Lettera confidenziale a un amico sul tempo presente della Chiesa. Enrico D'Ambrosio scrive a Daniele Rocchetti, che ha pubblicato qui un articolo che parlava della parrocchia "al capolinea", prolungato con un successivo dibattito
Caro Daniele,
mi chiedi cosa penso dell’intervista che hai fatto a Sergio Di Benedetto sul suo libro «Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?» Non ho ancora avuto modo di leggerlo, ma gia dal titolo e dalle tue domande intuisco i fronti che si aprono: non mi sono affatto sconosciuti.
Abbiamo discusso molto di parrocchia. Non è cambiato (quasi) nulla
E allora permettimi di dirti, con un po’ di tenerezza, che sei proprio “tremendo”: perche sai bene che, ponendomi questa domanda, apri in me una diga. E quando la diga si apre, l’acqua non la controlli: non resta che lasciarla scorrere. Se volessi solo trattenere un po’ il flusso, per non disperderlo in un’inondazione sterile ma lasciarlo diventare irrigazione feconda, basterebbe tornare a qualche passo dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco: testi tanto citati, eppure mai davvero messi in pratica. Proprio per questo, questa volta non li citerò nemmeno io.
Non controllerò la misura. Ti risponderò in parabole, come fece Gesu quando decise di cambiare registro e parlo velatamente ai suoi discepoli. E già mi pare di sentire la loro stessa obiezione: “Perche parli in parabole?”. Sappiamo bene quale fu la risposta, quando Gesu rimando alle parole del profeta Isaia.
Sono prete da trentacinque anni. Ho attraversato stagioni diverse, a partire da quel vento di Novella Pentecoste che soffio nel Concilio Vaticano II e che ho respirato nella mia formazione.
Oggi, rispetto a quell’evento planetario, ci troviamo in un’altra era: piu arida, piu stanca, più spenta. Quante volte abbiamo discusso di parrocchia: nei vicariati, nelle CET, nelle assemblee diocesane, nelle commissioni pastorali. All’inizio lo facevamo con la freschezza che veniva dal Concilio; poi con il lungo lavoro del Sinodo di Bergamo, dove ho partecipato a tutte le assemblee. Cosa è rimasto e soprattutto cosa si è avuto il coraggio di rinnovare considerando il lavoro svolto in un decennio di ripensamento delle pratiche pastorali?
Per anni abbiamo provato a soffiare sulle braci, con documenti, relazioni, proposte operative, sperando di riaccendere il fuoco. Fino ad arrivare al Sinodo universale in corso: e qui, in Italia, è accaduto qualcosa di indicativo. Il documento proposto è stato respinto dalla maggioranza, soprattutto laicale. Eppure, nonostante questo segnale, faccio fatica a scorgere se sotto tutta la cenere accumulata ci sia ancora qualche brace viva. E come se le parole dei dialoghi sinodali non avessero trovato eco nelle proposizioni finali.
La grande nave non ha più i cinesini che pedalano e fa acqua da tutte le parti
Abbiamo combattuto molte battaglie senza grandi avanzamenti, un po’ come i ragazzi del ’99, mandati in prima linea sul fronte della Grande Guerra senza sapere il perché e per che cosa.
Anni fa mi fu chiesto di tenere, presso il nostro Istituto Superiore di Scienze Religiose, un piccolo corso di pastorale speciale sul tema della parrocchia. L’ultima volta riscrissi per intero il corso dandogli questo titolo: “La Parrocchia in ritirata o in uscita?” scegliendo come criterio di rilettura e rilancio quella della generatività.
Le immagini che mi vengono sono dure. Ne sono consapevole e non ho nessuna pretesa che siano condivisibili. Tanto meno ritengo di avere in tasca delle risposte. Molte sono le domande che ancora si sollevano dentro di me e sento che noi ci dovremmo metterci in ascolto di chi non è dentro la chiesa per saperle riformulare. Mi attengo pertanto alla tua domanda: “cosa ne pensi?”.
A volte ho la sensazione che s’immagini ancora la parrocchia come un transatlantico illuminato da mille luci che però rispetto ad un tempo non ha più mille cinesini che pedalano per tenerle tutte accese, secondo le richieste. Ormai ci si ritrova con pochi membri dell’equipaggio e si vorrebbe garantire la stessa resa.
Per di piu la nave imbarca acqua. Non basta piu riparare le falle: e la direzione del viaggio che dev’essere rimessa in discussione. Molti preti e laici ne soffrono, ma è difficile metterci la faccia ed ammettere che – se non si agisce in altro modo la barca rischia davvero di affondare.
Chi ha sete non trova più acqua nelle nostre cisterne screpolate
Non è per la barca che dobbiamo noi stessi affondare. Affondiamo quando distogliamo lo sguardo da Gesù e manchiamo di fiducia nel camminare sulle acque.
La struttura parrocchiale mi appare come un acquedotto bucato, che perde acqua da più parti, mentre ci affanniamo a tappare i buchi senza mai ripensare se non sia necessario un nuovo impianto.
Non basta una bella impalcatura se non si mette mano alla struttura dell’edificio parrocchiale.
A volte si è in uno stato di rassegnazione di fronte all’erosione dell’edificio si continua ad abitarlo come se niente fosse successo, senza cogliere i segni di frattura, senza verificare la solidità dell’edificio stesso. Non basta coprire le crepe con un po' di vernice. Non basta abbellire la facciata dell’edificio: serve una ristrutturazione radicale, forse anche con destinazioni d’uso diverse. Ed è significativo che di questa struttura il diritto canonico ancora nomini il parroco come “amministratore” e non come “pastore”.
Stando ancora all’immagine dell’acqua, la struttura parrocchiale mi appare come quelle cisterne screpolate di cui parla il profeta Geremia. Siamo come quelle cisterne di pietra che non tengono più l’acqua e che ai molti che hanno ancora sete, appaiono vuote. «Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua», (Ger 2,13). Non c’e piu acqua, non scorre più acqua. E chi ha sete trova uno stagno.
Non bisogna liberare ciò che ostruisce il canale della grazia, per far fluire di nuovo l’acqua della sorgente? Acqua che in diversi modi abbiamo sottratto e requisito impedendone il suo libero accesso a quanti sono ancora assetati di vita, di vangelo? In questa situazione, non abbiamo l’idea di dove possa trovarsi il pozzo della samaritana a cui attingere acqua viva nell’incontro con il Maestro.
Usiamo la nostra acqua per allungare il vino rimasto
Nemmeno Gesù ha potuto a Cana trasformare l’acqua in vino senza che i servi potessero di nuovo riempire d’acqua le giare e riempirle fino all’orlo. Nel venire a mancare il vino non è che questi, hanno pensato di allungare il poco che restava con dell’acqua, annacquandolo del tutto.
Senza questa fiducia e fede dei servi, senza questo credito a ciò che a noi e inimmaginabile c’e il rischio che anche le nostre feste religiose ci trovino sempre più in affanno, con l’acqua alla gola mancanti del vino nuovo del Vangelo. Senza l’acqua del desiderio, non può essere versato il vino dell’amore.
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Rocchetti