebbe di andare all'inferno semplicemente per la camicia che sta vestendo in questo momento). Vedete che sono due atteggiamenti estremisti; quello di chi dice che è tutto sempre vero in ogni circostanza e quello di chi invece afferma che tutto è relativo perché semplicemente si tratta di cose contingenti, espressione di una cultura.

In realtà io credo che, letto da cristiani, quindi da discepoli di Gesù Cristo, la prospettiva sia diversa. C'è un buon esempio da questo punto di vista nel Gesù dei Vangeli, soprattutto nel Vangelo di Matteo, dove la posizione di Gesù in linea di massima è questa: la legge continua ad avere un valore, ma è reinterpretata da Gesù. Questo significa che Gesù sostiene alcune norme, alcune addirittura le radicalizza, altre invece le relativizza.

Sostanzialmente Cristo per i cristiani diventa il seme di briscola che dà valore o meno alle norme, ma i cristiani stanno ancora facendo molta fatica a capirlo. È proprio quanto afferma Paolo quando dice che il valore di una realtà dipende se essa mi avvicina o mi allontana da Cristo; questo dovrebbe essere il metro di giudizio fondamentale. È interessante che Gesù esamini diversi aspetti della legge nei Vangeli e ad alcuni continui ad assegnare un valore decisivo, anzi addirittura riguardo al divorzio è molto più esigente di qualsiasi rabbino del suo tempo. Quando si discute a quali condizioni si potesse divorziare egli dice che, a parte alcune situazioni che sono “fallate” nella loro essenza, non è possibile farlo. Quindi è una posizione molto rigorista quella di Gesù, ma su altre cose invece appare curiosamente lassista, anche laddove magari la norma è ritenuta essenziale. Il caso classico è quello del sabato, rispetto al quale Gesù ha una posizione che lo relativizza alquanto. Rimane sì il valore del sabato come giorno dedicato al Signore, ma il sabato è l'occasione per fare del bene e se fare del bene viola il riposo, pazienza. Quindi la norma del riposo non è una norma assoluta, è una norma relativa che di fronte a un bene maggiore può passare in secondo piano.

Questo ci dice che anche nell'ambito relazionale, nell'ambito della sessualità, dell'affettività, bisogna fare attenzione a non avere delle posizioni dogmatiche, perché poi in realtà l'intenzione delle persone può fare la differenza.

Quindi un rapporto è corretto o scorretto? Che cosa lo determina? Le voci da considerare sono molte. Un rapporto potrebbe essere anche virtualmente corretto, nel caso di un rapporto fecondo all'interno della coppia, ma potrebbe essere di fatto una violenza sessuale, nel caso di un marito che prende la moglie contro la sua volontà. Il contesto evidentemente fa la differenza.

Essere in grado di capire i singoli fattori che determinano il valore morale di un atto è fondamentale. Non possiamo aggrapparci semplicemente a delle norme e dire: “c'è questa regola”. La questione è come vengono vissute queste norme, perché paradossalmente anche delle trasgressioni in certi casi possono essere la cosa giusta da fare.

Su questo abbiamo degli esempi molto curiosi nei Vangeli, in cui troviamo ad esempio una figura che certamente non ci immagineremmo come un pericoloso carbonaro, Giuseppe. Il marito di Maria è una persona giusta, osservante della legge, che avrebbe dovuto, secondo la legge, non soltanto ripudiare Maria ma addirittura denunciarla pubblicamente e cominciare lui la lapidazione di questa donna infedele. Giuseppe non fa questo, eppure viene definito giusto.

Allora, se queste sono le situazioni che si verificano nella vita, non basta aggrapparsi e dire: “c'è questa norma qui”. Il problema è come quella norma lì deve essere applicata all’interno del singolo contesto e io credo che questo valga anche per le relazioni sessuali: l'orientamento sessuale di una persona non mi pare così dirimente, mi pare molto dirimente come viene vissuta la relazione, questo è fondamentale.


C’è la tentazione di semplificare la riflessione sul tema dell’omosessualità riferendosi alla categoria del “naturale”, per cui l’omosessualità secondo la Bibbia è contro natura. Dall’altro lato si enfatizza l’aspetto culturale, relativizzando o superando del tutto il dato biblico in quanto non più rapportabile a una cultura che dista millenni da esso. Secondo lei come ci si deve porre di fronte a queste due posizioni?

Dico subito che nonostante si parli ancora spesso nei nostri ambienti cristiani, specialmente cattolici, di natura e contro natura, la tendenza attuale nel mondo scientifico è di abbandonare queste categorie; ne userò altre. Tutto il discorso del vivere secondo natura, che proponevano la Bibbia e molte filosofie antiche, è diventato estremamente problematico perché la complessità del concetto fa sì che oggi sia difficile dire che cosa è secondo natura e che cosa è contro natura. Potremmo dire che la natura nel 99% dei casi ha un determinato comportamento e orientamento, nell'1% no e quindi non può essere un dato assoluto. Perciò utilizzo una terminologia che viene dall'ambito sociologico, cioè l'approccio che può essere ritenuto costruttivista o essenzialista.

Un approccio costruttivista dice che il mondo delle categorie, dei valori che noi adottiamo, è un costrutto sociale e quindi cambia a seconda delle epoche. La visione costruttivista è una visione piuttosto relativa, perché dice che sono le persone che determinano i valori da condividere, secondo cui bisogna vivere. La visione essenzialista, al contrario, dice che ci sono dei valori fissi, delle realtà percepite da sempre al di là di quello che decide la società, che l'individuo sa che cosa è giusto e cosa sbagliato e quindi deve seguire quel dettame della coscienza.

Credo che esistano pochi costruttivisti al 100% e ancora meno essenzialisti al 100%. Personalmente io mi ritengo un costruttivista moderato, ovvero sono convinto che la società intervenga notevolmente nella costruzione dei valori. Pensate come la nostra società oggi, riguardo all’idea della solidarietà, della dignità delle persone, sia veramente il frutto di discussioni recenti. Un documento pontificio come Dignitas infinita, se ci pensate, è espressione del costruttivismo. Non si direbbe che sia un documento della Chiesa, dato che ci si aspetterebbe che fosse essenzialista, ma non è così. È un documento costruttivista perché sostanzialmente parte dalle riflessioni postilluministe e dalla Dichiarazione dei Diritti dell'uomo del 1948. Condivide i valori della società occidentale, è chiaramente espressione di quel mondo lì. Perciò l'enfasi che si dà alla dignità intrinseca dell'individuo non è un valore della società biblica né del mondo del vicino Oriente mediterraneo; è un prodotto molto recente, espressione di una società vicina a noi, i cui valori per fortuna condividiamo.

Pensate a quanti interventi gli ultimi papi hanno fatto sulla dignità intrinseca delle persone, che devono essere valorizzate per quello che sono, anche se straniere, anche se di altre razze. Tutto questo ha decisamente attinto a dei valori che sono stati costruiti dalla nostra società recente. Quindi indubbiamente la costruzione sociale ha un valore notevole. Però, diversamente da alcuni sociologi, non ritengo che questa sia la totalità della realtà.

Penso invece che noi abbiamo dei valori intrinseci che ci portiamo dietro e che devono essere mediati attraverso queste categorie. Per me la società e la persona sono il frutto l'uno e dell'altra. C'è una forma di essenzialismo che ci portiamo dietro, come il divieto di uccidere, che viene espresso apertamente anche nel Decalogo, ma io credo che il rispetto della vita umana ce lo portiamo anche scritto dentro di noi. Poi uno può crescere in una cultura in cui si esalta l'idea di uccidere, però questo va contro la natura umana. Quindi noi abbiamo dei valori che ci portiamo dentro e dei valori che sono invece costruiti dall'ambiente in cui viviamo. Siamo fatti dell'uno e dell'altro e quando affrontiamo questioni come la sessualità, l'affettività, l'omoaffettività, l'identità di genere, esse devono essere affrontate tenendo conto dell'uno e dell'altro.  Da dei costrutti sociali che possono essere a volte anche abbaglianti in un senso o nell'altro, per cui un martellamento all'interno di una determinata cultura potrebbe essere qualcosa che ti distrae, che ti porta a prendere una decisione sbagliata.

Ma non pensiamo che solo dal punto di vista dell’essenzialismo si possano risolvere tutte le questioni, perché di fatto alcune sono intrinsecamente legate alle culture dentro cui viviamo. Quindi la cultura non soltanto dà delle risposte, ma provoca anche ulteriori domande; c'è un legame indissolubile tra queste. Le risposte semplici non ci sono. Io credo che almeno nella prospettiva biblica siamo abbastanza convinti che le cose sono complesse e quindi bisogna tenere le distanze da quelli che hanno delle risposte semplicistiche, perché quasi sempre sono delle risposte superficiali.


L'intervista a don Gian Luca Carrega è realizzata da Paolo Vavassori in collaborazione con Giorgio Gervasoni

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