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Caro Gesù, ma che bisogno c’era?

La Pasqua è la conclusione di uno spreco esagerato, incomprensibile. Ma la grandezza dello spreco spiega la vertiginosa grandezza dell’uomo destinatario di quello spreco.

 

La lontana provocazione di un diciannovenne

«Caro Gesù, ma che bisogno c’era? Dico, che bisogno c’era di tutte queste complicazioni? Per rivelare che Dio è trino, che ci salva e che c’è vita dopo la morte, non sarebbe bastata una lettera scritta bene? Un volumetto, con alcune idee precise, ben argomentate, messe in un ordine logicamente coerente. Tutto è estremamente oneroso nella tua esistenza: nasci in circostanze almeno movimentate tra madri che restano incinta per opera dello Spirito Santo, via vai di angeli che portano annunci, re che ti vogliono morto, magi che ti cercano; ti immischi nella faccenda di Giovanni Battista, con uno stile e dei contenuti che gli hanno meritato diffidenza dalle autorità; sembri irresistibilmente attratto dai tratti più complicati di umanità: malattia, colpa, coscienza alterata, infermità, sogni. E muori come hai vissuto, senza risparmiarti nulla: nei giorni della fine della tua vita terrena sembri voler visitare tutte le sfumature del dolore, compreso l’abbandono di Dio.

Ammesso che tutto questo sia proporzionato a dirci che Dio è trino, che salva e che c’è vita dopo la morte, ma a questo punto non avrebbe avuto senso dirlo a tutti? Il più era fatto, ti avevano visto in molti morire. Perché tutto questo sforzo, e hai deciso di farti vedere vivo da pochi intimi? Parliamoci chiaro: se ti fai vedere morto da tutti, ma risorto solo dai tuoi amici, ma come puoi sperare di essere creduto?! Cioè, siamo seri: se uno ci venisse a dire che aveva un maestro, lo hanno ucciso ma adesso è in giro vivo, non sarebbe più sano pensare che sia un vaneggiamento, una bufala, una fake news? Perché Gesù?»

Le mancate provocazioni dei ragazzi di oggi

Tutta questa parte virgolettata l’ho scritta davvero. Avevo 19 anni, facevo la quinta superiore. E avevo una fede da mandare in crisi. Cosa piuttosto rara: oggi è difficile che ci siano crisi di fede, perché qualcosa potrebbe andare in crisi quando c’è, dovresti avere qualche rudimento da mettere in discussione.

Ho paura che i nostri diciannovenni venuti grandi a pizzate e testimonianze suggestiva a seguire, o a momenti di spiritualità manchino di quell’ABC catechistico per cui si possa parlare di una crisi cristiana. Comunque faccio parte di quella stagione dove due o tre cose le sapevamo, e avevo alcune informazioni sulla fede che potevano andare in crisi. Non mi sembrano obiezioni insensate.

L'incomprensibile spreco

Le trovo riassunte nell’espressione di Giuda, che di fronte a quella donna che spreca una cifra enorme di olio per ungere Gesù dice: «A che scopo tutto questo spreco?». In effetti, l’obiezione di Giuda sembra molto sensata. Ma, se ci pensiamo, c’è un altro personaggio evangelico che sembra molto sensato, e che sarebbe d’accordo con il me adolescente: il figlio maggiore della parabola del padre misericordioso. Non si fa! Non si lasciano partire figli minori per divertirsi e dilapidare il patrimonio di famiglia, e non si fa che quando torna non gli dici nulla e gli fai una festa!

«Un abisso chiama l'abisso al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati». Questa frase del salmo 42 per me è stata la chiave di volta per uscire da questa fase di crisi, e ancora mi convince. Noi non siamo asettici. Gesù non è asettico. Forse da uno studio asettico che vorrebbe ricavare alcune nozioni su Gesù avrebbe senso il mio insieme di obiezioni. Ma più o meno avrebbe senso come questo ragionamento: «Senti, perché fidanzarci prima di sposarci? Facciamo una check-list di elementi che riteniamo importanti per una compatibilità, ne discutiamo un paio di orette, vediamo se siamo compatibili mediante una pratica tabella Excel che abbiamo concordato, e ci risparmiamo un paio di anni di uscite, cene di san Valentino, presentazioni varie, regalini, ecc…».

Anche Gesù è entrato nei nostri abissi

«Un abisso chiama l'abisso». Noi non siamo un insieme di idee. La nostra esistenza non si può mettere su una tabella. Noi siamo abisso. Ciò che qualifica la nostra vita è la vertigine, sono le intuizioni, le speranze, i dolori, le cose che ci fanno arrabbiare, le cose che ci fanno piangere, le cose che ci fanno ridere. Questa è la nostra vita. Da qui ha senso provare a capirci qualcosa della fede.

E allora scopri che Gesù è entrato nei tuoi abissi. Doveva essere così, non poteva essere diversamente. Un abisso chiama l’abisso: in questo eco si intravede il senso del suo eccesso, fino a quell’esplosione di vita che si chiama risurrezione. Senza chiamare la risurrezione dal tuo abisso, al massimo sarà un miracolo che conferma l’identità divina di Gesù.

Se invece gli abissi si chiamano e si parlano, la risurrezione è un fatto che ti riguarda: ne puoi uscire vivo dai tuoi abissi.

Buona pasqua!

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