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La terza Repubblica può aspettare

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Siamo entrati nella Terza repubblica? Alcuni esponenti di punta di FdL si sono precipitati a proclamarne l’avvento, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale.

 

 

La nuova legge elettorale. Che non è molto nuova

Il nocciolo duro della legge è il premio di maggioranza:  se una coalizione supera la soglia del 42%, riceve un premio di 70 seggi alla Camera e di 35 seggi al Senato.  Il tetto massimo raggiungibile con il premio si ferma a 220 alla Camera e a 113 al Senato, così da non andare oltre quanto stabilito dalla Corte costituzionale nella sentenza del 4 dicembre 2013 sul Porcellum. Che era stato dichiarato incostituzionale, non perché il premio arrivasse a 340 seggi alla Camera – che allora ne aveva 600 – e al 55% al Senato – che ne aveva 315 – ma perché non aveva fissato una soglia minima di voti, cui aggiungere il premio. Il tetto del 55% previsto dalla legge impedisce che le alte cariche dello Stato finiscano sotto il controllo di una sola parte politica.

Non è però la prima volta del “premio di maggioranza”. Con il Mattarellum si raggiungeva un effetto simile, mediante l’elezione nei Collegi uninominali ad un turno del 75% dei deputati. Era, appunto, definito, “sistema maggioritario”. Se tanto il governo Berlusconi del 1994 quanto quello di Prodi nel 1996 caddero successivamente alla loro elezione, ciò dipese dai rapporti politici interni alle maggioranze di governo, non dal meccanismo. Si cominciò allora a parlare di Seconda repubblica. Ma l’espressione era esagerata, perché le istituzioni della Repubblica non erano affatto state modificate.

E l’indicazione del candidato premier? Anche qui nulla di nuovo.

Il Porcellum del 2005 aveva già introdotto l’obbligo di depositare il programma elettorale indicando il nome del capo della forza politica e quello del capo della coalizione. Per le elezioni dal 1994 in avanti, le coalizioni avevano largamente pubblicizzato il nome dei leader rispettivi. Il nome del candidato sulla scheda non c’é. La Corte lo boccerebbe, perché la Costituzione prevede che il Capo del Governo sia nominato dal Presidente della repubblica, non dagli elettori. L’opposizione ha fatto bagarre su questo punto, perché ha due pretendenti per un’unica poltrona: Elly Schlein, perché il suo partito è il più grosso, e Giuseppe Conte, perché i sondaggi, che lo danno ripetutamente in vantaggio nel Campo Largo.

Dunque, no, non siamo entrati nella Terza repubblica, ci troviamo ancora nella Prima. Giacché anche “la Seconda” era ancora “la Prima”. Occorrono riforme costituzionali profonde per una “Nuova Repubblica”, non basta cambiare il sistema elettorale. Perciò la gara con i Francesi finora è perdente: loro sono già alla Quinta, noi alla Prima.

I guai incominciano di qui in avanti.

“Instabilità come destino”. Quanto all’opposizione…

La legge è stata denominata “Stabilicum”, ma la stabilità potrebbe restare una chimera, senza il ballottaggio in un secondo turno, che è stato fieramente osteggiato da Forza Italia e dalla Lega per timore di un’egemonia assoluta di FdI. Le due coalizioni potrebbero non raggiungere il 42%. Proviamo a calcolare: se esse dispongono sulla carta di circa l’84% dei voti, resterebbe un 16% da spartire tra forze autonome di destra – tipo Vannacci - e di “centro”. La partita finirebbe in pareggio, i voti sarebbero distribuiti proporzionalmente e lo Stabilicum finirebbe nel cestino come è toccato al sistema D’Hondt, al Mattarellum, al Porcellum, all’Italicum e al Rosatellum. Insomma: una serie di Netflix, intitolata “Instabilità come destino”.

Quanto all’opposizione, non avendo fatto nessuna proposta, perché in realtà le andava benissimo il Rosatellum, ha brandito la spada arrugginita dell’incostituzionalità, in relazione almeno a tre punti: il premio di maggioranza, il numero di firme necessarie alle nuove sigle per presentarsi, la parità di genere.

Ma il Presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso ha già messo le mani avanti. La Corte Costituzionale si è già espressa rispetto all'Italicum: si può dare il 55% dei seggi già con il 40% dei voti. Qualora la Corte dovesse abbassare il numero di firme necessario per le nuove sigle, secondo Carlo Fusaro la sentenza diventerebbe “autoapplicativa”, tale da non obbligare il Parlamento a re-intervenire.  Giuliano Amato ha sostenuto che la legge può funzionare, soprattutto se si toglie l’abnorme ghigliottina delle 6 mila firme da raccogliere da parte delle nuove invece delle usuali 1.500. Il fatto è che né la morale né il diritto penale o costituzionale possono riempire l’assenza di proposta programmatica del Campo largo.

Si aprono, a questo punto, mesi di campagna elettorale, condotta in un contesto geopolitico europeo e mondiale illuminato da bagliori di guerra, dentro la quale si sta prospettando agli elettori italiani un trilemma esistenziale: scegliere un governo che fa galleggiare il Paese, un governo che lo fa affondare nel debito pubblico o il pareggio di un non-governo? A tale trilemma molti potrebbero voltare la schiena.

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