Tre anni dopo il 7 ottobre, la guerra non ha soltanto cambiato il Medio Oriente: ha cambiato le parole con cui israeliani e palestinesi raccontano se stessi e l’altro. In questo paesaggio segnato dal trauma, dalla paura e dalla disumanizzazione, padre David Neuhaus continua a sostenere che la conquista non sia un destino e che israeliani e palestinesi possano vivere insieme, con pari dignità. Gesuita e sacerdote cattolico, firma della Civiltà Cattolica, Neuhaus porta nella sua storia le fratture del Novecento: nato in una famiglia ebraica e tedesca, cresciuto in Sudafrica sotto l’apartheid, emigrato in Israele e poi convertitosi al cattolicesimo, ha attraversato identità e mondi che spesso vengono raccontati come inconciliabili. Da Gerusalemme guarda oggi alla guerra con uno sguardo radicalmente critico verso ogni forma di nazionalismo e di violenza. Per lui il conflitto non è una guerra di religione, ma lo scontro tra due movimenti nazionali nel quale anche la fede è stata arruolata.
Eppure, proprio dentro questa oscurità, padre David insiste sulla necessità di immaginare un futuro diverso. Non per ingenuità, né per rimuovere la violenza e il dolore, ma perché accettare che la conquista, la paura e la disumanizzazione siano inevitabili significherebbe consegnare loro anche il futuro. È questa la sfida che attraversa le sue parole: raccontare la verità del presente senza smettere di nominare ciò che ancora non esiste. Perché, alla fine, la speranza non è aspettare che la storia cambi. È continuare a costruire le condizioni perché possa cambiare.
Padre David, a tre anni dal 7 ottobre, che cosa è cambiato più profondamente nella società israeliana? Il trauma di quel giorno ha prodotto una nuova consapevolezza del conflitto israelo-palestinese oppure ha rafforzato la convinzione che Israele possa essere al sicuro soltanto attraverso la forza militare?
Molti israeliani, dopo il 7 ottobre 2023, hanno compreso che il tentativo del governo israeliano di normalizzare i rapporti con il mondo arabo circostante ignorando i palestinesi era un'illusione. Il tentativo di raggiungere una cosiddetta «pace» — in realtà, soprattutto un modo per garantire la prosperità dei ricchi — è alla base degli Accordi di Abramo, sostenuti dall'amministrazione Trump. Poco prima del 7 ottobre sembrava che questo progetto sarebbe stato coronato dal successo con l'adesione dell'Arabia Saudita. Questo fu uno dei fattori all'origine degli attacchi contro il sud di Israele quel giorno.
Allo stesso tempo, resta dominante la determinazione del regime israeliano e di molti israeliani a proseguire nel tentativo di marginalizzare completamente, o persino eliminare, i palestinesi. La forza militare, come dimostra la distruzione di Gaza dal 2023, e altre forme di violenza - gli attacchi dei coloni, i meccanismi di legalizzazione dell'occupazione, lo strangolamento economico e così via - vengono imposte non solo per rendere impossibili le condizioni di vita nella Striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania. La violenza viene legittimata facendo appello alla paura e al trauma. Molti israeliani credono di trovarsi in una condizione di sopravvivenza e che non esista un'altra possibilità per esistere. Le vittime civili diventano così un male necessario e la loro sproporzione sembra preoccupare soltanto pochi. Va però sottolineato che, sebbene la maggioranza degli israeliani ebrei possa effettivamente sostenere questa violenza, esistono voci di opposizione ai margini. E cresce il numero di israeliani ebrei e di ebrei della diaspora che, sebbene siano ancora una minoranza, condannano queste pratiche e si schierano con quanti lottano per una Palestina libera.
La tua storia personale è molto particolare: sei nato in una famiglia ebraica, sei cresciuto in Sudafrica, sei emigrato in Israele da giovane e in seguito sei diventato cattolico e gesuita. In che modo il 7 ottobre ha cambiato il tuo rapporto con la tua identità ebraica e israeliana e con i palestinesi che condividono questa terra?
Le mie convinzioni non sono cambiate dopo il 7 ottobre. Sono convinto che palestinesi e israeliani ebrei possano vivere insieme in questa terra. I nostri leader cercano, al contrario, di dirci che la conquista è l'unica realtà possibile: è sempre stato così, deve essere così oggi e sarà sempre così. Porto dentro di me una diffidenza verso la mentalità della conquista, radicata nella storia della mia famiglia nella Germania nazista, nella mia giovinezza nel Sudafrica dell'apartheid e nella mia appartenenza a un popolo ebraico che ha conosciuto la sofferenza provocata dalla mentalità della conquista. Questa mentalità giustifica la nostra violenza perché ci convince che la nostra stessa esistenza dipenda dall'eliminazione dell'altro. Io cerco di vivere in questa terra come una testimonianza contraria, coltivando relazioni con persone al di là di tutte le divisioni.
C'è stato un tempo, prima che il sionismo, nelle sue versioni cristiana ed ebraica, formulasse una visione etnocentrica della nostra società. C'è stato un tempo prima che una mentalità coloniale di insediamento definisse questa terra come appartenente soltanto a una parte della società. Il mio compito è mantenere viva la memoria di una società nella quale gli ebrei si consideravano palestinesi, parlavano arabo e vivevano con i propri vicini. C'è stato un tempo in cui i palestinesi riconoscevano le caratteristiche ebraiche della terra come parte integrante di un patrimonio condiviso, insieme alle sue caratteristiche musulmane e cristiane. Molto dipende da come parliamo nel presente, da come educhiamo i nostri figli e da come immaginiamo il nostro mondo condiviso. L'opzione della conquista cerca di cancellare la memoria e soffocare la speranza; la nostra lotta consiste nel mantenere vive entrambe. Il nostro linguaggio di rispetto per tutti può costruire il ponte di cui abbiamo disperatamente bisogno sopra il baratro della disperazione presente: un ponte tra la memoria di un tempo in cui si viveva da vicini e la speranza di un tempo di riconciliazione.
Tu hai spesso insistito sul fatto che questo conflitto non dovrebbe essere ridotto a un conflitto religioso tra ebrei, cristiani e musulmani, ma compreso innanzitutto come un conflitto tra due movimenti nazionali. Dopo il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita, ritieni ancora sufficiente questa distinzione, oppure la religione è diventata una forza sempre più importante nel determinare il conflitto?
Il conflitto non è religioso, ma nazionale: è il conflitto tra due movimenti nazionali che si sono definiti l'uno contro l'altro. È uno sviluppo moderno, che risale all'inizio del Novecento. Non c'è dubbio che la religione venga utilizzata e strumentalizzata nello sviluppo di questi nazionalismi contrapposti. Quanto più forte diventa il mio argomento se posso sostenere che Dio è dalla mia parte? Citare i testi religiosi diventa così una premessa per la discriminazione, l'occupazione, la pulizia etnica e persino il genocidio. Alla sua base, però, il conflitto non è religioso. Le tradizioni religiose — ebraismo, islam e cristianesimo — offrono una grande varietà di modi di rapportarsi agli altri. Sarebbe certamente molto utile che i leader religiosi enunciassero con chiarezza un insegnamento capace di promuovere i valori più importanti per contrastare queste ideologie della conquista e della morte: uguaglianza, giustizia, pace e perdono.
E’ innegabile però che negli ultimi anni il linguaggio biblico e le argomentazioni religiose hanno assunto un peso crescente nel dibattito politico israeliano, soprattutto nella destra nazional-religiosa. Credi che la fede religiosa venga utilizzata per giustificare scelte politiche e forme di violenza che altrimenti sarebbero più difficili da difendere? E che cosa possono fare l'ebraismo e il cristianesimo per contrastare questo uso della religione?
Il linguaggio biblico è stato strumentalizzato fin da quando è stata formulata l'idea sionista di uno Stato ebraico. È però importante ricordare che, all'inizio, questa era un'idea cristiana, prevalentemente protestante. Già nel XVII secolo, alcuni autori anglosassoni promuovevano il «ritorno» degli ebrei nella loro «patria» come preparazione necessaria alla seconda venuta di Cristo. Questo linguaggio entrò nel vocabolario di quei politici britannici che durante la Prima guerra mondiale sostennero la creazione di una «patria ebraica» in Palestina, ignorando la popolazione indigena. Nel XIX secolo, anche i sionisti ebrei cominciarono ad adottare questa stessa interpretazione distorta dell'Antico Testamento. I testi biblici venivano letti non soltanto per sostenere l'idea di un «ritorno» ebraico, ma anche quella della conquista della terra e della pulizia etnica dei suoi abitanti palestinesi. È significativo che persino un sionista laico come David Ben Gurion, il primo ministro israeliano, promuovesse la lettura della Bibbia in Israele per sostenere un discorso di etnocentrismo ebraico. Il suo libro preferito era quello di Giosuè, considerato un modello per la moderna conquista della Palestina.
Ebrei e cristiani che si schierano per l'uguaglianza, la giustizia e la pace devono confutare queste interpretazioni e difendere una Bibbia che promuova una visione fondata sulla vita insieme, sull'uguaglianza, sulla giustizia e sulla pace. I sionisti cristiani ed ebrei usano la Bibbia come un'arma per diffondere una logica di morte; noi dobbiamo insistere sul fatto che la Bibbia è Parola di Dio e promuove la vita. In questa lotta possiamo ricordare che interpretazioni distorte della Bibbia sono state utilizzate in passato per giustificare la schiavitù, sostenere l'apartheid, alimentare l'antigiudaismo, l'antisemitismo e le crociate contro i musulmani, promuovere il colonialismo e opprimere le donne. Ma la Bibbia ha anche ispirato quanti hanno lottato per la liberazione da tutte queste forme di oppressione.
Come sacerdote che vive a Gerusalemme, che cosa ti ha colpito maggiormente nel modo così diverso in cui israeliani e palestinesi hanno vissuto questi tre anni? Esiste ancora a Gerusalemme — nella società israeliana, in quella palestinese e forse anche tra i cristiani — uno spazio per piangere la sofferenza dell'altro senza sentirsi per questo un traditore del proprio popolo?
Gli spazi per piangere insieme, protestare insieme e sperare insieme si sono drasticamente ridotti, ma non sono completamente scomparsi. Le circostanze attuali hanno reso più chiara la lotta per difendere la persona umana. È una lotta per l'uguaglianza. Nel linguaggio religioso, è la lotta per riconoscere che ogni essere umano è creato a immagine e somiglianza di Dio. Questo significa lottare contro la discriminazione, l'occupazione, la pulizia etnica e il genocidio.
Quando israeliani e palestinesi si uniscono per analizzare la realtà - per esempio nelle organizzazioni per i diritti umani, come B'Tselem e altre -, per elaborare un discorso e una visione alternative - nei movimenti politici, come Standing Together e altri -, per raccontare la realtà al mondo attraverso l'arte, il cinema, il teatro e altre forme espressive, e per protestare insieme contro la conquista in tutte le sue forme, allora si aprono degli spazi e si intravede un orizzonte. È nella lotta per l'umanità che israeliani e palestinesi possono incontrarsi e dare vita a una società nella quale i diritti di tutti siano rispettati.
Tu hai parlato della necessità di recuperare l'idea che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio. Dopo tre anni nei quali israeliani e palestinesi hanno vissuto traumi e perdite profondissime, esiste ancora un linguaggio — religioso, politico o semplicemente umano — capace di restituire all'altro il riconoscimento della sua umanità, invece di considerarlo soltanto un nemico?
Il discorso dominante nella vita politica in Palestina e Israele promuove la disumanizzazione. Siamo impegnati in una battaglia per il linguaggio. Il linguaggio sarà uno strumento che promuove la morte oppure può diventare uno strumento capace di nutrire la vita? Noi cristiani siamo pochi, abbiamo poche risorse e capacità limitate, ma possiamo parlare. E dobbiamo parlare una lingua che riconosca ogni essere umano nella sua umanità e ne rispetti i diritti fondamentali: il diritto alla vita, alla libertà, alla dignità. Parlare con un'immaginazione profetica, capace di vedere con chiarezza le alternative alla realtà presente, è un atto di resistenza. Questo significa dare parole alla realtà in tutte le sue dimensioni più terribili. Ma significa anche dare parole a come le cose potrebbero essere diverse. Dobbiamo proclamare che non è necessario che le cose siano così.
Tra poche settimane – il 27 ottobre - Israele andrà alle urne per le prime elezioni politiche nazionali dal 7 ottobre 2023. Credi che queste elezioni saranno soprattutto un giudizio su Netanyahu e sulla responsabilità del suo governo per i fallimenti del 7 ottobre, oppure che la sicurezza e la paura finiranno ancora una volta per prevalere sulla questione della responsabilità politica?
Le elezioni riguardano certamente Netanyahu e il suo governo, i loro fallimenti e la corruzione diffusa. Ma Netanyahu e il suo governo sono soltanto una parte del problema. Una domanda molto più importante è se la leadership politica abbia una visione per la nostra società.
Netanyahu promuove l'idea che Israele debba essere una combinazione di Sparta e Troia: sempre pronto alla guerra, sempre all'attacco, considerando la pace come una resa. Purtroppo, i suoi principali avversari non sembrano avere qualcosa di diverso da dire. Forse saranno meno corrotti, diranno meno bugie, saranno meno narcisisti. Ma non parlano un linguaggio diverso e sembrano incapaci di immaginare una realtà differente.
Guardando oltre le elezioni e oltre l'immediato trauma del 7 ottobre, che cosa ti dà ancora motivo di sperare? Dopo tutto ciò che è accaduto, riesci ancora a immaginare una trasformazione politica e morale nella quale israeliani e palestinesi possano vivere con pari dignità e sicurezza? E che cosa dovrebbe cambiare per prima cosa perché questo diventi possibile?
Sono obbligato a essere capace di immaginare un orizzonte. Se non lo facessi, dovrei rimanere in silenzio. Due fonti di ispirazione mi sostengono mentre guardo questo paesaggio così cupo. La prima è la mia fede in Dio. Dio viene nel mondo. Dio è venuto duemila anni fa e ha lasciato il sepolcro vuoto. La morte si è rivelata una menzogna. Dio sta tardando, oggi, ma Dio verrà certamente.
La seconda fonte di ispirazione è la storia. Il male ha il suo tempo, ma alla fine non ha mai prevalso.
Mi ispira la mia stessa storia. La mia famiglia è ebrea e viene dalla Germania. Fuggì nel 1936, ma la maggior parte dei miei parenti fu uccisa dai nazisti. I nazisti credevano di aver fondato un impero destinato a durare mille anni. Durò troppo a lungo, ma alla fine crollò. Sono nato in Sudafrica, in un momento in cui un regime fondato sull'apartheid devastava la società. Anche quel regime si presentava come una realtà destinata a durare per sempre. Anche quello è crollato. Il male finisce per consumare se stesso.
Israele vacilla sull'orlo della distruzione, fingendo di essere forte. Gli israeliani ebrei se ne stanno andando a migliaia, mentre molti altri sprofondano nella disperazione. Il mondo si sta risvegliando di fronte alle menzogne che hanno sostenuto l'egemonia israeliana e l'oppressione palestinese. Le cose si stanno muovendo e un nuovo orizzonte comincia a intravedersi. È nostro dovere denunciare ciò che sta accadendo oggi e dire con chiarezza che cosa potrebbe accadere, se solo lo volessimo.
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Redazione