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Meloni e la guerra ibrida

Trump Meloni

“Legittimo” l’intervento di Trump in Venezuela? Per Meloni pare proprio di sì. La dichiarazione è un capolavoro. Di equilibrismo. La disastrosa visione politica che lo ispira

 

 

Di fronte all’operazione militare imperialistica di Trump contro il Venezuela di Maduro, il mondo è rimasto sbigottito e i leader politici hanno reagito in forme diverse, e i leader alleati in modo contraddittorio tra di loro, e spesso anche con se stessi.

Il nostro Governo, dopo aver dichiarato che “reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari”, giustifica l’azione di Trump, perfino facendola asurgere a regola: “ma considera al contempo legittimo [la sottolineatura è nostra] un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.

Magnifica incoerenza. No a interventi contro altri Stati. Sì all’intervento di Trump in Venezuela

La dichiarazione merita di essere analizzata perché è un capolavoro non di equilibrio, ma di equilibrismo, incoerente com’è in se stessa e rispetto alle posizioni usuali della nostra Presidente. La quale, sicome non può annullare la sua natura sovranista, che sbandiera in Italia contro le “sinistre disfattiste” filoeuropee, inizia col condannare qualsiasi intervento esterno nei confronti di altri Stati, siano pure totalitari, quale era, a dire di molti, il regime venezuelano di Maduro. Poi, di fronte a Trump, il suo sovranismo cede il passo ad un celere obbedir come spesso Giorgia Meloni fa nell’ordinaria amministrazione politica, specie di fronte ai poteri forti di ogni tipo.

E, per non cadere in contraddizione troppo smaccata con se stessa, introduce uno strano concetto di guerra: la guerra ibrida. Una guerra cioè che non è la guerra comunemente intesa. Essa è la guerra con cui Maduro assalirebbe gli USA per mezzo del narcotraffico, cioè mediante lo spaccio di stupefacenti negli USA. Questo trasformerebbe l’intervento militare di Trump in un legittimo intervento difensivo.

Le si potrebbe opporre facilmente il detto di Gesù (Mt 5,11): Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l'uomo! Non la droga che entra negli USA inquina l’etica umana, ma come ad essa si reagisce.

Con questa logica uno “Stato etico” può aggredire qualsiasi condotta che ritiene immorale

A noi preme sottolineare come questa logica potrebbe dilatare arbitrariamente il concetto di guerra fino a colpire militarmente qualsiasi condotta morale, o anche culturale, che si ritenga confliggente con il proprio costume, e quindi aggressiva e capace di scatenare una guerra giusta contro uno Stato. Deleteria infatti come lo spaccio di stupefacenti, e quindi meritevole di una guerra, potrebbe e dovrebbe allora diventare anche qualsiasi etica o qualsiasi costume che fosse diseducante secondo una certa visione della vita: ad es., una etica del successo e dello scarto o un’etica della forza o un’etica sessuale diversa o una ideologia allotria che si introduca in un certo ambiente. O una razza diversa; o una religione diversa avvertite come minacciose.

In questa ottica, la vita politica diventerebbe non la costruzione faticosa e partecipata del bene comune possibile (che deve preservare come parte di quel bene anche la libertà di dissentire e deve prendere in considerazione un paziente rapporto dialogico correttivo del Male), ma una lotta senza prigionieri tra difensori del Bene contro scherani del Male. Uno Stato incarnazione del Male ha il nome comune di Stato-canaglia, mentre quello che prende a pretesto il male per fare male, e magari ancor più grave e comunque senza distinguere, ha un altro nome: Stato etico. È uno Stato che non cerca consenso con incontri dialogici e relazionali, ma che pretende di imporre la sua morale con la forza materiale, non limitandosi a contrastare il comportamento che va contro la legge consensualmente stabilita sulla base del costume e delle circostanze storiche.

Ma l’etica non la si difende con la la guerra

Una logica del genere ha scatenato nella storia le guerre più ingiuste e crudeli e distruttive, perché si ritiene al servizio del vero e nel nome del vero si assolve quando annienta l’avversario. Senza tener conto che l’avversario sporge sempre oltre il suo errore, cioè è sempre qualcosa in più e qualcosa di più sacro di quello che professa. Ed è l’errore che va distrutto, non l’errante, secondo la felice espressione di papa Giovanni. L’etica non si difende né tanto meno si promuove con la guerra, ma con strumenti propri di cultura e di persuasione, mediante dialogo e relazioni. E se uno Stato deve usare anche la forza per stabilire la legge, lo deve fare in modo proporzionale e con operazioni repressive coordinate e dirette a fatti e individui ben precisi, per riportare celermente la società alla vita relazionale abituale. E anche ammesso che uno Stato sia inquinato e magari complice nelle sue strutture, si devono scegliere le strade più idonee del recupero, facendolo sentire isolato nel concerto internazionale e mai umilandolo nella sua natura e struttura di Stato e di nazione.

Per non dire che spesso la logica apparente della condanna e magari dell’intervento armato contro lo Stato-canaglia si sposa con la furbizia della contrattazione col lui sottobanco: è ciò è il segno più evidente non solo di una dissociazione farisaica, ma anche della compresenza di bene e male in tutti gli attori della vita associata mondiale. Anche nei cosiddetti paladini del Bene, che si giustificano dicendo di fare il male “a fin di bene”, secondo il principio volgarmente attribuito al machiavellismo. Invece nessun fine giustifica mai un mezzo ingiusto: questo è un principio basilare dell’etica e dell’etica politica nostra, che risponde anche al fine della politica, che è la pace sociale.

Alla fine trionfano i Vannacci che confondo Dio con Cesare e trasformano Cesare in Dio

Ma l’idea d’una lotta tra Bene e Male piace a chi (come Trump e tanti amanti della cosiddetta “religione civile” che pullulano negli Stati Uniti e non mancano nemmeno nei Vannacci italiani) confonde Dio con Cesare e trasforma così Cesare in Dio.

Ma mi accorgo che forse sto argomentando troppo, e troppo superficialmente, intorno a concetti troppo alti, mentre la realtà nel nostro caso è più, come si dice, terra terra. Trump stesso infatti si è reso conto che non era il caso di insistere sul concetto di guerra ibrida (perché non poteva sentirsi aggredito da un Maduro qualsiasi) e ha avuto vergogna di continuare ad usarlo. Tanto più perché tutti sanno che pochi giorni fa egli ha concesso l’indulto a Juan Orlando Hernandez, ex-presidente dell’Honduras, deposto dagli Stati uniti e condannato a 45 anni di reclusione e incarcerato in Virginia nel 2023 proprio per narcotraffico. Il che difficilmente rende Trump paladino della sua stessa moralizzazione.

Trump cambia bersaglio e parla di interessi USA. E’ la logica del più forte

Trump si è allora spostato su un motivo più corrispondente alla sua fisionomia: sull’interesse dell’America. L’attacco a Maduro sarebbe avvenuto per ragioni MAGA: cioè per rendere più grande l’America.

Infatti ha rispolverato la vecchia dottrina di Monroe (1823), che dichiarava solennemente: “l’America agli Americani”. Quella dottrina, come si dovrebbe sapere, era nata a quel tempo per rivendicare la libertà politica e statuale che gli Stati nazionali americani, tutti, stavano faticosamente raggiungendo rispetto alle pretese di patronato o di ricolonizzazione da parte delle potenze europee. Trump oggi interpreta quel motto come ”l’America agli USA”, considerando tutti gli altri Stati d’America come “il cortile degli Stati Uniti”.

L’unica logica è quindi quella padronale del più forte, tantìè vero che senza pudore afferma la necessità vitale per gli USA di impadronirsi delle risorse petrolifere del Venezuela, di mirare al padronato della Colombia (“governata da un uomo malato”) e di Cuba (pronta a cadere in assenza dell’energia venezuelana); di pretendere il possesso della Goenlandia (che politicamente è danese, e quindi europea), che gli servirebbe “per ragioni di sicurezza” – come se non vi avesse già basi militari in abbondanza -, ma più ancora per le risorse minerarie e per impadronirsi della via dell’Artico che dovrebbe essere patrimonio mondiale. Si spinge a dire quello che non osa, almeno ufficialmente, nemmeno il suo omologo Putin, che sente il bisogno di rassicurare affermando solennemente l’impegno di non voler attaccare né l’Europa né gli Stati NATO.

Meloni invece resta la vassalla più trumpiana di Trump per sostenere una pace simoniaca

Imperterrita la nostra Presidente Meloni invece ha mantenuto la barra puntata sulla legittimità della risposta alla guerra ibrida e sembra tutt’al più concedersi qualche riserva, peraltro mai chiaramente espressa, sul temperamento volubile e imprevedibile di Trump e sulla sua idea di lottizzazione padronale del mondo (tra USA, Russia, Cina). Quanto più fiera e coerente di lei la sovranista francese Marine Le Pen, che ha commentato senza sbandamenti: “ci sono mille ragioni per condannare il regime di Maduro, ma esiste una ragione fondamentale per opporsi al cambio di regime che gli USA hanno provocato in Venezuela!”. La Meloni recita invece la parte della vassalla, imbarazzata magari, ma allineata.

Per ora gli unici a cantare logicamente vittoria sono i mercanti di armi e di petrolio, che hanno visto impennare i loro rendimenti e che riescono a condizionare le scelte dei Governi.

Molte altre considerazioni si potrebbero fare su un panorama politico che vede interessati molti attori diversi: USA, Russia, Cina, BRICS, Europa, Italia; e interagire, impazziti, molti riferimenti: l’atlantismo, il diritto internazionale, l’interesse europeo, i diritti umani, un progetto di ordine globale. Le carte sono state scompaginate ed è ora difficile capire come si comporranno tra di loro. O sarà tutto dribblato e lasciato nell’incertezza attuale dal comportamento grossolanamente empirico di Trump, che, da mercante in fiera, ama risolvere tutto monetizzando: fare la spiaggia a Gaza, comperare in dollari la Groenlandia; far diventare una multinazionale del petrolio il Venezuela? Una pace che potremmo definire simoniaca perché mercifica valori giudicati comunemente sacri.

Hybris (violenza)  genera sempre Nemesis (vendetta)

Ritornando ai nostri inizi: molti hanno fatto notare che l’idea della guerra ibrida è come lo stratagemma che il moderno lupo dell’antica favola di Esopo e di Fedro escogita per giustificare il suo assalto al moderno agnello. E anche se, a dire il vero, è difficile scambiare Maduro per un agnello e anche se Trump non ha pudore di far più che il lupo, la logica comunque resta quella: il prepotente trova sempre il mezzo per giustificare la sua potenza. E se non lo trova, lo inventa.

Ma un’altra antica genealogia vuole che Hybris (violenza) generi sempre Nemesis (vendetta). Un equilibrio basato e imposto con la forza, che umilia Stati e nazioni, farà sì che popoli che non possono reagire con la guerra adottino sì, stavolta, una guerra ibrida, molto più guerra e meglio conosciuta: quella del terrorismo internazionale. Se Putin assoggetterà l’Ucraina senza concessioni; se Trump assoggetterà il Venezuela (e così via…) per egoismo economico; se Netanyahu - cosa più verosimile di tutte - assoggetterà la Palestina per un sacralizzato spirito di potenza…

E l’Europa; e l’Italia saranno all’altezza della sfida? Non in armi ma con la loro vocazione umanistica e cristiana?

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