Search on this blog

Ancora sul referendum. Il paese immobile. Il fattore Antifa

ragazza colori Italia bandiera

 

 

L’oggetto: si trattava della riforma della Giustizia lenta e malfunzionante o solo dell’ordinamento giudiziario o del ridimensionamento del ruolo politico che il potere giudiziario aveva conquistato dagli anni ’90 o, addirittura, di un ridisegno costituzionale dei rapporti tra esecutivo, legislativo e giudiziario? Benché “il testo” che definiva l’oggetto fosse inequivocabile, “il contesto” lo complicava.

Chi erano i soggetti interessati? Solo i magistrati inquirenti e giudicanti o anche le Camere penali, cui sono iscritti più di diecimila avvocati penalisti, o anche i costituzionalisti o i politici e i Ministri o anche il Presidente della Repubblica? C’entravano in tutto ciò anche i carcerati, gli imputati, i cittadini?

Politicizzazione da subito

Quando Meloni e Nordio hanno presentato il progetto di Legge costituzionale il 13 giugno 2024 e lo hanno blindato rispetto ad ogni possibile emendamento, devono aver pensato che l’oggetto era un groviglio, ma che, alla fine, la politica lo avrebbe sciolto con la famosa spada. La firma del Capo del Governo ha politicizzato fin da subito lo scontro, che dal Parlamento è passato nel Paese, come è richiesto dall’art. 138.

Nessuna meraviglia, dunque, che il “Campo largo” e molte associazioni di società civile abbiano by-passato a bella posta le giustificazioni tecniche che Nordio, costituzionalisti eminenti, giuristi, avvocati, la “Sinistra per il Sì” presentavano a difesa della proposta. Il campo del NO ha preso la palla al balzo: “a brigante brigante e mezzo!”.

Meloni e Trump

Due i temi di battaglia. Intanto, le “liaisons dangereuses” della Meloni con Trump, troppo tardi da lei ridimensionate ad amicizia platonica. Le decisioni belliche del Presidente, prese al di fuori di ogni previa consultazione, anzi in polemica, con la Nato, hanno segnato negativamente una sempre più imbarazzata Meloni. Troppo tardi ha capito che il “ponte” lanciato verso l’altra sponda dell’Atlantico sta messo peggio di quello futuribile di Messina. Il “troppo tardi” ha però origini da un’ideologia nazionalista e sovranista, che è il marchio di fabbrica del melonismo-salvinismo, mai così fuori asse rispetto alle sfide europee e globali.

Ma ciò che ha danneggiato di più la Meloni è stata la deriva decisionista e autoritaria di politica interna dell’amico Trump. Non è stato difficile per il NO unire i puntini tra le minacce di Trump ai giudici, il suo compiacimento per la morte dell’ex-capo dell’FBI, che aveva indagato su di lui, e gli sbracati interventi di Meloni e Salvini su singole inchieste giudiziarie, sentenze e fatti di cronaca, per es. quello clamoroso del Corvetto. Taiani, che pure passa per essere un liberale, si era spinto a chiedere al Governo svizzero di intervenire sul magistrato di Crans Montana, proprio mentre in Italia proclamava l’indipendenza della Magistratura dal governo.

Un’impossibile battaglia liberale di forze non liberali

Ma qui si tocca un’altra causa, quella più profonda, che si può sintetizzare nel seguente interrogativo: può una battaglia liberale, quale è quella prevista dall’art. 111 della Costituzione sul “giusto processo”, essere condotta da forze, che si riconoscono certamente nella democrazia, ma che non sono esattamente “liberali”? E che, al contrario, sono intrise di populismo e di giustizialismo? E’ mancata la credibilità politico-culturale dei proponenti. Donde la loro timidezza e il loro ingresso in ritardo nella battaglia. I gruppi dirigenti apicali e intermedi non ne erano convinti.

Le analisi del voto confermano che quote consistenti, fino al 18%, dei partiti di centro-destra hanno votato NO. Le forze di maggioranza hanno generato lo scontro politico, senza disporre delle basi ideologiche per reggerlo.

Il Campo largo e le sue accuse. La sconfitta dei riformisti

Quanto al “Campo largo” ha adottato in pieno il populismo e il giustizialismo degli anni ’90, che attribuiva un ruolo riformatore-rivoluzionario alla Magistratura. Questa volta è stato agitato il drappo della Costituzione. Se fino al 1989 fu il “Fattore K” il fondamento dell’esclusione del PCI dal governo, da tempo la sinistra fa funzionare il “Fattore Antifa” contro la Destra. Se la Costituzione italiana è stata fatta dagli antifascisti, chi vuole cambiarla si mette sulla strada del “trump-fascismo”. Solo gli antifascisti possono cambiare la Costituzione antifascista.

Così, se le questioni poste dal SI restano intatte sul tavolo – come si cinguetta ecumenicamente dalle parti del Corriere – oggi non si vede più chi possa porvi mano. Il messaggio del referendum è limpido: chi tocca i fili delle riforme, muore. Il tutto in nome dell’Antimafia e dell’Antifascismo. “Costituzione” fa rima con “Conservazione”. Il Paese giace ora logorato e immobile, mentre i magistrati intonano “Bella ciao” nei Palazzi di Giustizia per festeggiare lo scampato pericolo di una riforma, la cui assenza è un ostacolo allo sviluppo socio-economico e civile del Paese.

Chi ne esce stritolato sono i riformisti di destra, di centro, di sinistra. Questi ultimi saranno le prime vittime di una politica, che, a differenza della guerra, non fa prigionieri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *